Psicologia in Palestina

David Pavón-Cuéllar

Tradotto dalla Brigata Basaglia e pubblicato originariamente sul loro blog, 27 novembre 2025

Abstract: Viene fornita una panoramica delle diverse forme che prende la psicologia rispetto alla Palestina e nel contesto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele e della resistenza contro tale occupazione. In primo luogo, vengono esaminati criticamente vari studi che affrontano l’aspetto psicologico del cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Si distinguono due grandi categorie di lavori all’interno delle correnti principali della psicologia: quelli che cercano di spiegare e aiutare a risolvere il conflitto e quelli che tentano di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti. L’articolo approfondisce poi un’altra categoria di lavori che si rifanno in modo riflessivo a lavori precedenti e li mettono in discussione per la loro inadeguatezza culturale, l’eurocentrismo, il liberalismo, l’individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste questioni offrono uno sguardo su una psicologia critica emergente, una psicologia critica il cui potere risiede nel suo legame con il popolo palestinese.

Parole chiave: Palestina, Psicologia, Psicologia critica, Israele, popolo.

Traduzione a cura delle Brigata Basaglia (www.brigatabasaglia.org)

Introduzione

L’immagine abituale della Palestina è quella della sua devastazione, degli ultimi brandelli del suo territorio, di un popolo intrappolato tra le mura. È l’immagine di esplosioni, polvere, rovine, macerie, cadaveri, filo spinato, torri di guardia, campi profughi, donne in lacrime e bambini che lanciano pietre contro i carri armati israeliani. È così che la Palestina viene solitamente immaginata nel mondo e anche nell’ambiente accademico e professionale della psicologia.

Di solito gli psicologi immaginano la Palestina come un luogo che può solo essere un ricettacolo di oggetti della psicologia come il lutto, il dolore, la sofferenza, la depressione, l’ansia, l’aggressività, la violenza, la resilienza o disturbi come quello da stress post-traumatico. Questi oggetti, assimilati a ciò che viene descritto come il “conflitto” israelo-palestinese, vengono presentati agli psicologi di tutto il mondo come qualcosa che accade in Palestina e che richiede la loro attenzione per essere studiato, ricercato, spiegato, compreso, trattato, risolto e curato. È così che si pensa che la psicologia agisca o dovrebbe agire in relazione a questo territorio: operando per occuparsi di ciò che vi accade, occupandosene come se ciò fosse il suo obiettivo, applicandosi come se ciò fosse il suo problema.1

La Palestina tende ad essere concepita dagli psicologi come un luogo per gli oggetti della psicologia, ma non come un luogo per la psicologia. Come potrebbero svilupparsi le teorie e le pratiche psicologiche nella miseria della Palestina, tra le sue rovine e le sue macerie, nell’isolamento del suo assedio, nell’urgenza dei suoi abitanti di sopravvivere, nelle sue terre devastate e costantemente minacciate dallo Stato di Israele? Secondo questa idea, non ci sarebbero le condizioni per una psicologia in Palestina, ma solo per una psicologia della Palestina, su di essa, su ciò che vi accade.2

La psicologia lavorerebbe sulla Palestina come le altre scienze del mondo che studiano la Palestina, come le risoluzioni israeliane e statunitensi che riguardano anch’esse la Palestina, come il potere israeliano che grava sulla Palestina, come i droni e gli aerei militari di Tzahal che sorvolano la Palestina e lanciano anche delle bombe su di essa.
Con tutto questo e molto altro ancora che c’è e che ricade su di essa, comprendiamo che la Palestina possa sentirsi oppressa e che sia ricoperta dalle ferite e dalle cicatrici delle sue rovine, delle sue macerie e di tutto quello che immaginiamo quando la immaginiamo. La triste immagine di ciò che ci sarebbe in Palestina è quella di qualcosa di schiacciato e ferito da gran parte di ciò che gravita e precipita su di essa.

In realtà, per quanto pesante sia la situazione in Palestina, c’è ancora molto che resiste e si conserva in essa. La percezione stessa che lì rimangano solo rovine e macerie, polvere e cadaveri, coincide sospettosamente con l’orizzonte del progetto sionista di pulizia etnica destinato a realizzare il sogno di una terra senza popolo per un popolo senza terra. Al di là della fantasia su cui lo Stato di Israele fonda la sua legittimità, la Palestina è una terra con un popolo originario, il popolo palestinese, che ha migliaia di anni di storia, che mantiene viva una cultura raffinata e che recentemente sta sviluppando proposte artistiche, filosofiche e scientifiche molto originali, tra cui una psicologia che abbozzeremo alla fine di questo articolo.

Prima di arrivare alla psicologia del popolo palestinese, esamineremo criticamente diverse ricerche psicologiche sulla Palestina e, in particolare, sul cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Successivamente affronteremo una psicologia più connessa al popolo palestinese, che analizzeremo in lavori che riflettono sulle ricerche precedenti e le mettono in discussione per problemi quali la loro inadeguatezza culturale, il loro eurocentrismo, il loro liberalismo, il loro individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste prospettive critiche ci permetteranno di intravedere una psicologia critica emergente la cui forza risiede nella sua connessione con il popolo palestinese, con la sua lotta e la sua resistenza.

Il nostro primo contatto con la psicologia del popolo palestinese è avvenuto grazie a un eccellente articolo pubblicato di recente dai nostri colleghi Pedro Costa e Kíssila Mendes.Questo articolo ci ha spinto prima a leggere gli autori citati, poi a rintracciare alcuni dei loro riferimenti e, infine, a condurre un’ampia ricerca documentale sulla questione palestinese in campo psicologico. Ricercando con mezzi convenzionali come la ricerca negli indici delle riviste, la consultazione di revisioni sistematiche e lo studio metodico di testi accademici, abbiamo acquisito familiarità con una letteratura scientifica piuttosto ripetitiva e prevedibile, oltre che notoriamente parziale e tendenziosa, in cui prevalgono la lingua inglese, l’affiliazione a università israeliane o statunitensi, la pretesa di neutralità, la visione oggettivante che contraddistingue la psicologia sulla Palestina e il presupposto dell’esistenza di un “conflitto” tra Palestina e Israele.

Questa flagrante riproduzione accademica dei rapporti di potere prevalenti nella sfera politico-mediatica non ci ha impedito di scoprire improvvisamente, negli angoli e ai margini, indizi di ciò che qui rappresentiamo globalmente come la psicologia critica palestinese, cioè la psicologia del popolo palestinese, ispirata e legata ad esso, alle sue lotte e alle sue aspirazioni. Una caratteristica distintiva della psicologia critica palestinese, che la distingue nettamente da altre proposte psicologiche, è quella che la scrittrice Lina Meruane ha descritto come la “vocazione terroristica di chiamare le cose con il loro nome”.È grazie a per questa vocazione che si designa chiaramente ciò che il popolo palestinese sta vivendo come colonialismo, occupazione e genocidio, invece di ricorrere ad altre parole che servono più a nascondere che a mostrare. Una parola nascondiglio ben nota, una delle più utilizzate in campo psicologico, è quella di “conflitto”, con la quale si pretende di sintetizzare tutto ciò che accade tra Israele e Palestina.

La maggior parte delle ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina partono dal presupposto errato che si tratti di un “conflitto”.Basta soffermarsi un attimo sulla questione per rendersi conto che non si tratta di un conflitto, ma di qualcosa di completamente diverso: in primo luogo, un’offensiva unilaterale dell’invasore israeliano con il suo immenso potere economico, politico e militare scatenato contro il popolo palestinese per sbarazzarsene e impossessarsi del suo territorio dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano; in secondo luogo, gli sforzi disperati di questo popolo per difendersi e sopravvivere in una situazione coloniale caratterizzata dall’asimmetria degli interessi e dallo squilibrio delle forze. Ciò che abbiamo qui, in altre parole, è la resistenza contro una situazione di pulizia etnica finalizzata alla spoliazione territoriale.In queste condizioni, descrivere come “conflitto” ciò che accade nel rapporto tra palestinesi e israeliani è tanto fallace e infame quanto lo sarebbe usare lo stesso termine per designare i rapporti tra gli indigeni americani e i colonizzatori europei, tra gli ebrei e i nazisti, o tra i neri e i bianchi sudafricani ai tempi dell’apartheid. Tuttavia, come vedremo ora, la parola “conflitto” è al centro di molte ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina, le quali, riducendo questi eventi a un conflitto, sono esempi di quella che è finita per essere conosciuta come “psicologia del conflitto israelo-palestinese.

La psicologia che cerca di spiegare e risolvere il “conflitto”

La maggior parte degli approcci psicologici al presunto conflitto possono essere raggruppati in due grandi categorie: una è quella dei lavori che trattano direttamente il “conflitto”, l’altra è quella degli studi che ne affrontano gli effetti sui soggetti. Nel primo gruppo predominano gli psicologi sociali, culturali e politici, mentre nel secondo abbondano psichiatri, psicoterapeuti e psicologi clinici e comunitari.

Gli psicologi del primo gruppo tendono a mettere le loro conoscenze, i loro metodi e le loro ricerche al servizio della spiegazione e della risoluzione del “conflitto”. Ciò li porta a concentrarsi sui fattori psicologici a cui attribuiscono la persistenza del conflitto, tra cui fattori cognitivi, emotivi, affettivi, comportamentali, relazionali o persino discorsivi e narrativi. In un classico lavoro di quasi 40 anni fa, ad esempio, Herbert Kelman sosteneva che il “conflitto” non era stato risolto perché era diventato un conflitto a somma zero in cui ciascuna delle parti negava l’identità e il diritto all’esistenza dell’altra parte.8  Pertanto,  l’unica  soluzione  era  il riconoscimento  reciproco  tra  israeliani  e palestinesi, con cui sarebbe stato possibile realizzare ciò che lo stesso Kelman concepì in seguito come un compromesso storico per convalidare le identità e soddisfare i bisogni fondamentali di entrambi i popoli.9

Tra i fattori che impedirebbero la riconciliazione tra il popolo palestinese e quello israeliano, Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal sottolineano le credenze sociali di entrambi i popoli.10 Il cambiamento di queste credenze sarebbe la chiave per risolvere il “conflitto”. Tuttavia, il cambiamento è difficile, poiché le credenze sarebbero funzionali per i popoli, aiutandoli ad affrontare la paura e le diverse difficoltà associate al “conflitto”.
Tra le credenze degli israeliani e dei palestinesi, quelle più ostili alla risoluzione del “conflitto” sarebbero quelle che si condensano e si consolidano nei pregiudizi e negli stereotipi di cui si occupa Moises Salinas.11 Questi, secondo Salinas, costituiscono i maggiori ostacoli alla pace tanto desiderata dagli abitanti della regione. Per raggiungerla, basterebbe superare la rappresentazione pregiudiziale e stereotipata che palestinesi e israeliani hanno l’uno dell’altro e che li porta ad attaccarsi solo per cercare di difendersi da ciò che si attribuiscono reciprocamente.

