
David Pavón-Cuéllar
Tradotto dalla Brigata Basaglia e pubblicato originariamente sul loro blog, 27 novembre 2025
Abstract: Viene fornita una panoramica delle diverse forme che prende la psicologia rispetto alla Palestina e nel contesto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele e della resistenza contro tale occupazione. In primo luogo, vengono esaminati criticamente vari studi che affrontano l’aspetto psicologico del cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Si distinguono due grandi categorie di lavori all’interno delle correnti principali della psicologia: quelli che cercano di spiegare e aiutare a risolvere il conflitto e quelli che tentano di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti. L’articolo approfondisce poi un’altra categoria di lavori che si rifanno in modo riflessivo a lavori precedenti e li mettono in discussione per la loro inadeguatezza culturale, l’eurocentrismo, il liberalismo, l’individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste questioni offrono uno sguardo su una psicologia critica emergente, una psicologia critica il cui potere risiede nel suo legame con il popolo palestinese.
Parole chiave: Palestina, Psicologia, Psicologia critica, Israele, popolo.
Traduzione a cura delle Brigata Basaglia (www.brigatabasaglia.org)
Introduzione
L’immagine abituale della Palestina è quella della sua devastazione, degli ultimi brandelli del suo territorio, di un popolo intrappolato tra le mura. È l’immagine di esplosioni, polvere, rovine, macerie, cadaveri, filo spinato, torri di guardia, campi profughi, donne in lacrime e bambini che lanciano pietre contro i carri armati israeliani. È così che la Palestina viene solitamente immaginata nel mondo e anche nell’ambiente accademico e professionale della psicologia.
Di solito gli psicologi immaginano la Palestina come un luogo che può solo essere un ricettacolo di oggetti della psicologia come il lutto, il dolore, la sofferenza, la depressione, l’ansia, l’aggressività, la violenza, la resilienza o disturbi come quello da stress post-traumatico. Questi oggetti, assimilati a ciò che viene descritto come il “conflitto” israelo-palestinese, vengono presentati agli psicologi di tutto il mondo come qualcosa che accade in Palestina e che richiede la loro attenzione per essere studiato, ricercato, spiegato, compreso, trattato, risolto e curato. È così che si pensa che la psicologia agisca o dovrebbe agire in relazione a questo territorio: operando per occuparsi di ciò che vi accade, occupandosene come se ciò fosse il suo obiettivo, applicandosi come se ciò fosse il suo problema.1
La Palestina tende ad essere concepita dagli psicologi come un luogo per gli oggetti della psicologia, ma non come un luogo per la psicologia. Come potrebbero svilupparsi le teorie e le pratiche psicologiche nella miseria della Palestina, tra le sue rovine e le sue macerie, nell’isolamento del suo assedio, nell’urgenza dei suoi abitanti di sopravvivere, nelle sue terre devastate e costantemente minacciate dallo Stato di Israele? Secondo questa idea, non ci sarebbero le condizioni per una psicologia in Palestina, ma solo per una psicologia della Palestina, su di essa, su ciò che vi accade.2
La psicologia lavorerebbe sulla Palestina come le altre scienze del mondo che studiano la Palestina, come le risoluzioni israeliane e statunitensi che riguardano anch’esse la Palestina, come il potere israeliano che grava sulla Palestina, come i droni e gli aerei militari di Tzahal che sorvolano la Palestina e lanciano anche delle bombe su di essa.
Con tutto questo e molto altro ancora che c’è e che ricade su di essa, comprendiamo che la Palestina possa sentirsi oppressa e che sia ricoperta dalle ferite e dalle cicatrici delle sue rovine, delle sue macerie e di tutto quello che immaginiamo quando la immaginiamo. La triste immagine di ciò che ci sarebbe in Palestina è quella di qualcosa di schiacciato e ferito da gran parte di ciò che gravita e precipita su di essa.
In realtà, per quanto pesante sia la situazione in Palestina, c’è ancora molto che resiste e si conserva in essa. La percezione stessa che lì rimangano solo rovine e macerie, polvere e cadaveri, coincide sospettosamente con l’orizzonte del progetto sionista di pulizia etnica destinato a realizzare il sogno di una terra senza popolo per un popolo senza terra. Al di là della fantasia su cui lo Stato di Israele fonda la sua legittimità, la Palestina è una terra con un popolo originario, il popolo palestinese, che ha migliaia di anni di storia, che mantiene viva una cultura raffinata e che recentemente sta sviluppando proposte artistiche, filosofiche e scientifiche molto originali, tra cui una psicologia che abbozzeremo alla fine di questo articolo.
Prima di arrivare alla psicologia del popolo palestinese, esamineremo criticamente diverse ricerche psicologiche sulla Palestina e, in particolare, sul cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Successivamente affronteremo una psicologia più connessa al popolo palestinese, che analizzeremo in lavori che riflettono sulle ricerche precedenti e le mettono in discussione per problemi quali la loro inadeguatezza culturale, il loro eurocentrismo, il loro liberalismo, il loro individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste prospettive critiche ci permetteranno di intravedere una psicologia critica emergente la cui forza risiede nella sua connessione con il popolo palestinese, con la sua lotta e la sua resistenza.
Il nostro primo contatto con la psicologia del popolo palestinese è avvenuto grazie a un eccellente articolo pubblicato di recente dai nostri colleghi Pedro Costa e Kíssila Mendes.3 Questo articolo ci ha spinto prima a leggere gli autori citati, poi a rintracciare alcuni dei loro riferimenti e, infine, a condurre un’ampia ricerca documentale sulla questione palestinese in campo psicologico. Ricercando con mezzi convenzionali come la ricerca negli indici delle riviste, la consultazione di revisioni sistematiche e lo studio metodico di testi accademici, abbiamo acquisito familiarità con una letteratura scientifica piuttosto ripetitiva e prevedibile, oltre che notoriamente parziale e tendenziosa, in cui prevalgono la lingua inglese, l’affiliazione a università israeliane o statunitensi, la pretesa di neutralità, la visione oggettivante che contraddistingue la psicologia sulla Palestina e il presupposto dell’esistenza di un “conflitto” tra Palestina e Israele.