Inoltre, in modo difensivo, anche i popoli palestinese e israeliano si chiuderebbero in sé stessi. Non si ascolterebbero più a vicenda né dialogherebbero tra loro, tranne che in scambi strumentali, come ha sottolineato Julia Chaitin.12 Per questa autrice, l’ascolto e il dialogo sono le chiavi per la riconciliazione, poiché condizionano la possibilità di un cambiamento delle credenze sociali e di un riconoscimento reciproco.

Oltre alle credenze e alla mancanza di riconoscimento, recentemente Alon Ben-Meir ha preso in considerazione altri fattori che impediscono la risoluzione del “conflitto”, tra cui la resistenza psicologica, le esperienze passate, la percezione storica e le convinzioni religiose.13 Curiosamente, per Ben-Meir, questi e altri fattori sarebbero ancora più decisivi della disputa per la terra. Più che storico, sociopolitico ed economico, il nocciolo del “conflitto” sarebbe psicologico. La psicologizzazione, l’esagerazione dell’importanza della psicologia nel “conflitto”, è portata da Ben-Meir a un estremo rivelatore. Ben-Meir svela ciò che è in gioco nelle diverse spiegazioni psicologiche del conflitto a cui abbiamo fatto riferimento. Spiegando il “conflitto” principalmente attraverso la psicologia, si minimizza o addirittura si ignora la storia, la società, l’economia e la politica. Ciò permette di dimenticare le violenze dirette e indirette o strutturali che il sionismo ha perpetrato sui palestinesi da quasi un secolo: l’immenso furto di terre e altre proprietà, il saccheggio delle risorse, l’assedio, l’impoverimento culturale e socioeconomico, la distruzione di abitazioni e infrastrutture, il disprezzo e l’umiliazione, l’emarginazione e la segregazione, lo sfruttamento e oppressione, la repressione e persecuzione, la migrazione forzata, l’incarcerazione arbitraria e lo sterminio sistematico.
È indiscutibile che i danni inflitti dallo Stato di Israele ai palestinesi siano incomparabilmente maggiori di quelli inflitti dalla Palestina agli israeliani. Questa asimmetria scompare quando prestiamo attenzione solo all’aspetto psicologico del problema, giudicandolo il più importante e determinante. La considerazione unilaterale dell’aspetto psicologico ci fa anche perdere di vista il fatto che la violenza palestinese si distingue fondamentalmente da quella israeliana per essere difensiva e non offensiva, reattiva e non invasiva, da parte degli oppressi e non degli oppressori, per liberarsi e non per dominare, per sopravvivere e non per espandersi, con uno scopo di resistenza e non di colonizzazione. Tutto questo svanisce in un regno della psicologia in cui i palestinesi possono riconciliarsi con gli israeliani, rassegnarsi a ciò che accade, dimenticare, perdonare e lasciarsi alle spalle un debito storico semplicemente impossibile da ripagare. Apparentemente, invece di continuare ad amareggiarsi e indignarsi pensando alla colonizzazione, alla devastazione, all’esilio e al genocidio, i palestinesi dovrebbero pensare, con l’aiuto degli psicologi, a temi confortanti come quelli sottolineati dagli autori citati: la mancanza di riconoscimento reciproco in Kelman, le credenze sociali in Rouhana e Bar-Tal, i pregiudizi e gli stereotipi in Salinas, la mancanza di ascolto e dialogo in Chaitin, e la percezione storica e le convinzioni religiose in Ben-Meir. Queste categorie psicologiche sono come formule magiche per scongiurare e dissipare non solo la cattiva coscienza di Israele, ma anche il suo debito nei confronti dei palestinesi. Invece di pagare il debito, si sceglie di volatilizzarlo nella psicologia.

In questo modo, la prospettiva psicologica permette di relativizzare il danno oggettivo inflitto ai palestinesi, nonché di oggettivarlo e derealizzarlo per non doverlo riparare. Invece di risarcire i palestinesi lasciandoli tornare nei loro territori e restituendo loro terre, ulivi, case e villaggi, è molto più facile ed economico per lo Stato di Israele risolvere il “conflitto” avvalendosi dei propri psicologi per ottenere che i palestinesi riconoscano l’identità israeliana, cambino le loro convinzioni su Israele, ascoltino rispettosamente coloro che hanno sottratto loro il territorio, dialoghino cordialmente con loro e imparino a percepirli in modo diverso. La soluzione avviene quindi nella mente e non nella realtà, nel mondo psichico interno e non in quello socioeconomico esterno, come spesso accade nella psicologia, che, senza offrire nulla per porre fine alla violenza degli aggressori israeliani contro le loro vittime palestinesi, può solo rivittimizzare queste ultime incolpandole di ciò che soffrono ed esortandole a perdonare i veri colpevoli.

La psicologia che cerca di individuare, comprendere e trattare gli effetti del “conflitto”

In contrasto con i lavori appena citati, ce ne sono altri che sembrano politicamente meno discutibili, ma solo perché non sono così chiaramente ed evidentemente legati alla politica. Si tratta di lavori che non fanno riferimento diretto al “conflitto”, ma ai suoi effetti sulle vittime palestinesi. Molti effetti sono già di per sé psicologici, quindi non è necessario psicologizzarli per affrontare psicologicamente il “conflitto”.

Tra i vari effetti psicologici della violenza israeliana sulla Palestina, forse il più studiato è il disturbo da stress post-traumatico, in cui i soggetti rimangono spaventati, ansiosi e depressi per diversi mesi e persino anni dopo l’esperienza traumatizzante.

Esistono decine di pubblicazioni sullo stress post-traumatico dei palestinesi, nonché revisioni sistematiche di queste pubblicazioni.14 Sono state inoltre sistematicamente revisionate pubblicazioni su altri effetti psicologici del “conflitto” che non raggiungono le soglie del disturbo da stress post-traumatico, anche se comportano cambiamenti nel modo di pensare, sentire e agire, nonché danni al benessere dei soggetti.15 Esistono anche studi su altri effetti, tra cui i comportamenti violenti e antisociali,16 depressione, stress e ansia,17 insonnia e altri disturbi del sonno.18 Abbiamo qui un immenso accumulo di ricerche che dimostrano oggettivamente, con precisione e rigore, l’enorme sofferenza inflitta dallo Stato di Israele ai palestinesi.

Alcuni lavori non si limitano a rilevare gli effetti psicologici della violenza israeliana, ma cercano di comprenderli, indagando in particolare ciò che può attenuarli. Raija-Leena Punamäki e i suoi collaboratori, ad esempio, hanno dimostrato che lo stress post- traumatico dei bambini palestinesi è meno grave quando i genitori sono affettuosi con loro.19

Da parte loro, Rozanna Aitcheson e i suoi colleghi hanno individuato altri fattori favorevoli alla resilienza degli adolescenti, tra cui una maggiore autoregolazione, capacità di coping più solide, un atteggiamento ottimista e la percezione che la famiglia rappresenti il mondo come qualcosa di comprensibile.20

Ricerche come quella appena citata evidenziano l’importanza dell’atteggiamento e della percezione nell’esperienza dei palestinesi. Per comprendere meglio questo fattore soggettivo, Phillip Hammack sottolinea il peso delle narrazioni storiche e identitarie, tra cui le tragiche narrazioni di perdita e spoliazione.21 Il suo lavoro ci permette di intravedere come le narrazioni, influendo sulla soggettività, potrebbero contribuire ad alleviare le sofferenze dei giovani palestinesi.

Il sollievo può essere ricercato anche in modo strategico e metodico attraverso tecniche di riabilitazione come quelle implementate da Sofián El-Astal con gli studenti di Gaza, offrendo loro laboratori con meditazioni incentrate sul perdono ed esercizi di respirazione, espressione, auto-stimolazione e immaginazione di un luogo sicuro.22 Esistono ovviamente altri possibili trattamenti. Uno ben noto per la sua efficacia, utilizzato da Dana Bdier e Fayez Mahamid con adolescenti palestinesi traumatizzati, è la terapia cognitivo-comportamentale di esposizione prolungata, che consiste in un avvicinamento graduale ai ricordi e ai sentimenti legati al trauma.23

Senza dubbio è necessario trattare il trauma, ma ciò non è sufficiente quando la situazione traumatizzante persiste durante il trattamento. Finché lo Stato di Israele continuerà l’occupazione dei territori e continuerà la sua violenza mortale e devastante contro il popolo palestinese, le diverse tecniche psicoterapeutiche e riabilitative concepite da El-Astal, Bdier e Mahamid costituiscono semplici cure palliative che non curano il male, ma si limitano ad alleviare sintomi come quelli dello stress post- traumatico.
L’idea stessa di questo stress è fuorviante, poiché i palestinesi continuano a vivere in una situazione traumatica, non trovandosi in un momento già post-traumatico.

Diciamo che i palestinesi non sono ancora in un luogo sicuro ed è per questo che possono solo immaginarlo come nella tecnica di El-Astal. Dietro ciò che si immagina, la realtà materiale è fatta di totale insicurezza perché ci si trova in una situazione traumatica permanente, che, inutile dirlo, esiste di per sé, indipendentemente dalle narrazioni a cui si riferisce Hammack. Forse l’elaborazione dell’esperienza traumatica può essere favorita narrativamente, ma non è così che si porrà fine al trauma e si dissolverà ciò che è traumatizzante. Centinaia di migliaia di palestinesi rimarranno traumatizzati finché lo Stato di Israele continuerà a traumatizzarli, a molestarli, a minacciarli, a intimidirli, a perseguitarli e ad attaccarli con droni, proiettili e bombardamenti.