Questa flagrante riproduzione accademica dei rapporti di potere prevalenti nella sfera politico-mediatica non ci ha impedito di scoprire improvvisamente, negli angoli e ai margini, indizi di ciò che qui rappresentiamo globalmente come la psicologia critica palestinese, cioè la psicologia del popolo palestinese, ispirata e legata ad esso, alle sue lotte e alle sue aspirazioni. Una caratteristica distintiva della psicologia critica palestinese, che la distingue nettamente da altre proposte psicologiche, è quella che la scrittrice Lina Meruane ha descritto come la “vocazione terroristica di chiamare le cose con il loro nome”.4 È grazie a per questa vocazione che si designa chiaramente ciò che il popolo palestinese sta vivendo come colonialismo, occupazione e genocidio, invece di ricorrere ad altre parole che servono più a nascondere che a mostrare. Una parola nascondiglio ben nota, una delle più utilizzate in campo psicologico, è quella di “conflitto”, con la quale si pretende di sintetizzare tutto ciò che accade tra Israele e Palestina.
La maggior parte delle ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina partono dal presupposto errato che si tratti di un “conflitto”.5 Basta soffermarsi un attimo sulla questione per rendersi conto che non si tratta di un conflitto, ma di qualcosa di completamente diverso: in primo luogo, un’offensiva unilaterale dell’invasore israeliano con il suo immenso potere economico, politico e militare scatenato contro il popolo palestinese per sbarazzarsene e impossessarsi del suo territorio dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano; in secondo luogo, gli sforzi disperati di questo popolo per difendersi e sopravvivere in una situazione coloniale caratterizzata dall’asimmetria degli interessi e dallo squilibrio delle forze. Ciò che abbiamo qui, in altre parole, è la resistenza contro una situazione di pulizia etnica finalizzata alla spoliazione territoriale.6 In queste condizioni, descrivere come “conflitto” ciò che accade nel rapporto tra palestinesi e israeliani è tanto fallace e infame quanto lo sarebbe usare lo stesso termine per designare i rapporti tra gli indigeni americani e i colonizzatori europei, tra gli ebrei e i nazisti, o tra i neri e i bianchi sudafricani ai tempi dell’apartheid. Tuttavia, come vedremo ora, la parola “conflitto” è al centro di molte ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina, le quali, riducendo questi eventi a un conflitto, sono esempi di quella che è finita per essere conosciuta come “psicologia del conflitto israelo-palestinese.
La psicologia che cerca di spiegare e risolvere il “conflitto”
La maggior parte degli approcci psicologici al presunto conflitto possono essere raggruppati in due grandi categorie: una è quella dei lavori che trattano direttamente il “conflitto”, l’altra è quella degli studi che ne affrontano gli effetti sui soggetti. Nel primo gruppo predominano gli psicologi sociali, culturali e politici, mentre nel secondo abbondano psichiatri, psicoterapeuti e psicologi clinici e comunitari.
Gli psicologi del primo gruppo tendono a mettere le loro conoscenze, i loro metodi e le loro ricerche al servizio della spiegazione e della risoluzione del “conflitto”. Ciò li porta a concentrarsi sui fattori psicologici a cui attribuiscono la persistenza del conflitto, tra cui fattori cognitivi, emotivi, affettivi, comportamentali, relazionali o persino discorsivi e narrativi. In un classico lavoro di quasi 40 anni fa, ad esempio, Herbert Kelman sosteneva che il “conflitto” non era stato risolto perché era diventato un conflitto a somma zero in cui ciascuna delle parti negava l’identità e il diritto all’esistenza dell’altra parte.8 Pertanto, l’unica soluzione era il riconoscimento reciproco tra israeliani e palestinesi, con cui sarebbe stato possibile realizzare ciò che lo stesso Kelman concepì in seguito come un compromesso storico per convalidare le identità e soddisfare i bisogni fondamentali di entrambi i popoli.9
Tra i fattori che impedirebbero la riconciliazione tra il popolo palestinese e quello israeliano, Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal sottolineano le credenze sociali di entrambi i popoli.10 Il cambiamento di queste credenze sarebbe la chiave per risolvere il “conflitto”. Tuttavia, il cambiamento è difficile, poiché le credenze sarebbero funzionali per i popoli, aiutandoli ad affrontare la paura e le diverse difficoltà associate al “conflitto”.
Tra le credenze degli israeliani e dei palestinesi, quelle più ostili alla risoluzione del “conflitto” sarebbero quelle che si condensano e si consolidano nei pregiudizi e negli stereotipi di cui si occupa Moises Salinas.11 Questi, secondo Salinas, costituiscono i maggiori ostacoli alla pace tanto desiderata dagli abitanti della regione. Per raggiungerla, basterebbe superare la rappresentazione pregiudiziale e stereotipata che palestinesi e israeliani hanno l’uno dell’altro e che li porta ad attaccarsi solo per cercare di difendersi da ciò che si attribuiscono reciprocamente.
Inoltre, in modo difensivo, anche i popoli palestinese e israeliano si chiuderebbero in sé stessi. Non si ascolterebbero più a vicenda né dialogherebbero tra loro, tranne che in scambi strumentali, come ha sottolineato Julia Chaitin.12 Per questa autrice, l’ascolto e il dialogo sono le chiavi per la riconciliazione, poiché condizionano la possibilità di un cambiamento delle credenze sociali e di un riconoscimento reciproco.
Oltre alle credenze e alla mancanza di riconoscimento, recentemente Alon Ben-Meir ha preso in considerazione altri fattori che impediscono la risoluzione del “conflitto”, tra cui la resistenza psicologica, le esperienze passate, la percezione storica e le convinzioni religiose.13 Curiosamente, per Ben-Meir, questi e altri fattori sarebbero ancora più decisivi della disputa per la terra. Più che storico, sociopolitico ed economico, il nocciolo del “conflitto” sarebbe psicologico. La psicologizzazione, l’esagerazione dell’importanza della psicologia nel “conflitto”, è portata da Ben-Meir a un estremo rivelatore. Ben-Meir svela ciò che è in gioco nelle diverse spiegazioni psicologiche del conflitto a cui abbiamo fatto riferimento. Spiegando il “conflitto” principalmente attraverso la psicologia, si minimizza o addirittura si ignora la storia, la società, l’economia e la politica. Ciò permette di dimenticare le violenze dirette e indirette o strutturali che il sionismo ha perpetrato sui palestinesi da quasi un secolo: l’immenso furto di terre e altre proprietà, il saccheggio delle risorse, l’assedio, l’impoverimento culturale e socioeconomico, la distruzione di abitazioni e infrastrutture, il disprezzo e l’umiliazione, l’emarginazione e la segregazione, lo sfruttamento e oppressione, la repressione e persecuzione, la migrazione forzata, l’incarcerazione arbitraria e lo sterminio sistematico.
È indiscutibile che i danni inflitti dallo Stato di Israele ai palestinesi siano incomparabilmente maggiori di quelli inflitti dalla Palestina agli israeliani. Questa asimmetria scompare quando prestiamo attenzione solo all’aspetto psicologico del problema, giudicandolo il più importante e determinante. La considerazione unilaterale dell’aspetto psicologico ci fa anche perdere di vista il fatto che la violenza palestinese si distingue fondamentalmente da quella israeliana per essere difensiva e non offensiva, reattiva e non invasiva, da parte degli oppressi e non degli oppressori, per liberarsi e non per dominare, per sopravvivere e non per espandersi, con uno scopo di resistenza e non di colonizzazione. Tutto questo svanisce in un regno della psicologia in cui i palestinesi possono riconciliarsi con gli israeliani, rassegnarsi a ciò che accade, dimenticare, perdonare e lasciarsi alle spalle un debito storico semplicemente impossibile da ripagare. Apparentemente, invece di continuare ad amareggiarsi e indignarsi pensando alla colonizzazione, alla devastazione, all’esilio e al genocidio, i palestinesi dovrebbero pensare, con l’aiuto degli psicologi, a temi confortanti come quelli sottolineati dagli autori citati: la mancanza di riconoscimento reciproco in Kelman, le credenze sociali in Rouhana e Bar-Tal, i pregiudizi e gli stereotipi in Salinas, la mancanza di ascolto e dialogo in Chaitin, e la percezione storica e le convinzioni religiose in Ben-Meir. Queste categorie psicologiche sono come formule magiche per scongiurare e dissipare non solo la cattiva coscienza di Israele, ma anche il suo debito nei confronti dei palestinesi. Invece di pagare il debito, si sceglie di volatilizzarlo nella psicologia.
In questo modo, la prospettiva psicologica permette di relativizzare il danno oggettivo inflitto ai palestinesi, nonché di oggettivarlo e derealizzarlo per non doverlo riparare. Invece di risarcire i palestinesi lasciandoli tornare nei loro territori e restituendo loro terre, ulivi, case e villaggi, è molto più facile ed economico per lo Stato di Israele risolvere il “conflitto” avvalendosi dei propri psicologi per ottenere che i palestinesi riconoscano l’identità israeliana, cambino le loro convinzioni su Israele, ascoltino rispettosamente coloro che hanno sottratto loro il territorio, dialoghino cordialmente con loro e imparino a percepirli in modo diverso. La soluzione avviene quindi nella mente e non nella realtà, nel mondo psichico interno e non in quello socioeconomico esterno, come spesso accade nella psicologia, che, senza offrire nulla per porre fine alla violenza degli aggressori israeliani contro le loro vittime palestinesi, può solo rivittimizzare queste ultime incolpandole di ciò che soffrono ed esortandole a perdonare i veri colpevoli.
La psicologia che cerca di individuare, comprendere e trattare gli effetti del “conflitto”
In contrasto con i lavori appena citati, ce ne sono altri che sembrano politicamente meno discutibili, ma solo perché non sono così chiaramente ed evidentemente legati alla politica. Si tratta di lavori che non fanno riferimento diretto al “conflitto”, ma ai suoi effetti sulle vittime palestinesi. Molti effetti sono già di per sé psicologici, quindi non è necessario psicologizzarli per affrontare psicologicamente il “conflitto”.
Tra i vari effetti psicologici della violenza israeliana sulla Palestina, forse il più studiato è il disturbo da stress post-traumatico, in cui i soggetti rimangono spaventati, ansiosi e depressi per diversi mesi e persino anni dopo l’esperienza traumatizzante.
Esistono decine di pubblicazioni sullo stress post-traumatico dei palestinesi, nonché revisioni sistematiche di queste pubblicazioni.14 Sono state inoltre sistematicamente revisionate pubblicazioni su altri effetti psicologici del “conflitto” che non raggiungono le soglie del disturbo da stress post-traumatico, anche se comportano cambiamenti nel modo di pensare, sentire e agire, nonché danni al benessere dei soggetti.15 Esistono anche studi su altri effetti, tra cui i comportamenti violenti e antisociali,16 depressione, stress e ansia,17 insonnia e altri disturbi del sonno.18 Abbiamo qui un immenso accumulo di ricerche che dimostrano oggettivamente, con precisione e rigore, l’enorme sofferenza inflitta dallo Stato di Israele ai palestinesi.
Alcuni lavori non si limitano a rilevare gli effetti psicologici della violenza israeliana, ma cercano di comprenderli, indagando in particolare ciò che può attenuarli. Raija-Leena Punamäki e i suoi collaboratori, ad esempio, hanno dimostrato che lo stress post- traumatico dei bambini palestinesi è meno grave quando i genitori sono affettuosi con loro.19
Da parte loro, Rozanna Aitcheson e i suoi colleghi hanno individuato altri fattori favorevoli alla resilienza degli adolescenti, tra cui una maggiore autoregolazione, capacità di coping più solide, un atteggiamento ottimista e la percezione che la famiglia rappresenti il mondo come qualcosa di comprensibile.20
Ricerche come quella appena citata evidenziano l’importanza dell’atteggiamento e della percezione nell’esperienza dei palestinesi. Per comprendere meglio questo fattore soggettivo, Phillip Hammack sottolinea il peso delle narrazioni storiche e identitarie, tra cui le tragiche narrazioni di perdita e spoliazione.21 Il suo lavoro ci permette di intravedere come le narrazioni, influendo sulla soggettività, potrebbero contribuire ad alleviare le sofferenze dei giovani palestinesi.