In condizioni di occupazione, spoliazione e guerra permanente, non ci si può affidare esclusivamente a fattori psicologici quali l’affetto paterno e l’ottimismo a cui fanno riferimento Punamäki e Aitcheson con i rispettivi collaboratori. Ciò che emerge da queste piccole soluzioni a grandi problemi non è altro che la debolezza e l’impotenza degli psicologi, così come, a volte, solo a volte, emerge anche la meschinità e la miseria della psicologia. La comprensione psicologica degli effetti non dovrebbe portarci a dimenticare la causa, la realtà materiale e storica della violenza di Israele contro la Palestina, per concentrarci sui fattori attenuanti o aggravanti.

Haj-Yahia e Makkawi: superare le insufficienze della psicologia sulla Palestina

Studi come quelli recentemente messi in discussione non solo presentano i problemi che abbiamo appena evidenziato, ma anche molti altri che sono stati acutamente identificati da diversi autori critici. Ciò che contraddistingue questi autori è che ammettono apertamente il nocciolo politico della questione, riferendosi chiaramente all’occupazione israeliana, senza nasconderla con la fantasia del “conflitto” e senza limitarsi a curarne gli effetti psicologici. C’è qui una sorta di buon senso che proviene dal popolo palestinese e che permette di rivolgersi criticamente contro le ricerche, le riflessioni e gli interventi della psicologia sulla Palestina che abbiamo esaminato nei due paragrafi precedenti.
Muhammad Al Haj-Yahia è stato un pioniere nel mettere in discussione le carenze metodologiche della ricerca psicologica in Palestina, l’utilizzo di scale occidentali culturalmente inadeguate al contesto e la mancanza di utilità e applicabilità per la

popolazione oggetto di studio.24 Dopo aver letto Haj-Yahia, Ibrahim Makkawi ha

completato la sua critica mettendo in discussione l’orientamento “riduzionista, individualista e positivista” della stessa psicologia che svolge ricerche in Palestina, nonché la sua pretesa di neutralità e il suo esclusivo scopo di “promozione accademica” senza effetti concreti sulla realtà.25 Secondo Makkawi, la maggior parte degli psicologi, psicoterapeuti e psichiatri non sarebbe al servizio del popolo palestinese, ma di se stessi e delle istituzioni o organizzazioni in cui sarebbero inseriti, siano esse governative o non governative.

Cercando le cause della disconnessione degli operatori di salute mentale rispetto al popolo palestinese, Makkawi le ha individuate negli Accordi di pace di Oslo del 1993. Gli accordi hanno istituito un quadro liberale che ha facilitato, regolamentato e promosso l’invasione di “finanziamenti provenienti dai paesi capitalisti occidentali” che, oltre a corrodere la “coesa comunità palestinese”, ha contribuito a indebolire le “antiche organizzazioni di volontariato di base” e sostituirle con organizzazioni non governative con “approcci individualistici al counseling e alla psicoterapia”.26 Queste organizzazioni disponevano di risorse sufficienti per cooptare numerosi psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, depoliticizzandoli e allontanandoli dal popolo palestinese, intrappolandoli nelle loro agende, logiche e priorità.

Ribellandosi alla depoliticizzazione e alla disconnessione dei suoi colleghi rispetto al popolo palestinese, Makkawi ha proposto una psicologia comunitaria critica, ripoliticizzata e riconnessa con il popolo.

La sua proposta si basava sul riconoscimento che la violenza scolastica e domestica, i comportamenti ad alto rischio, l’incapacità di emanciparsi e altri problemi di salute mentale derivano da fenomeni quali “l’occupazione continua, la violenza militare, il muro di separazione coloniale, i posti di blocco, l’embargo economico, l’aumento della povertà, la detenzione e la tortura, gli omicidi e le stragi, la chiusura delle scuole e la distruzione sistematica delle infrastrutture” in Palestina.27 Questi fenomeni oggettivi erano quindi al centro dell’attenzione del programma di “psicologia comunitaria critica non riduzionista” introdotto da Makkawi all’Università di Birzeit in Cisgiordania: un programma ispirato in parte dal pensiero latinoamericano impegnato, guidato da metodi come la ricerca-azione partecipativa di Orlando Fals Borda e accompagnato da una “psicologia sociale della liberazione” basata sia sulla proposta omologa di Ignacio Martín-Baró sia sull’”educazione dialogica” e sulla “coscienza” così come concepite da Paulo Freire.28 Il lavoro a Birzeit ha costituito un’eccezione in Palestina, dove la psicologia, la psicoterapia e la psichiatria tendono a rimanere confinate nel riduzionismo, nell’individualismo, nel positivismo, nell’accademismo e negli altri problemi diagnosticati da Makkawi.

Meari e Jabr: Nakbasumud e intifada

La diagnosi di Makkawi trova conferma negli studi psicologici e psichiatrici sul trauma in Palestina. In questi studi, Lena Meari ha individuato un orientamento “eurocentrico” e “liberale” che tende a individualizzare, psicologizzare, depoliticizzare e decontestualizzare il trauma, vedendo i palestinesi non più come attori, ma come semplici vittime, il che ha “ramificazioni soggettive e politiche pregiudizievoli per la lotta anticoloniale”.29 In alternativa, ciò che Meari propone si riassume nel concetto palestinese di sumud, inteso non come semplice resilienza psicologica, ma come capacità politica di resistenza, come «forza indefinibile che rappresenta la possibilità di una prassi politica al di fuori dell’ambito delle forme normalizzate della politica», una «fermezza» che è «un divenire rivoluzionario costante che apre la possibilità di un regime alternativo dell’essere, di un’identità relazionale etico-politica».30 Tutto ciò, che permette di resistere efficacemente all’occupazione israeliana, rischia di perdersi quando gli operatori della salute mentale psicologizzano e quindi depoliticizzano il trauma dell’occupazione, il sumud palestinese e il modo in cui si manifesta nella resistenza, nell’intifada.

In accordo con Meari, Samah Jabr ha osservato come gli psicologi, psichiatri e psicoterapeuti possono finire per indebolire il sumud l’intifada, la fermezza e la resistenza dei palestinesi, oltre che esacerbare le loro sofferenze, sostenendo che «i problemi sono nella loro testa».31 Jabr ha anche concordato con Meari nel criticare in particolare la nozione individualista occidentale di trauma perché non corrisponde né alla realtà storica, né alla specificità culturale, né alla natura collettiva dell’esperienza palestinese di «umiliazione, oggettivazione, abbandono forzato ed esposizione quotidiana a stress tossico».32 Ignorando questa esperienza, una diagnosi forzata come quella del disturbo da stress post-traumatico servirebbe solo a patologizzare l’individuo «senza  offrire  soluzioni  per  un  contesto patogeno»33  e  senza  cogliere  appieno «l’esperienza del trauma storico dei palestinesi, un trauma deliberato, coloniale, continuo, collettivo, cumulativo e intergenerazionale», nonché «sistematicamente inflitto», che «si ripercuote su tutti gli ambiti della vita, della salute, identità, cultura ed economia”.34 Questi tratti dell’esperienza dei palestinesi costituiscono il filo conduttore della teoria del trauma storico sviluppata da Jabr.

Il paradigma del trauma storico è la Nakba, concepita da Jabr non solo come la catastrofe provocata dagli israeliani quando espulsero dalle loro terre quasi un milione di palestinesi nel 1948, ma come tutto ciò che si scatenò in quel momento e perdura fino ai giorni nostri, ciò che viene vissuto come un “insulto rinnovato”, come ” sofferenza accumulata”, come “ferita mai guarita”, come “immagine di sé danneggiata” che si trasmette di generazione in generazione.35 L’unico rimedio a questa esperienza traumatica si trova, secondo Jabr, oltre il piano psicologico individuale, nella «cura collettiva attraverso narrazioni popolari, rituali e rappresentazioni simboliche»,36 ma soprattutto nel sumud nell’intifada, nella fermezza e in una lotta di resistenza «umanizzante» che permette di superare il senso di impotenza e garantire la «coerenza cognitiva attraverso il rifiuto dell’oppressione», così come nella solidarità internazionale che «convalida l’umanità dei palestinesi riconoscendo i loro sentimenti e la loro soggettività».37 L’unico rimedio al trauma è quindi politico, il che, secondo Jabr, è coerente con il fatto che anche la causa del trauma è politica.

Farajallah, gli Sheehi e il team di Hakim: politica, storia e contesto della psicologia in Palestina

Il riconoscimento del fattore politico, sia per quanto riguarda le cause che rispetto alla cura del trauma palestinese, lo si trova anche nel lavoro di Iman Farajallah. Questo autore condivide il punto di vista di Sami Owayda, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Gaza, quando ammette che la causa del trauma è l’occupazione e che quindi «la soluzione è politica e non psicologica».38 Tra le strategie proposte da Farajallah per superare la continua esperienza traumatica, sono significative quella di “continuare a sostenere la causa palestinese” e quella di evitare di “normalizzare o perdere la speranza”.39 Lavorare per la salute mentale in Palestina richiede di andare oltre la psicoterapia individuale o di gruppo e di unirsi al popolo palestinese nelle sue campagne e proteste di piazza contro l’ingiustizia di cui è vittima.

Grazie al suo legame con il popolo palestinese, Farajallah ha il buonsenso di riconoscere che solo l’azione politica consente di andare oltre le cure palliative, affrontando “la radice” del trauma con “un approccio olistico che includa la fine dell’occupazione”.40 Qualcosa di così semplice ed evidente come ciò che riconosce Farajallah è ciò che spesso si perde di vista nella psicologia che si occupa di ciò che accade in Palestina e, in particolare, nelle sue proposte di trattamenti apolitici di disturbi traumatici decontestualizzati. In tali trattamenti, infatti, il contesto politico della colonizzazione israeliana scompare dietro lo schermo psicologico delle sue conseguenze traumatiche per gli individui traumatizzati.

Allo stesso modo di Jabr e Farajallah, Lara e Stephen Sheehi sottolineano come il colonialismo di insediamento o colonizzazione, con il suo aspetto “psicologico” ed “estrattivo dal punto di vista psicologico”, può essere mascherato dai professionisti della salute mentale con i loro discorsi incentrati sulla “normalizzazione”, il “trauma” e la “resilienza”.41

Gli Sheehi denunciano anche come i paradigmi della “vittima del trauma” e della “resilienza apolitica” servano solo a “svuotare i soggetti palestinesi dei loro mondi interiori, delle loro politiche sessuali e di genere, delle loro condizioni materiali e dei loro contesti politici”.42 Questa depoliticizzazione e smaterializzazione accompagnano inevitabilmente la psicologizzazione di ciò che hanno sofferto i palestinesi.

La tendenza degli psicologi a psicologizzare e mistificare in altri modi ciò che accade in Palestina è accuratamente dimostrata e denunciata nel lavoro analitico di Nader Hakim e dei suoi colleghi.43 Questi autori offrono una revisione critica sistematica dei lavori esistenti di psicologia sociale sperimentale sulla Palestina, in cui scoprono che si tende a descrivere il contesto come “conflitto”, a equiparare in modo ingannevole le violenze della Palestina e di Israele, a ignorare le circostanze materiali e a ridurre le variabili indipendenti materiali a fattori psicologici quali sentimenti e atteggiamenti. In generale, come osservano Hakim e il suo team, la maggior parte dei lavori di psicologia sociale sulla Palestina sono caratterizzati dalla destoricizzazione e dalla decontestualizzazione di ciò che indagano, evitando di riconoscere il contesto “come uno di occupazione” e mascherando il rapporto “tra i membri di uno Stato colonizzatore e gli abitanti nativi di quella terra” con l’immagine di due gruppi di “trasgressori” in “conflitto”.44

Per spiegare l’insieme di pregiudizi e mistificazioni che rilevano, Hakim e i suoi collaboratori fanno riferimento alla «scarsa rappresentanza di partecipanti e ricercatori palestinesi».45 Questo fattore è problematico perché implica fin dall’inizio, fin dalla progettazione stessa delle ricerche, un carattere fondamentalmente distorto, parziale e tendenzioso a favore della prospettiva israeliana. Inoltre, ciò che più ci interessa in questo contesto è che la mancanza di rappresentanza del popolo palestinese nelle ricerche impedisce di apprendere tutto ciò che questo popolo può insegnarci.

La psicologia critica e il suo legame con il popolo palestinese

L’insegnamento del popolo palestinese è proprio ciò che contraddistingue le opere di autori critici come quelli appena citati. Ciò che distingue questi autori non è esattamente il fatto di essere palestinesi e non israeliani, poiché alcuni di loro, in realtà, non sono nemmeno palestinesi. Ciò che li contraddistingue è piuttosto ciò che questi autori hanno umilmente imparato dal popolo palestinese, dalla sua esperienza storica di sofferenza, lotta e resistenza.46

Ciò che il popolo palestinese ha insegnato trasforma gli autori critici in portavoce, rappresentanti e intellettuali organici del popolo, consentendo loro persino di assimilarne lo spirito. Grazie a tale assimilazione, autori come Jabr e Makkawi possono pensare con il popolo e come il popolo. Si distinguono così dagli esperti convenzionali citati in precedenza, come Kelman, Ben-Meir, Hammack, El-Astal o Bdier e Mahamid, che tendono a porsi al di sopra delle conoscenze popolari e a lasciarsi guidare esclusivamente dalle conoscenze accademiche e professionali in campo psichiatrico e psicologico.

Così come il legame con il popolo palestinese non è un privilegio degli psichiatri e degli psicologi palestinesi, allo stesso modo il distacco e l’allontanamento da esso non è un problema solo degli israeliani, degli europei e degli americani che lavorano nella regione, ma anche di molti psichiatri e psicologi palestinesi. Molti di loro devono o preferiscono lavorare come scienziati o esperti depoliticizzati, come professionisti o accademici distaccati e lontani dal popolo palestinese, al servizio di istituzioni o organizzazioni che operano nel quadro liberale degli Accordi di Oslo del 1993, che garantiscono la coesistenza di israeliani e palestinesi in condizioni di occupazione, colonizzazione, dominio, oppressione e annientamento di questi ultimi dai primi.47 In condizioni come queste, il normale lavoro della psichiatria e della psicologia, così come concepita in Israele, Europa e Stati Uniti, ha logicamente richiesto di disconnettersi e prendere le distanze dal popolo palestinese.

Il distacco e l’allontanamento dal popolo palestinese si traducono logicamente e necessariamente in punti ciechi, deboli e problematici nelle ricerche che riguardano lo stesso popolo, punti facilmente individuabili dagli autori che rimangono vicini al popolo e internamente connessi con esso. Grazie a questa connessione, gli autori critici sono nella posizione migliore per discernere gli errori, le lacune, i pregiudizi e gli altri problemi dei lavori psicologici in cui si cerca di spiegare e risolvere il presunto conflitto o di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti sui soggetti.

Questa psicologia sulla Palestina rivela la sua inadeguatezza culturale, il suo eurocentrismo, il suo liberalismo, il suo individualismo e i suoi meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione quando viene giudicata in Palestina, dalla Palestina, dal punto di vista del popolo palestinese, che è proprio il punto di vista adottato dalla psicologia critica palestinese.

Oltre alla loro capacità critica, gli psicologi critici palestinesi possono trasmetterci molto di ciò che imparano positivamente dal popolo palestinese. Una parte di questo apprendimento è evidente in diverse lezioni per la psicologia, tra cui otto che esamino minuziosamente altrove, mostrando come aprono vie alternative per sfuggire alle inerzie dominanti in ambito psicologico accademico e professionale: la connessione con il popolo come rimedio contro l’isolamento di professori e professionisti; la visione dal basso per sfidare le prospettive elitarie dominanti; la decolonizzazione di fronte alla dipendenza e al dominio delle epistemologiei europee-statunitensi; la territorializzazione per porre fine all’universalismo; la rievocazione di fronte all’amnesia; la collettivizzazione di fronte all’individualismo liberale; la risoggettivazione  contro  l’oggettivismo  e  la  ripoliticizzazione  per  superare  lo psicologismo.48 Queste lezioni e altre ancora potrebbero cambiare profondamente la psicologia e altre scienze umane e sociali insegnate nelle università e praticate nelle società di tutto il mondo. Tuttavia, difficilmente ciò avverrà, poiché il cambiamento è  ostacolato  da  fattori  avversi  e insormontabili:  fattori  strutturali economici, politici e ideologici inerenti all’attuale fase storica di consolidamento del capitalismo, che, tra l’altro, contribuiscono anche a perpetuare la violenza dello Stato di Israele.

Conclusione

La violenta occupazione israeliana dei territori palestinesi è sostenuta dalla struttura capitalista con la sua logica neocolonialista imperialista, espansionista, razzista ed estrattivista. Questa struttura è la stessa che mantiene il dominio di certi modelli psicologici strutturalmente funzionali al capitalismo.49 Per quanto riguarda le alternative nella psicologia critica, non possono che essere marginalizzati e resistere con enormi difficoltà, proprio come il popolo palestinese, ma ovviamente su piani diversi e con implicazioni vitali incomparabili.

Pur rispettando il divario che si apre tra la vita e la sua teorizzazione, forse dovremmo lasciarci guidare dal popolo palestinese nel riconsiderare cosa significhino emarginazione e resistenza, così come trasgressione e sovversione, per noi che affrontiamo criticamente i discorsi teorici della psicologia. Non è forse ciò che hanno fatto gli psicologi critici palestinesi nel mettere in discussione le ricerche psicologiche sulla Palestina? La messa in discussione è stata fatta dalla Palestina, in Palestina, ma non esattamente come luogo geografico, bensì come posizione politica di marginalità e resistenza, di trasgressione e sovversione, di fermezza intesa come sumud e di lotta intesa come intifada.

Certamente, per quanto politicizzata, la psicologia critica palestinese svolge un lavoro teorico rigoroso, coerente e piuttosto elaborato. Tuttavia, se qui c’è teoria, è in un senso molto preciso che è stato acutamente colto da Ilan Pappé in diversi teorici palestinesi: il senso paradossale di una “teorizzazione pratica” realizzata in spazi marginali, legata alla resistenza, inserita in una cultura “intrecciata con la lotta politica” e necessariamente “rilevante per la lotta di liberazione”.50 Questo tipo di teorizzazione è ciò che ha prodotto proposte di psicologia critica palestinese come quelle che abbiamo esaminato qui.

Come abbiamo visto, gli psicologi critici palestinesi desiderano mettere le loro risorse teoriche e pratiche al servizio del loro popolo e della sua lotta di liberazione. Aspirano quindi a una psicologia liberatrice, ma sanno che ciò è possibile solo, come ci ha insegnato Martín-Baró in America Latina, quando la psicologia stessa riesce a liberarsi dalle proprie catene.51 Nel caso della Palestina, queste catene sono proprio ciò a cui si riferiscono le critiche di ciascuno degli autori citati: l’inadeguatezza culturale in Al Haj-Yahia, il riduzionismo e l’individualismo in Makkawi, la psicologizzazione in Jabr e Meari, la depoliticizzazione in Farajallah, la normalizzazione negli Sheehi e la destoricizzazione e la decontestualizzazione in Hakim e nei suoi colleghi.

Le catene della psicologia sono l’oggetto della psicologia critica palestinese che, rivolgendosi criticamente su sé stessa, cerca di liberarsi dalle catene che le impediscono di essere liberatrice per il popolo. Comprendiamo che è infine grazie al popolo, alla sua lotta di liberazione, che qualcosa come la psicologia critica può avere senso in contesti in cui il popolo stesso ha bisogno di liberarsi per salvarsi, per sopravvivere, per non essere annientato dal potere brutale che lo domina.

NOTE

Cfr. Daniel Bar-Tal, “Israeli-Palestinian Conflict: A Cognitive Analysis”, International Journal of Intercultural Relations 14, n. 1 (1990): 7-29.

Cfr. Moises F. Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain: The Psychology of the Israeli- Palestinian Conflict (Westport: Praeger, 2007).

Cfr. Pedro A. Costa e Kíssila Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine: More than Psychotherapy, We Need a Truly Community Psychology”, Psychotherapy & Politics International 23, n. 1 (2025): 1-15.

4  Lina Meruane, Palestina en pedazos (Città del Messico: Random House, 2014), 144.

Cfr. Elizabeth Matthews, The Israel-Palestine Conflict: Parallel Discourses (Londra: Routledge, 2011).

6  Vedi Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine (Londra: Oneworld, 2006).

7  Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.

Herbert C. Kelman, “The Political Psychology of the Israeli-Palestinian Conflict: How Can We Overcome the Barriers to a Negotiated Solution?”, Political Psychology 8, n. 3 (1987): 347- 363.