Il sollievo può essere ricercato anche in modo strategico e metodico attraverso tecniche di riabilitazione come quelle implementate da Sofián El-Astal con gli studenti di Gaza, offrendo loro laboratori con meditazioni incentrate sul perdono ed esercizi di respirazione, espressione, auto-stimolazione e immaginazione di un luogo sicuro.22 Esistono ovviamente altri possibili trattamenti. Uno ben noto per la sua efficacia, utilizzato da Dana Bdier e Fayez Mahamid con adolescenti palestinesi traumatizzati, è la terapia cognitivo-comportamentale di esposizione prolungata, che consiste in un avvicinamento graduale ai ricordi e ai sentimenti legati al trauma.23
Senza dubbio è necessario trattare il trauma, ma ciò non è sufficiente quando la situazione traumatizzante persiste durante il trattamento. Finché lo Stato di Israele continuerà l’occupazione dei territori e continuerà la sua violenza mortale e devastante contro il popolo palestinese, le diverse tecniche psicoterapeutiche e riabilitative concepite da El-Astal, Bdier e Mahamid costituiscono semplici cure palliative che non curano il male, ma si limitano ad alleviare sintomi come quelli dello stress post- traumatico.
L’idea stessa di questo stress è fuorviante, poiché i palestinesi continuano a vivere in una situazione traumatica, non trovandosi in un momento già post-traumatico.
Diciamo che i palestinesi non sono ancora in un luogo sicuro ed è per questo che possono solo immaginarlo come nella tecnica di El-Astal. Dietro ciò che si immagina, la realtà materiale è fatta di totale insicurezza perché ci si trova in una situazione traumatica permanente, che, inutile dirlo, esiste di per sé, indipendentemente dalle narrazioni a cui si riferisce Hammack. Forse l’elaborazione dell’esperienza traumatica può essere favorita narrativamente, ma non è così che si porrà fine al trauma e si dissolverà ciò che è traumatizzante. Centinaia di migliaia di palestinesi rimarranno traumatizzati finché lo Stato di Israele continuerà a traumatizzarli, a molestarli, a minacciarli, a intimidirli, a perseguitarli e ad attaccarli con droni, proiettili e bombardamenti.
In condizioni di occupazione, spoliazione e guerra permanente, non ci si può affidare esclusivamente a fattori psicologici quali l’affetto paterno e l’ottimismo a cui fanno riferimento Punamäki e Aitcheson con i rispettivi collaboratori. Ciò che emerge da queste piccole soluzioni a grandi problemi non è altro che la debolezza e l’impotenza degli psicologi, così come, a volte, solo a volte, emerge anche la meschinità e la miseria della psicologia. La comprensione psicologica degli effetti non dovrebbe portarci a dimenticare la causa, la realtà materiale e storica della violenza di Israele contro la Palestina, per concentrarci sui fattori attenuanti o aggravanti.
Haj-Yahia e Makkawi: superare le insufficienze della psicologia sulla Palestina
Studi come quelli recentemente messi in discussione non solo presentano i problemi che abbiamo appena evidenziato, ma anche molti altri che sono stati acutamente identificati da diversi autori critici. Ciò che contraddistingue questi autori è che ammettono apertamente il nocciolo politico della questione, riferendosi chiaramente all’occupazione israeliana, senza nasconderla con la fantasia del “conflitto” e senza limitarsi a curarne gli effetti psicologici. C’è qui una sorta di buon senso che proviene dal popolo palestinese e che permette di rivolgersi criticamente contro le ricerche, le riflessioni e gli interventi della psicologia sulla Palestina che abbiamo esaminato nei due paragrafi precedenti.
Muhammad Al Haj-Yahia è stato un pioniere nel mettere in discussione le carenze metodologiche della ricerca psicologica in Palestina, l’utilizzo di scale occidentali culturalmente inadeguate al contesto e la mancanza di utilità e applicabilità per la
popolazione oggetto di studio.24 Dopo aver letto Haj-Yahia, Ibrahim Makkawi ha
completato la sua critica mettendo in discussione l’orientamento “riduzionista, individualista e positivista” della stessa psicologia che svolge ricerche in Palestina, nonché la sua pretesa di neutralità e il suo esclusivo scopo di “promozione accademica” senza effetti concreti sulla realtà.25 Secondo Makkawi, la maggior parte degli psicologi, psicoterapeuti e psichiatri non sarebbe al servizio del popolo palestinese, ma di se stessi e delle istituzioni o organizzazioni in cui sarebbero inseriti, siano esse governative o non governative.
Cercando le cause della disconnessione degli operatori di salute mentale rispetto al popolo palestinese, Makkawi le ha individuate negli Accordi di pace di Oslo del 1993. Gli accordi hanno istituito un quadro liberale che ha facilitato, regolamentato e promosso l’invasione di “finanziamenti provenienti dai paesi capitalisti occidentali” che, oltre a corrodere la “coesa comunità palestinese”, ha contribuito a indebolire le “antiche organizzazioni di volontariato di base” e sostituirle con organizzazioni non governative con “approcci individualistici al counseling e alla psicoterapia”.26 Queste organizzazioni disponevano di risorse sufficienti per cooptare numerosi psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, depoliticizzandoli e allontanandoli dal popolo palestinese, intrappolandoli nelle loro agende, logiche e priorità.
Ribellandosi alla depoliticizzazione e alla disconnessione dei suoi colleghi rispetto al popolo palestinese, Makkawi ha proposto una psicologia comunitaria critica, ripoliticizzata e riconnessa con il popolo.