Herbert C. Kelman, “The Israeli-Palestinian Peace Process and its Vicissitudes: In-sights

from Attitude Theory”, American Psychologist 62, n. 4 (2007): 287-303.

10 Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal, “Psychological Dynamics of Intractable Ethnon-ational Conflicts: The Israeli-Palestinian Case”, American Psychologist 53, n. 7 (1998): 761-770.

11  Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.

12 Julia Chaitin, “How Can We Speak to One Another? Dialogue Between Jews and Palestinians on the Path to Peace and Social Change”, in Peace-Building in Israel and Palestine: Social Psychology and Grassroots Initiatives (New York: Palgrave Macmillan, 2011), 55-75.

13 Alon Ben-Meir, “Psychological Impediments Are at the Core of the Israeli–Palestinian Conflict”, Politics & Policy 51, n. 3 (2023): 488-503.

14 Cfr. Marie Mohammad, Sana SaadAdeen e Maher Battat, “Anxiety Disorders and PTSD in Palestine: A Literature Review”, BMC Psychiatry 20 (2020): 1-18. Cfr. anche: Nisreen Agbaria et al, “Prevalence of Post-Traumatic Stress Disorder Among Palestinian Children and Adolescents Exposed to Political Violence: A Systematic Review and Meta-Analysis”, PLoS one 16, n. 8 (2021): 1-20.

15  Vedi Lynsay Ayer, et al., “Psychological Aspects of the Israeli-Palestinian conflict: A Systematic Review”, Trauma, Violence, & Abuse 18, n. 3 (2017): 322-338.

16 Eric Dubow, et al., “Serious Violent Behavior and Antisocial Outcomes as Conse-quences of Exposure to Ethnic Political Conflict and Violence Among Israeli and Pales-tinian Youth”, Aggressive Behavior 45, n. 3 (2019): 287-299.

17 Belal Aldabbour, et al, “Psychological Impacts of the Gaza War on Palestinian Young Adults: A Cross-Sectional Study of Depression, Anxiety, Stress, and PTSD Symptoms”, BMC Psychology 12, n. 1 (2024): 696-705.

18 Fayez Mahamid, Bilal Hamamra e Dana Bdier, “Traumatic Events Predict Sleep

Disturbance Among Palestinians: The Moderating Roles of Resilience and Posttraumatic Growth”, Traumatology (2025, in stampa).

19 Raija-Leena Punamäki, Samir Qouta e Eyad El-Sarraj, “Resiliency Factors Predicting Psychological Adjustment After Political Violence Among Palestinian Children”, International Journal of Behavioral Development 25, n. 3 (2001): 256-267.

20  Rozanna Aitcheson, et al., “Resilience in Palestinian Adolescents Living in Gaza”, Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy 9 (2011): 36-43.

21 Phillip L. Hammack, Narrative and the Politics of Identity: The Cultural Psychology of Israeli and Palestinian Youth (Londra: Oxford University Press, 2010).

22 Sofián El-Astal, “Memorie traumatiche e stress post-traumatico nei bambini e nei

giovani palestinesi della Striscia di Gaza”, Pensando Psicología 12 (2016): 5-12.

23 Dana Bdier e Fayez Mahamid, “L’efficacia di un programma terapeutico di gruppo basato sulla terapia dell’esposizione prolungata nella riduzione dei sintomi del disturbo da stress post-traumatico in un campione di adolescenti palestinesi traumatizzati”, Journal of Psychosocial Rehabilitation and Mental Health 10, n. 2 (2023): 277-286.
24 Muhammad Al Haj-Yahia, “Challenges in Studying the Psychological Effects of Palestinian Children’s Exposure to Political Violence and Their Coping With This Traumatic Experience”, Child Abuse & Neglect 31 (2007): 691-697.

25 Ibrahim Makkawi, “Verso un paradigma emergente di psicologia critica di comunità in Palestina”, The Journal of Critical Psychology, Counselling and Psychotherapy,

9, n. 2 (2009): 81-83.

26 Ibrahim Makkawi, “Psychology of the Oppressed: Encounters with Community Psychology in Palestine”, Global Journal of Community Psychology Practice 3, n. 4 (2012): 371- 372.

27 Ibid., 372.

28 Ibrahim Makkawi, “The Rise and Fall of Academic Community Psychology in Palestine and the Way Forward”, South African Journal of Psychology 47, n. 4 (2017): 485-487.

29 Lena Meari, “Reconsidering Trauma: Towards a Palestinian Community Psychology”, Journal of Community Psychology 43, n. 1 (2015): 81.

30 Lena Meari, “Sumud: A Palestinian Philosophy of Confrontation in Colonial Prisons”, South Atlantic Quarterly 113, n. 3 (2014): 549

31 Samah Jabr, Sumud en tempos de genocidio (Rio de Janeiro: Tabla, 2024), 29.

32 Ibid., 56.

33  Ibid., 60.

34 Ibid., 175-176.

35  Ibid., 49.

36  Ibid., 50.

37 Ibid., 117-119.

38 Iman Farajallah, “Continuous Traumatic Stress in Palestine: The Psychological Effects of the Occupation and Chronic Warfare on Palestinian Children”, World Social Psychiatry 4, n. 2 (2022): 116.

39  Ibid., 117.

40 Iman Farajallah, “Behind the Rubble: Psychological Trauma of Wars and Human Rights Abuses on Women and Children in Gaza”, Anatolian Clinic the Journal of Medical Sciences 29 (2024): 132-133.

41 Stephen Sheehi e Lara Sheehi, Psychoanalysis Under Occupation: Practicing Resistance in Palestine (Londra: Routledge, 2022), 7.

42  Ibid., 11.

43 Nader Hakim, et al., “Turning the Lens in the Study of Precarity: On Experimental Social Psychology’s Acquiescence to the Settler-Colonial Status Quo in Historic Palestine”, British Journal of Social Psychology 62 (2022): 21-38.

44  Ibid., 31.

45  Ibid., 32.

46 Costa e Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine”, 1-15.

47  Haidar Eid, Decolonizing the Palestinian Mind (Barcellona: Verso, 2014).

48 David Pavón-Cuéllar, «Ocho lecciones del pueblo palestino para la psicología», Teoría y Crítica de la Psicología 22 (2025): 88-106.

49  David Pavón-Cuéllar, Psicología crítica: definición, antecedentes, historia y actual (Città del Messico, Itaca, 2019).

50 Ilan Pappé, “Culture and Resistance in Imagining Palestine”, in Sumud. A New Palestinian Reader, a cura di Malu Halasa e Jordan Elgrably (New York: Seven Stories Press, 2025), 47-62

51 Cfr. Ignacio Martín-Baró, «Hacia una psicología de la liberación», in Psicología de la liberación, ed. Amalio Blanco (Madrid: Trotta, 1991), 283-302.

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Infamias de Israel

David Pavón-Cuéllar

Que Israel desate su guerra contra Irán con el pretexto del programa nuclear iraní: programa que Irán estaba dispuesto a negociar y que de hecho negociaría en estos días.

Que Israel, teniendo medio centenar de bombas atómicas, ataque a Irán por querer tener algunas de tales bombas, como si únicamente Israel gozara del privilegio de tenerlas en Medio Oriente y como si el afán de Irán de tenerlas no hubiera sido ya desmentido recientemente por expertos e incluso por Tulsi Gabbard, la Directora Nacional de Inteligencia de Estados Unidos.

Que Israel presente a Irán como la gran amenaza nuclear para el mundo, cuando sabemos que Irán, a diferencia de Israel, no tiene bombas atómicas, ha firmado el Tratado de no Proliferación de Armas Nucleares y se ha sometido a varias inspecciones del Organismo Internacional de Energía Atómica.

Que se culpe de la violencia en Medio Oriente a Irán, un país que jamás atacó a sus vecinos, excepto defensivamente a Irak entre 1980 y 1988, mientras que Israel atacó en el último año a Palestina, Siria, Yemén, Líbano y ahora Irán.

Que Israel mate, por cada uno de sus muertos, aproximadamente a 10 iraníes y 50 palestinos, y que sean mayoritariamente civiles, ancianos, mujeres y niños.

Que Israel esté utilizando la cortina de fuego y humo de la infame guerra contra Irán para ocultar la mayor de las infamias, la del genocidio en Gaza, donde los israelíes están hambreando a la población, han exterminado con sus bombas al menos a 50 mil inocentes y ahora se dedican a masacrar diariamente a decenas de civiles que hacen filas por alimentos.

Que las infames acciones militares israelíes estén destruyendo, contaminando y calentando el planeta más que las existencias de los centenares de millones de habitantes más pobres de África, Asia y América Latina, que son quienes más habrán de sufrir las consecuencias de la devastación planetaria.

Que tantos gobiernos del mundo, entre ellos los más aficionados a dar lecciones morales, apoyen a Israel o permanezcan mudos e indiferentes ante sus infamias, aun cuando las conocen perfectamente.

Palestina y California

David Pavón-Cuéllar

Nos arrebataron Palestina y California, pero nos aferramos a lo nuestro. Nos quedamos o volvimos, no para exigir que nos devolvieran lo que de cualquier modo siempre será nuestro, sino para estar ahí, para trabajar, vivir y amar.

Nos dejamos despreciar, humillar y explotar por los mismos que nos habían robado la tierra. Les permitimos que se enriquecieran a costa de nosotros, pero ahora sienten que les estorbamos y quieren expulsarnos, deshacerse de nosotros, arrancarnos de la tierra en la que nos arraigamos con la fuerza del olivo y del mezquite.

Quizás nos quieran fuera de su vista porque somos testigos de lo que han hecho, porque saben que sabemos lo que son, porque les recordamos el origen de su riqueza, porque tienen mala conciencia. Tal vez teman que reclamemos una parte de todo aquello de lo que nos han despojado. Lo seguro es que se aferran a su botín, a sus shekels y a sus dólares, al cascarón vacío de Israel y Estados Unidos.

Nosotros nos quedaremos con el contenido, con la médula, con lo importante, con lo verdadero. Somos quienes tenemos la razón, la humanidad, las raíces que hundimos en la tierra. Es por eso que preservamos también la solidaridad por la que navegamos hasta Gaza con medicamentos y alimentos. Nos han impedido llegar porque se obstinan en matarnos de hambre, pero seguiremos viviendo.

No se van a deshacer tan fácilmente de nosotros. Somos demasiados. Somos la inmensa mayoría. Somos todos los que siguen siendo humanos.

Gaza: tres notas ante el genocidio

David Pavón-Cuéllar

Primera nota, 18 de mayo de 2025

La israelí Yuval Raphael acaba de ganar el segundo lugar en Eurovisión, el mayor concurso anual de música popular comercial de Europa. Su empalagosa «New day will rise» fue la canción favorita de un público previamente movilizado por la extrema derecha europea. Si este público prefirió a Yuval que a otros cantantes, fue principalmente por una motivación política y no por un criterio artístico ni por un gusto personal, como se ha reconocido en medios tanto derechistas como centristas e izquierdistas.

Hay cierto consenso en el diagnóstico de que el público europeo de Eurovisión, al igual que sus actuales gobiernos, ha hecho un importante gesto simbólico de respaldo a la actual política de Israel. Aquí lo escalofriante es que a estas alturas, con todas las informaciones que han estado circulando, los votantes de Yuval saben perfectamente qué es aquello por lo que han votado: un genocidio, un programa de limpieza étnica, una hambruna que está matando a cada vez más niños de Gaza y unos bombardeos que han provocado ya la muerte de aproximadamente 50 mil palestinos desde octubre de 2023.

Ayer, en el mismo día en que se realizó el concurso de Eurovisión, los medios informaban sobre un centenar de palestinos asesinados por bombardeos israelíes. Hoy, mientras nos enteramos de los 34 gazatíes asesinados por drones de Israel en el campo de refugiados en Mawasi, nos llega la noticia del triunfo de la canción de Yuval. Esta canción tan sólo tiene algo que anunciar ante la catástrofe: «Dreams are coming true» («los sueños están cumpliéndose»).

Lo seguro es que estamos acercándonos precipitadamente al cumplimiento de los sueños del sionismo israelí. ¿Por qué será que este cumplimiento entusiasma tanto a las extremas derechas europeas? Quizás porque se trata del cumplimiento de los sueños de cierta Europa antisemita que ahora se prolonga en Israel para despojar y exterminar al nuevo semita, ya no el judío, sino el palestino.

Segunda nota, 20 de mayo de 2025

Hoy más que nunca, si queremos honrar la sagrada memoria de la Shoah, tendremos que honrar la igualmente sagrada memoria de la Nakba. Condenar el genocidio en Gaza es una condición indispensable para demostrar nuestra sinceridad al condenar el holocausto en la Europa dominada por los nazis. Rechazar el nazismo que exterminó a los judíos nos exige repudiar el sionismo que está masacrando a los gazatíes.

Hoy más que nunca, solidarizarse con los palestinos es la única forma de estar entre los justos que alguna vez mostraron solidaridad con los judíos perseguidos por el nazismo. Si queremos luchar de verdad contra el antisemitismo, tendremos que oponernos al odio hacia el palestino como actual figura del semita racializado y perseguido. Amar al habitante de Gaza es la mejor manera de amar a quien antes estuvo recluido en Dachau, Buchenwald y Auschwitz.

Hoy más que nunca, defender el judaísmo es también defenderlo contra su nazificación, degradación e instrumentalización en el indefendible régimen sionista israelí de Netanyahu. El actual Estado de Israel, atroz cara política del capitalismo neoliberal en su fase neofascista, ha traicionado la milenaria herencia cultural judía y se ha convertido en una amenaza para ella. Es como si lo peor del antisemitismo europeo hubiera sido inoculado en algunas de sus víctimas para que fueran ellas mismas las que se destruyeran.

Tercera nota, 24 de mayo de 2025

Lo preocupante no es tan sólo eso que ya somos y por lo que puede ocurrir lo que está ocurriendo, sino algo más que habremos llegado a ser como consecuencia de lo que ocurre. ¿Cómo estaremos dañándonos, mutilándonos, insensibilizándonos y pervirtiéndonos al presenciar en vivo el exterminio, al reconocernos impotentes ante él y al mismo tiempo culpables de él por acción u omisión? ¿Cómo nos veremos al recordar que, mientras Israel vaciaba la Franja de Gaza, nosotros inevitablemente nos ocupábamos de nuestros asuntos, nos distraíamos y mirábamos hacia otro lado, sonreíamos y disfrutábamos la vida? ¿Cómo nos juzgaremos y nos trataremos al reconocernos como partícipes, al saber que votamos por gobiernos cómplices o indiferentes, al pensar en que no pasó un instante sin que dejáramos de sostener al sistema responsable de todo esto?

¿Qué pasará con lo que somos al haber formado parte de la generación que está perpetrando el genocidio? ¿Qué será de nosotros por haberlo presenciado, por sentir que lo hemos permitido, por haber estado entre quienes lo relativizaban por números de muertos o lo justificaban por un atentado terrorista o lo celebraban con banderas de Israel? Tolerando todo esto, ¿qué seremos? ¿En qué nos estaremos convirtiendo a través de fenómenos como el de los enjambres de emoticones que sonríen gozosamente ante las imágenes de los niños palestinos asesinados, amputados o hambreados?

Una vez que todo esto haya sucedido, ¿qué será lo que sigue? ¿Qué permitiremos ahora? ¿De qué seremos capaces? ¿Qué será lo que habremos llegado a ser? ¿Qué veremos cada uno en su espejo? ¿Cómo nos veremos unos a otros? ¿Qué sentiremos y qué dejaremos de sentir? ¿Qué nos permitiremos ahora? ¿Qué nos haremos? ¿Qué puede ocurrir en lo sucesivo?

¿Qué significa Palestina?

Foto AFP de Mahmud Hams

Intervención del viernes 4 de octubre de 2024 en la Mesa de Trabajo A un año de la Escalada del Genocidio del Pueblo Palestino en la Facultad de Psicología de la Universidad Michoacana de San Nicolás de Hidalgo, en Morelia, Michoacán, México

David Pavón-Cuéllar

Palestina es el nombre de un lugar físico, un territorio histórico milenario y ahora un Estado Nacional. Esto es lo que el nombre designa en la realidad, pero el nombre es más que eso. El nombre es también lo que significa. Es lo que representa simbólicamente, lo que implica y connota, lo que sugiere para quien lo escucha, lo que nos evoca en lo imaginario, aquello que nos hace imaginar, aquello en lo que nos hace pensar, aquello con lo que lo asociamos. Es a todo esto a lo que me referiré ahora en los minutos que se me han concedido, comenzando por el inicio, por el origen etimológico del nombre.

La palabra “Palestina” deriva probablemente del término antiguo arameo “pleshet”, que significa “raíz de palash”, una raíz que se cocía para preparar una bebida que llevaban consigo las tribus migrantes en la costa oriental del Mediterráneo. En esta región, el “pleshet” se convirtió en el símbolo de los pueblos nómadas, específicamente de los filisteos, quienes también tuvieron poblaciones sedentarizadas y asentadas en el actual Israel y en la Franja de Gaza. Los filisteos y sus vecinos, que vivían ya en la región entre 1200 y 800 años antes de Cristo, son los ancestros de los actuales palestinos, y, como ellos, vivían de sus olivos, de sus vides y sus trigales, de sus ovejas y sus cabras.

Los palestinos de hoy son herederos directos de pueblos como los filisteos. Son sus herederos por su cultura, por su forma de vida, por el territorio en el que habitan y que les pertenece desde hace miles de años. También son herederos de ellos por su nombre, por el nombre de pleshet, el cual, no lo olvidemos, era el nombre primero de una raíz y luego derivativamente de los filisteos y los demás pueblos que bebían una cocción de esa raíz cuando vivían como nómadas al transitar por la región.

El enraizamiento vegetal y el nomadismo humano forman parte del sentido originario más remoto del nombre de Palestina. Difícil resistirse a la tentación de comparar este sentido originario con el del nombre de Israel, que significa “el que ha luchado con Dios” para designar a Jacob, quien peleó contra un ángel enviado por Dios en Peniel, como se narra en el capítulo 34 del Génesis. La religión y la violencia, la orgullosa violencia contra la divinidad, están en el origen del nombre de Israel, mientras que el nombre de Palestina se origina en el modesto reino de este mundo, en las entrañas mismas de la tierra, en la raíz llamada pleshet y en los nómadas que la bebían, en su nomadismo. No hay aquí Dios ni guerra, sino sólo una raíz hundiéndose en la tierra y un movimiento sobre la superficie de la misma tierra.

El enraizamiento y el nomadismo, el suelo y la errancia, están en el meollo originario del nombre de Palestina. Esto nos parece bastante significativo cuando consideramos, por un lado, el arraigo de los palestinos en su territorio, y, por otro lado, que la mitad de ellos hayan debido exiliarse muy lejos y que al menos dos tercios estén fuera de sus tierras que les han sido arrebatadas por los colonos israelíes, por aquellos que ostentan el nombre bélico y religioso de Israel. Desde luego que Israel habría podido continuar siendo todo eso grandioso y hermoso que fue antes de constituirse como Estado en 1948, pero finalmente decidió hacer honor al origen de su nombre y traicionarse al traicionar el judaísmo, como lo he argumentado en un texto que publiqué hace unos meses.

Como también lo he planteado en el mismo texto, el palestino está de algún modo en el lugar de lo judío traicionado por lo sionista israelí. El palestino está en este lugar por su origen cultural semita, por su vínculo tan íntimo con el territorio ancestral que es también el del judaísmo, por sus cabras y sus ovejas, por sus olivos y sus vides, por lo vivo de su tradición patriarcal y monoteísta, pero también por su persecución, por su papel de víctima del antisemitismo y por su resultante errancia. Conocemos la figura mítica del judío errante, pero ahora el errante ya no es tanto el judío como el palestino, cuya errancia, no lo olvidemos, está incluso implicada en el origen mismo de su nombre.

El palestino es el judío errante de nuestra época. Es también ahora lo que fue el judío en la Alemania de los nazis. Honrar a las víctimas del holocausto nos obliga hoy a solidarizarnos con los palestinos víctimas de un sionismo israelí que es lo más parecido al nazismo en la actualidad.

Sobra decir que el sionismo y el nazismo son fenómenos históricos únicos, absolutamente diferentes, cada uno de ellos con particularidades propias que lo distinguen del otro. Sin embargo, más allá de sus particularidades, hay algo universal que se manifiesta en ambos: lo universal de la violencia racista y nacionalista, lo universal de la despiadada furia identitaria, lo universal de la negación y aniquilación del otro. Correlativamente, hay también algo universal en lo que vemos coincidir a los judíos con los palestinos: lo universal de los desposeídos, humillados, racializados, violentados, segregados, perseguidos, negados y aniquilados.