La sua proposta si basava sul riconoscimento che la violenza scolastica e domestica, i comportamenti ad alto rischio, l’incapacità di emanciparsi e altri problemi di salute mentale derivano da fenomeni quali “l’occupazione continua, la violenza militare, il muro di separazione coloniale, i posti di blocco, l’embargo economico, l’aumento della povertà, la detenzione e la tortura, gli omicidi e le stragi, la chiusura delle scuole e la distruzione sistematica delle infrastrutture” in Palestina.27 Questi fenomeni oggettivi erano quindi al centro dell’attenzione del programma di “psicologia comunitaria critica non riduzionista” introdotto da Makkawi all’Università di Birzeit in Cisgiordania: un programma ispirato in parte dal pensiero latinoamericano impegnato, guidato da metodi come la ricerca-azione partecipativa di Orlando Fals Borda e accompagnato da una “psicologia sociale della liberazione” basata sia sulla proposta omologa di Ignacio Martín-Baró sia sull’”educazione dialogica” e sulla “coscienza” così come concepite da Paulo Freire.28 Il lavoro a Birzeit ha costituito un’eccezione in Palestina, dove la psicologia, la psicoterapia e la psichiatria tendono a rimanere confinate nel riduzionismo, nell’individualismo, nel positivismo, nell’accademismo e negli altri problemi diagnosticati da Makkawi.
Meari e Jabr: Nakba, sumud e intifada
La diagnosi di Makkawi trova conferma negli studi psicologici e psichiatrici sul trauma in Palestina. In questi studi, Lena Meari ha individuato un orientamento “eurocentrico” e “liberale” che tende a individualizzare, psicologizzare, depoliticizzare e decontestualizzare il trauma, vedendo i palestinesi non più come attori, ma come semplici vittime, il che ha “ramificazioni soggettive e politiche pregiudizievoli per la lotta anticoloniale”.29 In alternativa, ciò che Meari propone si riassume nel concetto palestinese di sumud, inteso non come semplice resilienza psicologica, ma come capacità politica di resistenza, come «forza indefinibile che rappresenta la possibilità di una prassi politica al di fuori dell’ambito delle forme normalizzate della politica», una «fermezza» che è «un divenire rivoluzionario costante che apre la possibilità di un regime alternativo dell’essere, di un’identità relazionale etico-politica».30 Tutto ciò, che permette di resistere efficacemente all’occupazione israeliana, rischia di perdersi quando gli operatori della salute mentale psicologizzano e quindi depoliticizzano il trauma dell’occupazione, il sumud palestinese e il modo in cui si manifesta nella resistenza, nell’intifada.
In accordo con Meari, Samah Jabr ha osservato come gli psicologi, psichiatri e psicoterapeuti possono finire per indebolire il sumud e l’intifada, la fermezza e la resistenza dei palestinesi, oltre che esacerbare le loro sofferenze, sostenendo che «i problemi sono nella loro testa».31 Jabr ha anche concordato con Meari nel criticare in particolare la nozione individualista occidentale di trauma perché non corrisponde né alla realtà storica, né alla specificità culturale, né alla natura collettiva dell’esperienza palestinese di «umiliazione, oggettivazione, abbandono forzato ed esposizione quotidiana a stress tossico».32 Ignorando questa esperienza, una diagnosi forzata come quella del disturbo da stress post-traumatico servirebbe solo a patologizzare l’individuo «senza offrire soluzioni per un contesto patogeno»33 e senza cogliere appieno «l’esperienza del trauma storico dei palestinesi, un trauma deliberato, coloniale, continuo, collettivo, cumulativo e intergenerazionale», nonché «sistematicamente inflitto», che «si ripercuote su tutti gli ambiti della vita, della salute, identità, cultura ed economia”.34 Questi tratti dell’esperienza dei palestinesi costituiscono il filo conduttore della teoria del trauma storico sviluppata da Jabr.
Il paradigma del trauma storico è la Nakba, concepita da Jabr non solo come la catastrofe provocata dagli israeliani quando espulsero dalle loro terre quasi un milione di palestinesi nel 1948, ma come tutto ciò che si scatenò in quel momento e perdura fino ai giorni nostri, ciò che viene vissuto come un “insulto rinnovato”, come ” sofferenza accumulata”, come “ferita mai guarita”, come “immagine di sé danneggiata” che si trasmette di generazione in generazione.35 L’unico rimedio a questa esperienza traumatica si trova, secondo Jabr, oltre il piano psicologico individuale, nella «cura collettiva attraverso narrazioni popolari, rituali e rappresentazioni simboliche»,36 ma soprattutto nel sumud e nell’intifada, nella fermezza e in una lotta di resistenza «umanizzante» che permette di superare il senso di impotenza e garantire la «coerenza cognitiva attraverso il rifiuto dell’oppressione», così come nella solidarità internazionale che «convalida l’umanità dei palestinesi riconoscendo i loro sentimenti e la loro soggettività».37 L’unico rimedio al trauma è quindi politico, il che, secondo Jabr, è coerente con il fatto che anche la causa del trauma è politica.
Farajallah, gli Sheehi e il team di Hakim: politica, storia e contesto della psicologia in Palestina
Il riconoscimento del fattore politico, sia per quanto riguarda le cause che rispetto alla cura del trauma palestinese, lo si trova anche nel lavoro di Iman Farajallah. Questo autore condivide il punto di vista di Sami Owayda, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Gaza, quando ammette che la causa del trauma è l’occupazione e che quindi «la soluzione è politica e non psicologica».38 Tra le strategie proposte da Farajallah per superare la continua esperienza traumatica, sono significative quella di “continuare a sostenere la causa palestinese” e quella di evitare di “normalizzare o perdere la speranza”.39 Lavorare per la salute mentale in Palestina richiede di andare oltre la psicoterapia individuale o di gruppo e di unirsi al popolo palestinese nelle sue campagne e proteste di piazza contro l’ingiustizia di cui è vittima.
Grazie al suo legame con il popolo palestinese, Farajallah ha il buonsenso di riconoscere che solo l’azione politica consente di andare oltre le cure palliative, affrontando “la radice” del trauma con “un approccio olistico che includa la fine dell’occupazione”.40 Qualcosa di così semplice ed evidente come ciò che riconosce Farajallah è ciò che spesso si perde di vista nella psicologia che si occupa di ciò che accade in Palestina e, in particolare, nelle sue proposte di trattamenti apolitici di disturbi traumatici decontestualizzati. In tali trattamenti, infatti, il contesto politico della colonizzazione israeliana scompare dietro lo schermo psicologico delle sue conseguenze traumatiche per gli individui traumatizzati.