Los judíos y los palestinos tienen sus rasgos distintivos particulares, pero manifiestan la universalidad, una universalidad que solamente se manifiesta de modo material en la particularidad, como lo constataron sucesivamente Aristóteles, Hegel, Marx, Lenin y Mao. Estos pensadores comprendieron bien algo que no debemos olvidar: que las ideas universales necesitan entidades históricas particulares para materializarse. Una entidad como Palestina, por ejemplo, constituye la materialización de varias ideas universales. Estas ideas forman parte de la significación de Palestina.

El nombre de Palestina significa entonces no solamente cierta región particular, cierta nación particular o cierta cultura particular, sino ciertas ideas universales. Al significar estas ideas, Palestina es nombre común y no sólo propio. No sólo se refiere a cierta entidad material territorial, nacional o cultural, sino que significa ideas, muchas ideas, entre ellas tres que me gustaría enfatizar ahora.

Lo primero que deseo resaltar es que Palestina significa perseverancia, firmeza, tenacidad y sobre todo resistencia. Esta resistencia tiene su mejor expresión en el sumud entendido como valor cultural y como estrategia política. El sumud se representa simbólicamente con el olivo que sobrevive al peor calor, al suelo más pobre, a la sequía más extrema y a los hachazos de los colonos israelíes. El olivo es como Palestina que ha soportado toda la violencia de Israel y que incomprensiblemente sigue viva y resistiendo. Su resistencia es tal que el nombre de Palestina termina siendo un sinónimo de resistencia para muchos de nosotros.

Para muchos de nosotros, Palestina se ha convertido también en un sinónimo de la verdad. Palestina significa la verdad que también resiste contra la palabrería engañosa que reina en el mundo, contra esta palabrería que intenta enterrar la verdad al enterrar a Palestina, esta palabrería que es producida masivamente por el sionismo israelí, por ciertas iglesias cristianas evangélicas y por los poderes económicos, políticos y mediáticos estadounidenses y europeos. Los molinetes de palabras, como los llamaría Lacan, disponen de portavoces humanos y robóticos, los famosos bots, con los que se vomita un enorme torrente de aserciones vacías que inundan internet y las redes sociales.

Contra la desmesura logorreica de la desinformación y de los datos falsos, basta el silencio y la discreción de una sola palabra que resuena en el silencio, la palabra “Palestina”, que se presenta como una verdad evidente, como algo irrebatible e indiscutible que no es posible discutir sin falsear, que no se puede negar sin mentir, que resiste incluso contra una realidad tan engañosa como la realidad ideológica en la que habitamos. Tenemos aquí una lección epistemológica: la de lo verdadero que se afirma críticamente al demarcarse de la ilusión de la realidad aceptada como tal. De lo que se trata es de aprender a reconocer el carácter ilusorio de una realidad como la de Israel que no deja de ser desafiada por su verdad que se llama “Palestina”.

Palestina, en efecto, es la verdad de Israel. Es la verdad que Israel reprime y niega, la verdad que no se deja reprimir y negar, la verdad que insiste en retornar sintomáticamente. La noción freudiana de síntoma como retorno de lo reprimido nos permite comprender muy bien lo que significa Palestina como verdad reprimida que retorna una y otra vez en Israel.

Además de significar la resistencia y la verdad que resiste contra la mentira, Palestina significa la justicia, la justicia que resiste contra la injusticia. No pienso que haya hoy en día ningún ejemplo de injusticia que sea tan claro y flagrante como el de Israel en su relación con Palestina. De modo correlativo, Palestina me parece la más convincente materialización actual de lo justo que resiste contra lo injusto.

Si necesitara explicarle a un chiquillo las nociones de justicia y de injusticia, yo le contaría la historia de Palestina e Israel. Esta historia es toda ella un despliegue de lo justo que se demarca de lo injusto, que lucha incesantemente contra él, que lo desafía y lo combate. El sionismo israelí, coincidiendo también en esto con el nazismo alemán, permite conocer la injusticia mejor que cualquier manual de ética o de filosofía política o jurídica. De igual modo, la justa lucha de Palestina contra Israel puede ayudarnos a comprender la virtud suprema de la justicia, la dikaiosyne platónica, mejor que las maravillosas elucubraciones dialógicas de Platón en su Critón y en su República.

Ya que hablo de Platón, debo deslindarme de su idealismo. Si el nombre común y no propio de Palestina significa resistencia, verdad y justicia, esto no ha sido tan sólo como una imperfecta manifestación material de esas ideas perfectas que sólo encontrarían su perfección en el mundo de las ideas, en el Topus Uranus o Hyperuránion tópon que se encontraría más allá de los cielos​. Tampoco es exacto decir, en el mismo sentido, que Palestina es una simple ejemplificación o ilustración material de algo ideal universal como lo verdadero y lo justo que resiste contra lo que se le opone. Esto verdadero y justo no es tan sólo ilustrado, ejemplificado o manifestado imperfectamente por Palestina, sino que es Palestina, es Palestina en toda su perfección e imperfección histórica material, habiéndose convertido en Palestina.

La relación de Palestina con la resistencia, la verdad y la justicia no es la relación del ejemplo con lo ejemplificado, sino del significante con el significado. En realidad, es mucho más que eso: es la única relación irrefutablemente verdadera que el significante puede establecer, que es ni más ni menos que su relación consigo mismo, en la medida en que él mismo es todo lo que él puede estar seguro de significar, tal como sucede con la verdad que retorna sintomáticamente, como nos lo demuestra Lacan en su materialismo del significante. Como el síntoma lacaniano, Palestina es literalmente lo que es, lo que materialmente se dice y se revela en ella, la resistencia de la verdad y de la justicia contra lo que se opone contra ellas. 

Lo excepcional de Palestina es lo que se conceptualiza como síntoma en el psicoanálisis. ¿Qué es aquí el síntoma? Es un punto de compenetración e indistinción entre el significante y el significado. Es un punto de contacto entre lo simbólico y lo real e imaginario. Es por ello un punto de referencia por el que debe guiarse cualquier emancipación del sujeto.

Así como un sujeto sólo puede emanciparse al guiarse por lo que le revela el síntoma, de igual modo nuestra época únicamente podrá liberarse de aquello que la oprime al dejarse guiar por lo verdadero y justo que resiste en Palestina. Tengo la convicción de que Palestina es el síntoma histórico más revelador entre los que nos rodean y es por ello que debe ser el punto de referencia y de orientación para nuestra época. Debe ser nuestro norte para orientarnos en este mundo en el que parece no haber ya norte alguno, en el que lo real se disipa, en el que lo virtual no deja de confundirnos, en el que todo se mueve con el cada vez más acelerado movimiento del capitalismo al que ya se refirieron Marx y Engels en el Manifiesto Comunista.

En el huracanado mar de nuestra época en el que todo se agita cada vez más rápido hasta marearnos y producirnos vértigo, Palestina se nos presenta como uno de los pocos puntos fijos en los que podemos fijar la mirada para no perder ni el rumbo ni el equilibro, para no caer a las aguas agitadas y ahogarnos en ellas. Palestina es, en efecto, lo absoluto que no puede relativizarse, lo real que vuelve siempre al mismo lugar. Esto distingue lo que pasa en Palestina, por ejemplo, de guerras como la de Ucrania en las que resulta sumamente difícil orientarse y posicionarse. Al asirse a Ucrania, uno está aferrándose a un madero a la deriva que lo mismo es arrastrado por la corriente del combate justo de un pueblo contra el imperialismo ruso que por las corrientes nacionalista neofascista ucraniana o imperialista de la alianza atlántica europea-estadounidense.

Entendemos que Ucrania haya dividido a los movimientos emancipatorios entre los prorrusos y los antirrusos. Por el contrario, Palestina une a esos movimientos. Si uno apuesta por la emancipación, uno sólo puede estar a favor de la emancipación de Palestina con respecto a la opresión israelí con sus muros y sus bombas.

La solidaridad con Palestina sirve ahora mismo como punto de orientación y de acuerdo para los movimientos sociales que luchan verdaderamente por la emancipación. La izquierda se ve igualmente orientada y unificada por Palestina. La posición ante Palestina se ha convertido en el indicador más fiable del posicionamiento de uno en el espectro político. Si uno es de izquierda y está por ello a favor de la igualdad y la libertad, uno sólo puede estar a favor de Palestina oprimida por Israel en una relación tan desigual como la que hay entre ambas naciones. Si alguien es sionista y justifica la ocupación de los territorios palestinos, uno sencillamente no puede ser de izquierda en el actual contexto histórico.

En el momento de la historia en que nos encontramos, Palestina es un indicador no sólo político, sino ético. Uno de los mejores métodos para saber cómo un sujeto está constituido éticamente consiste en preguntarle qué opina sobre Palestina. Su respuesta nos dirá sobre él y sobre sus cualidades éticas mucho más que todo lo que él pudiera decirnos sobre el bien y el mal, sobre Dios y el Diablo, sobre la justicia y la injusticia. Personalmente, para saber si quiero a alguien como amigo, no hablaría con él ni de él mismo ni de lo que piensa y siente sobre asuntos éticos, filosóficos o religiosos. En lugar de perder el tiempo escuchando sus racionalizaciones, le haría una sola pregunta: ¿qué posición tienes ante lo que está sucediendo en la Franja de Gaza?

Por más lejos que esté de nosotros en el plano geográfico, Palestina se ha convertido simbólicamente en algo demasiado próximo, en lo más próximo, en lo más íntimo de nosotros. Nos delatamos, delatando lo más hondo e insondable de nosotros mismos, al hablar sobre lo que está sucediendo en Palestina. Al posicionarnos ante los bombardeos israelíes en Gaza, estamos revelando nuestra posición ética y política ante la vida y la humanidad.

Lo más íntimo de nosotros, aquello inconsciente con lo que deseamos y amamos, está curiosamente muy lejos, a doce mil kilómetros hacia el este, en la costa oriental del Mediterráneo. Ahí, en ese lugar exterior tan remoto, está nuestro corazón. Allá está ese meollo subjetivo tan remotamente exterior que San Agustín llamaba nuestro “intimum cordis” o corazón íntimo. Es lo mismo que luego, en Lacan, adquiere el nombre de lo “éxtimo”, lo distante y exterior que es lo más íntimo del sujeto.