Allo stesso modo di Jabr e Farajallah, Lara e Stephen Sheehi sottolineano come il colonialismo di insediamento o colonizzazione, con il suo aspetto “psicologico” ed “estrattivo dal punto di vista psicologico”, può essere mascherato dai professionisti della salute mentale con i loro discorsi incentrati sulla “normalizzazione”, il “trauma” e la “resilienza”.41
Gli Sheehi denunciano anche come i paradigmi della “vittima del trauma” e della “resilienza apolitica” servano solo a “svuotare i soggetti palestinesi dei loro mondi interiori, delle loro politiche sessuali e di genere, delle loro condizioni materiali e dei loro contesti politici”.42 Questa depoliticizzazione e smaterializzazione accompagnano inevitabilmente la psicologizzazione di ciò che hanno sofferto i palestinesi.
La tendenza degli psicologi a psicologizzare e mistificare in altri modi ciò che accade in Palestina è accuratamente dimostrata e denunciata nel lavoro analitico di Nader Hakim e dei suoi colleghi.43 Questi autori offrono una revisione critica sistematica dei lavori esistenti di psicologia sociale sperimentale sulla Palestina, in cui scoprono che si tende a descrivere il contesto come “conflitto”, a equiparare in modo ingannevole le violenze della Palestina e di Israele, a ignorare le circostanze materiali e a ridurre le variabili indipendenti materiali a fattori psicologici quali sentimenti e atteggiamenti. In generale, come osservano Hakim e il suo team, la maggior parte dei lavori di psicologia sociale sulla Palestina sono caratterizzati dalla destoricizzazione e dalla decontestualizzazione di ciò che indagano, evitando di riconoscere il contesto “come uno di occupazione” e mascherando il rapporto “tra i membri di uno Stato colonizzatore e gli abitanti nativi di quella terra” con l’immagine di due gruppi di “trasgressori” in “conflitto”.44
Per spiegare l’insieme di pregiudizi e mistificazioni che rilevano, Hakim e i suoi collaboratori fanno riferimento alla «scarsa rappresentanza di partecipanti e ricercatori palestinesi».45 Questo fattore è problematico perché implica fin dall’inizio, fin dalla progettazione stessa delle ricerche, un carattere fondamentalmente distorto, parziale e tendenzioso a favore della prospettiva israeliana. Inoltre, ciò che più ci interessa in questo contesto è che la mancanza di rappresentanza del popolo palestinese nelle ricerche impedisce di apprendere tutto ciò che questo popolo può insegnarci.
La psicologia critica e il suo legame con il popolo palestinese
L’insegnamento del popolo palestinese è proprio ciò che contraddistingue le opere di autori critici come quelli appena citati. Ciò che distingue questi autori non è esattamente il fatto di essere palestinesi e non israeliani, poiché alcuni di loro, in realtà, non sono nemmeno palestinesi. Ciò che li contraddistingue è piuttosto ciò che questi autori hanno umilmente imparato dal popolo palestinese, dalla sua esperienza storica di sofferenza, lotta e resistenza.46
Ciò che il popolo palestinese ha insegnato trasforma gli autori critici in portavoce, rappresentanti e intellettuali organici del popolo, consentendo loro persino di assimilarne lo spirito. Grazie a tale assimilazione, autori come Jabr e Makkawi possono pensare con il popolo e come il popolo. Si distinguono così dagli esperti convenzionali citati in precedenza, come Kelman, Ben-Meir, Hammack, El-Astal o Bdier e Mahamid, che tendono a porsi al di sopra delle conoscenze popolari e a lasciarsi guidare esclusivamente dalle conoscenze accademiche e professionali in campo psichiatrico e psicologico.
Così come il legame con il popolo palestinese non è un privilegio degli psichiatri e degli psicologi palestinesi, allo stesso modo il distacco e l’allontanamento da esso non è un problema solo degli israeliani, degli europei e degli americani che lavorano nella regione, ma anche di molti psichiatri e psicologi palestinesi. Molti di loro devono o preferiscono lavorare come scienziati o esperti depoliticizzati, come professionisti o accademici distaccati e lontani dal popolo palestinese, al servizio di istituzioni o organizzazioni che operano nel quadro liberale degli Accordi di Oslo del 1993, che garantiscono la coesistenza di israeliani e palestinesi in condizioni di occupazione, colonizzazione, dominio, oppressione e annientamento di questi ultimi dai primi.47 In condizioni come queste, il normale lavoro della psichiatria e della psicologia, così come concepita in Israele, Europa e Stati Uniti, ha logicamente richiesto di disconnettersi e prendere le distanze dal popolo palestinese.
Il distacco e l’allontanamento dal popolo palestinese si traducono logicamente e necessariamente in punti ciechi, deboli e problematici nelle ricerche che riguardano lo stesso popolo, punti facilmente individuabili dagli autori che rimangono vicini al popolo e internamente connessi con esso. Grazie a questa connessione, gli autori critici sono nella posizione migliore per discernere gli errori, le lacune, i pregiudizi e gli altri problemi dei lavori psicologici in cui si cerca di spiegare e risolvere il presunto conflitto o di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti sui soggetti.
Questa psicologia sulla Palestina rivela la sua inadeguatezza culturale, il suo eurocentrismo, il suo liberalismo, il suo individualismo e i suoi meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione quando viene giudicata in Palestina, dalla Palestina, dal punto di vista del popolo palestinese, che è proprio il punto di vista adottato dalla psicologia critica palestinese.
Oltre alla loro capacità critica, gli psicologi critici palestinesi possono trasmetterci molto di ciò che imparano positivamente dal popolo palestinese. Una parte di questo apprendimento è evidente in diverse lezioni per la psicologia, tra cui otto che esamino minuziosamente altrove, mostrando come aprono vie alternative per sfuggire alle inerzie dominanti in ambito psicologico accademico e professionale: la connessione con il popolo come rimedio contro l’isolamento di professori e professionisti; la visione dal basso per sfidare le prospettive elitarie dominanti; la decolonizzazione di fronte alla dipendenza e al dominio delle epistemologiei europee-statunitensi; la territorializzazione per porre fine all’universalismo; la rievocazione di fronte all’amnesia; la collettivizzazione di fronte all’individualismo liberale; la risoggettivazione contro l’oggettivismo e la ripoliticizzazione per superare lo psicologismo.48 Queste lezioni e altre ancora potrebbero cambiare profondamente la psicologia e altre scienze umane e sociali insegnate nelle università e praticate nelle società di tutto il mondo. Tuttavia, difficilmente ciò avverrà, poiché il cambiamento è ostacolato da fattori avversi e insormontabili: fattori strutturali economici, politici e ideologici inerenti all’attuale fase storica di consolidamento del capitalismo, che, tra l’altro, contribuiscono anche a perpetuare la violenza dello Stato di Israele.
Conclusione
La violenta occupazione israeliana dei territori palestinesi è sostenuta dalla struttura capitalista con la sua logica neocolonialista imperialista, espansionista, razzista ed estrattivista. Questa struttura è la stessa che mantiene il dominio di certi modelli psicologici strutturalmente funzionali al capitalismo.49 Per quanto riguarda le alternative nella psicologia critica, non possono che essere marginalizzati e resistere con enormi difficoltà, proprio come il popolo palestinese, ma ovviamente su piani diversi e con implicazioni vitali incomparabili.
Pur rispettando il divario che si apre tra la vita e la sua teorizzazione, forse dovremmo lasciarci guidare dal popolo palestinese nel riconsiderare cosa significhino emarginazione e resistenza, così come trasgressione e sovversione, per noi che affrontiamo criticamente i discorsi teorici della psicologia. Non è forse ciò che hanno fatto gli psicologi critici palestinesi nel mettere in discussione le ricerche psicologiche sulla Palestina? La messa in discussione è stata fatta dalla Palestina, in Palestina, ma non esattamente come luogo geografico, bensì come posizione politica di marginalità e resistenza, di trasgressione e sovversione, di fermezza intesa come sumud e di lotta intesa come intifada.
Certamente, per quanto politicizzata, la psicologia critica palestinese svolge un lavoro teorico rigoroso, coerente e piuttosto elaborato. Tuttavia, se qui c’è teoria, è in un senso molto preciso che è stato acutamente colto da Ilan Pappé in diversi teorici palestinesi: il senso paradossale di una “teorizzazione pratica” realizzata in spazi marginali, legata alla resistenza, inserita in una cultura “intrecciata con la lotta politica” e necessariamente “rilevante per la lotta di liberazione”.50 Questo tipo di teorizzazione è ciò che ha prodotto proposte di psicologia critica palestinese come quelle che abbiamo esaminato qui.
Come abbiamo visto, gli psicologi critici palestinesi desiderano mettere le loro risorse teoriche e pratiche al servizio del loro popolo e della sua lotta di liberazione. Aspirano quindi a una psicologia liberatrice, ma sanno che ciò è possibile solo, come ci ha insegnato Martín-Baró in America Latina, quando la psicologia stessa riesce a liberarsi dalle proprie catene.51 Nel caso della Palestina, queste catene sono proprio ciò a cui si riferiscono le critiche di ciascuno degli autori citati: l’inadeguatezza culturale in Al Haj-Yahia, il riduzionismo e l’individualismo in Makkawi, la psicologizzazione in Jabr e Meari, la depoliticizzazione in Farajallah, la normalizzazione negli Sheehi e la destoricizzazione e la decontestualizzazione in Hakim e nei suoi colleghi.
Le catene della psicologia sono l’oggetto della psicologia critica palestinese che, rivolgendosi criticamente su sé stessa, cerca di liberarsi dalle catene che le impediscono di essere liberatrice per il popolo. Comprendiamo che è infine grazie al popolo, alla sua lotta di liberazione, che qualcosa come la psicologia critica può avere senso in contesti in cui il popolo stesso ha bisogno di liberarsi per salvarsi, per sopravvivere, per non essere annientato dal potere brutale che lo domina.
NOTE
1 Cfr. Daniel Bar-Tal, “Israeli-Palestinian Conflict: A Cognitive Analysis”, International Journal of Intercultural Relations 14, n. 1 (1990): 7-29.
2 Cfr. Moises F. Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain: The Psychology of the Israeli- Palestinian Conflict (Westport: Praeger, 2007).
3 Cfr. Pedro A. Costa e Kíssila Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine: More than Psychotherapy, We Need a Truly Community Psychology”, Psychotherapy & Politics International 23, n. 1 (2025): 1-15.
4 Lina Meruane, Palestina en pedazos (Città del Messico: Random House, 2014), 144.
5 Cfr. Elizabeth Matthews, The Israel-Palestine Conflict: Parallel Discourses (Londra: Routledge, 2011).
6 Vedi Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine (Londra: Oneworld, 2006).
7 Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.
8 Herbert C. Kelman, “The Political Psychology of the Israeli-Palestinian Conflict: How Can We Overcome the Barriers to a Negotiated Solution?”, Political Psychology 8, n. 3 (1987): 347- 363.
9 Herbert C. Kelman, “The Israeli-Palestinian Peace Process and its Vicissitudes: In-sights
from Attitude Theory”, American Psychologist 62, n. 4 (2007): 287-303.
10 Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal, “Psychological Dynamics of Intractable Ethnon-ational Conflicts: The Israeli-Palestinian Case”, American Psychologist 53, n. 7 (1998): 761-770.
11 Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.
12 Julia Chaitin, “How Can We Speak to One Another? Dialogue Between Jews and Palestinians on the Path to Peace and Social Change”, in Peace-Building in Israel and Palestine: Social Psychology and Grassroots Initiatives (New York: Palgrave Macmillan, 2011), 55-75.
13 Alon Ben-Meir, “Psychological Impediments Are at the Core of the Israeli–Palestinian Conflict”, Politics & Policy 51, n. 3 (2023): 488-503.
14 Cfr. Marie Mohammad, Sana SaadAdeen e Maher Battat, “Anxiety Disorders and PTSD in Palestine: A Literature Review”, BMC Psychiatry 20 (2020): 1-18. Cfr. anche: Nisreen Agbaria et al, “Prevalence of Post-Traumatic Stress Disorder Among Palestinian Children and Adolescents Exposed to Political Violence: A Systematic Review and Meta-Analysis”, PLoS one 16, n. 8 (2021): 1-20.
15 Vedi Lynsay Ayer, et al., “Psychological Aspects of the Israeli-Palestinian conflict: A Systematic Review”, Trauma, Violence, & Abuse 18, n. 3 (2017): 322-338.
16 Eric Dubow, et al., “Serious Violent Behavior and Antisocial Outcomes as Conse-quences of Exposure to Ethnic Political Conflict and Violence Among Israeli and Pales-tinian Youth”, Aggressive Behavior 45, n. 3 (2019): 287-299.
17 Belal Aldabbour, et al, “Psychological Impacts of the Gaza War on Palestinian Young Adults: A Cross-Sectional Study of Depression, Anxiety, Stress, and PTSD Symptoms”, BMC Psychology 12, n. 1 (2024): 696-705.
18 Fayez Mahamid, Bilal Hamamra e Dana Bdier, “Traumatic Events Predict Sleep
Disturbance Among Palestinians: The Moderating Roles of Resilience and Posttraumatic Growth”, Traumatology (2025, in stampa).
19 Raija-Leena Punamäki, Samir Qouta e Eyad El-Sarraj, “Resiliency Factors Predicting Psychological Adjustment After Political Violence Among Palestinian Children”, International Journal of Behavioral Development 25, n. 3 (2001): 256-267.
20 Rozanna Aitcheson, et al., “Resilience in Palestinian Adolescents Living in Gaza”, Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy 9 (2011): 36-43.
21 Phillip L. Hammack, Narrative and the Politics of Identity: The Cultural Psychology of Israeli and Palestinian Youth (Londra: Oxford University Press, 2010).
22 Sofián El-Astal, “Memorie traumatiche e stress post-traumatico nei bambini e nei
giovani palestinesi della Striscia di Gaza”, Pensando Psicología 12 (2016): 5-12.
23 Dana Bdier e Fayez Mahamid, “L’efficacia di un programma terapeutico di gruppo basato sulla terapia dell’esposizione prolungata nella riduzione dei sintomi del disturbo da stress post-traumatico in un campione di adolescenti palestinesi traumatizzati”, Journal of Psychosocial Rehabilitation and Mental Health 10, n. 2 (2023): 277-286.
24 Muhammad Al Haj-Yahia, “Challenges in Studying the Psychological Effects of Palestinian Children’s Exposure to Political Violence and Their Coping With This Traumatic Experience”, Child Abuse & Neglect 31 (2007): 691-697.
25 Ibrahim Makkawi, “Verso un paradigma emergente di psicologia critica di comunità in Palestina”, The Journal of Critical Psychology, Counselling and Psychotherapy,
9, n. 2 (2009): 81-83.
26 Ibrahim Makkawi, “Psychology of the Oppressed: Encounters with Community Psychology in Palestine”, Global Journal of Community Psychology Practice 3, n. 4 (2012): 371- 372.
27 Ibid., 372.
28 Ibrahim Makkawi, “The Rise and Fall of Academic Community Psychology in Palestine and the Way Forward”, South African Journal of Psychology 47, n. 4 (2017): 485-487.
29 Lena Meari, “Reconsidering Trauma: Towards a Palestinian Community Psychology”, Journal of Community Psychology 43, n. 1 (2015): 81.
30 Lena Meari, “Sumud: A Palestinian Philosophy of Confrontation in Colonial Prisons”, South Atlantic Quarterly 113, n. 3 (2014): 549
31 Samah Jabr, Sumud en tempos de genocidio (Rio de Janeiro: Tabla, 2024), 29.
32 Ibid., 56.
33 Ibid., 60.
34 Ibid., 175-176.
35 Ibid., 49.
36 Ibid., 50.
37 Ibid., 117-119.
38 Iman Farajallah, “Continuous Traumatic Stress in Palestine: The Psychological Effects of the Occupation and Chronic Warfare on Palestinian Children”, World Social Psychiatry 4, n. 2 (2022): 116.
39 Ibid., 117.
40 Iman Farajallah, “Behind the Rubble: Psychological Trauma of Wars and Human Rights Abuses on Women and Children in Gaza”, Anatolian Clinic the Journal of Medical Sciences 29 (2024): 132-133.
41 Stephen Sheehi e Lara Sheehi, Psychoanalysis Under Occupation: Practicing Resistance in Palestine (Londra: Routledge, 2022), 7.
42 Ibid., 11.
43 Nader Hakim, et al., “Turning the Lens in the Study of Precarity: On Experimental Social Psychology’s Acquiescence to the Settler-Colonial Status Quo in Historic Palestine”, British Journal of Social Psychology 62 (2022): 21-38.
44 Ibid., 31.
45 Ibid., 32.
46 Costa e Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine”, 1-15.
47 Haidar Eid, Decolonizing the Palestinian Mind (Barcellona: Verso, 2014).
48 David Pavón-Cuéllar, «Ocho lecciones del pueblo palestino para la psicología», Teoría y Crítica de la Psicología 22 (2025): 88-106.
49 David Pavón-Cuéllar, Psicología crítica: definición, antecedentes, historia y actual (Città del Messico, Itaca, 2019).
50 Ilan Pappé, “Culture and Resistance in Imagining Palestine”, in Sumud. A New Palestinian Reader, a cura di Malu Halasa e Jordan Elgrably (New York: Seven Stories Press, 2025), 47-62
51 Cfr. Ignacio Martín-Baró, «Hacia una psicología de la liberación», in Psicología de la liberación, ed. Amalio Blanco (Madrid: Trotta, 1991), 283-302.
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