Lacan y Agustín entendieron que lo más personal y característico de nosotros mismos no está dentro de nuestro pecho y nuestra cabeza, donde la religión y la psicología creen descubrirlo, sino afuera y lejos, en un lugar como Palestina. Este lugar es tan medulas y definitorio para los sujetos de nuestro momento en la historia como lo fueron, hace poco, en México, Ayotzinapa, y antes, en el mundo, Argelia, Vietnam, Cuba, Chile, El Salvador y Nicaragua. Como esos otros lugares, Palestina es un lugar íntimo, interior por más exterior que sea, ético y no sólo geográfico, simbólico y no sólo real, no tanto objetivo como subjetivo.

Nuestra subjetividad se despliega cuando nos posicionamos ante Palestina. Somos nuestra posición ante Palestina. Podemos decir, incluso, que Palestina significa lo que somos cuando nos posicionamos ante ella.

Nuestros posicionamientos ante los bombardeos en Gaza, como anteriormente nuestros posicionamientos ante la Guerra de Vietnam o el Golpe de Estado en Chile, confiesan lo más inconfesable de nosotros mismos. Deberíamos tener más cuidado cuando hablamos sobre Palestina, ya que hablaremos de nosotros mismos, de aquello insondable de nosotros mismos que es el significado que tiene Palestina para cada uno de nosotros. Palestina significa también lo que somos.

Judaísmo traicionado: el antisemitismo sionista en el capitalismo neocolonial israelí

Artículo publicado el 20 de julio de 2024 por La Haine y el 2 de septiembre del mismo año en El Ciudadano. El texto amplía y profundiza una charla ofrecida en el marco de un evento organizado por el Colectivo de Solidaridad con Palestina en Michoacán.

David Pavón-Cuéllar

Israel y su poder económico-político

Durante veinticinco años, desde la Primera Intifada en 1988 hasta octubre de 2023, el conflicto israelí-palestino mató a poco menos de 15 mil personas. Luego, en tan sólo nueve meses, el mismo conflicto se ha saldado ya, según los datos oficiales, con unas 40 mil muertes. El total, desde 1988 hasta julio de 2024, es de aproximadamente 55 mil vidas extinguidas.

Las víctimas del conflicto israelí-palestino, en su inmensa mayoría, no han sido ni militares ni terroristas, sino civiles desarmados, entre ellos dos tercios de mujeres, niñas y niños. Los muertos han sido también mayoritariamente de Palestina y no de Israel. Por menos de 5000 bajas israelíes, tenemos a más de 50 mil palestinos asesinados, aunque hay cálculos bastante confiables que arrojan la cifra escalofriante de 186 mil pérdidas humanas tan sólo en los últimos nueve meses de bombardeos en Gaza.

La desproporción entre los muertos de Israel y Palestina puede explicarse concretamente por las diferencias abismales entre las capacidades bélicas de sus respectivas fuerzas armadas. Las organizaciones paramilitares Hamás y Hezbollah son prácticamente inofensivas en comparación a Tzahal, el Ejército Israelí, considerado uno de los mejores del mundo, no por su ética ni por su valentía, que no puede tenerlas al especializarse en intimidar y exterminar a civiles, sino por sus capacidades en términos de armamento, recursos financieros y tecnológicos, número de efectivos, entrenamiento e inteligencia. Todo esto lo tiene Israel porque puede adquirirlo gracias a su poder económico y político, un poder que puede explicarse, a su vez, por al menos cuatro factores determinantes.

El primer factor que determina el poder israelí es algo de lo que se ha privado a Palestina: la existencia como un estado independiente, sólido, soberano y formalmente reconocido, financiado con impuestos, cimentado en instituciones bien consolidadas, facultado para tomar decisiones importantes y protegido por legislaciones internacionales. Otro factor determinante del poder israelí, un factor bastante significativo y particularmente decisivo en el plano bélico, es la industria militar de Israel, una de las más grandes, prósperas y rentables del mundo, con empresas públicas tales como Elbit, IAI y Rafael, que están entre los contratistas armamentísticos más poderosos del mundo, con ingresos aproximados respectivos de cinco mil, cuatro mil y tres mil millones de dólares anuales. Un tercer factor asociado con el anterior e igualmente crucial en el plano bélico es la colaboración de Tzahal con diversos gobiernos y ejércitos del mundo, una colaboración que ha incluido servicios remunerados y altamente lucrativos de inteligencia y entrenamiento que han sido contratados por muchos regímenes autoritarios y represivos, entre ellos varias dictaduras latinoamericanas. Finalmente, sintetizando los factores anteriores, un cuarto factor determinante del poder económico-político de Israel ha sido su lugar privilegiado en la estructura capitalista neocolonial y las resultantes redes internacionales y transnacionales de apoyo de las que dispone, redes que se traducen en beneficios tan diversos como donaciones, contratos, negocios, pactos, complicidades, intercambios de favores e influyentes lobbies en el congreso estadounidense y en otros centros de poder.

Israel en el capitalismo neocolonial

El Estado Israelí es tan poderoso porque su poder no es tan sólo su poder, sino el de las grandes potencias que lo apoyan políticamente, entre ellas Estados Unidos, y el del gran capital que lo respalda económicamente, un capital desplegado en grandes corporaciones israelíes y transnacionales. Este doble poder, que en realidad es un único poder económico-político, se basa en la concentración y acumulación de capital en Israel, la importancia relativa del capital israelí en el capitalismo global, el abierto y comprometido posicionamiento sionista de grandes capitalistas en el mundo, la pertenencia cultural de Israel al bloque occidental europeo-estadounidense y la necesidad geopolítica de mantener una suerte de reducto aliado judeocristiano en un mundo islámico percibido cada vez más como amenazante para Occidente. La combinación de tales factores y de otros más le dan al Estado de Israel todo su poder económico-político: un poder imperialista y occidental, capitalista y neocolonial, el cual, además, determina el elevado valor de la vida israelí, blanca y opulenta, en relación con la vida palestina, semita y desheredada.

El poder que el Estado Israelí está ejerciendo sobre Palestina es el que terminó ganando la guerra fría, el que destruyó Vietnam y Centroamérica, el que gobernó Sudáfrica en tiempos del apartheid, el que ha mantenido siempre al continente africano en la miseria, el que bombardeó Irak y Afganistán, el que urdió golpes de estado y escuadrones de la muerte en Latinoamérica, el que organizó la guerra sucia contrainsurgente y luego contra el narcotráfico en México, el mismo que sigue saqueando y destruyendo los territorios en los que habitamos, el mismo que expulsa a los migrantes y levanta muros infranqueables al sur de los Estados Unidos y alrededor de Europa. No debería sorprendernos que este poder proceda en Palestina como en cualquier lugar del mundo, levantando muros, controlando la circulación de las personas, arrasando tanto los ecosistemas originales como los espacios culturales de los pueblos originarios, degradando y devastando tanto la naturaleza como las otras culturas, deshaciéndose de cualquier obstáculo que se interponga en sus procesos de apropiación y occidentalización, colonización y capitalización, extracción y explotación, mercantilización y rentabilización.

El poder económico-político del Estado Israelí es tan efectivo y tan destructivo porque es el mayor poder actualmente existente en el mundo: el poder inherente al capital, el poder con el que reina el capital como valor supremo de la modernidad occidental, el capital que devora todo lo natural y cultural para acumularse a sí mismo, para producir más y más capital. Este capital, con su máscara política israelí, es el que destruye la biósfera de la región al arrancar los olivos palestinos, contaminar y secar el Mar Muerto y el Río Jordán, succionar y agotar el agua de los acuíferos y manantiales, multiplicar autopistas, fraccionamientos y centros comerciales ahí donde antes había cabras pastando entre los arbustos de los bosques primarios. El mismo capital es el que arrasa las aldeas y ciudades palestinas, derribando casas y departamentos, pero también hospitales, escuelas y universidades, tiendas y mercados, talleres y bibliotecas, museos y mezquitas. 

Israel, el capital y la cultura

Entre los efectos de los bombardeos israelíes de los últimos nueve meses, hay que mencionar algo demasiado grave de lo que se habla demasiado poco. Esto es la destrucción del rico patrimonio cultural de la Franja de Gaza, incluyendo asentamientos prehistóricos de las edades de bronce y hierro, el Museo Nacional y el Museo Al Qarara con sus miles de piezas arqueológicas de valor inestimable, el puerto griego de Antedón mencionado por Homero en la Ilíada, la Iglesia de San Porfirio considerada la tercera más antigua del mundo, los Archivos Centrales con documentos históricos únicos e irrecuperables, todas las bibliotecas importantes de la región, la Universidad de Israa, el palacio medieval Qasr al-Basha, el Hamam al-Sammara del siglo XIII y mil de las 1200 mezquitas del territorio, entre ellas la majestuosa Gran Mezquita Omari, la más grande y antigua de la región, que fue originalmente una iglesia bizantina del siglo V. Tenemos aquí una hecatombe cultural de la que son víctimas no solamente los palestinos, sino la humanidad en su conjunto, pues lo destruido por el Ejército de Israel forma parte de la civilización humana y es patrimonio cultural de toda la humanidad.

En el mejor de los casos, Tzahal se ha dedicado a robar en lugar de simplemente destruir. Hay registros de militares israelíes llevándose las 3000 piezas arqueológicas del museo de la Universidad de Israa antes de abatir el edificio universitario. Sin embargo, al mismo tiempo, hay un vídeo en el que aparecen soldados israelíes quemando libros de la biblioteca de la Universidad de Al-Aqsa. Este acto nos recuerda irresistiblemente aquellas hogueras nazis de 1933 en las que ardieron textos de autores judíos como Karl Marx y Sigmund Freud, pero ahora, por una triste ironía de la historia, son militares de Israel quienes atizan y alimentan el fuego.

La sistemática destrucción cultural y no sólo natural es una prueba más de que el poder económico-político del Estado Israelí ha terminado confundiéndose con el del capital. El sistema capitalista, en efecto, se distingue por su propensión estructural a destruir la naturaleza y la cultura, ya sea consumiéndolas al explotarlas, cuando son explotables, o bien, cuando son inexplotables, eliminándolas o desechándolas porque estorban o se interponen en el proceso de apropiación, extracción y explotación. Es exactamente lo que observamos en Gaza y en Palestina en general.

El sionismo y su incompatibilidad con el judaísmo

A fin de cuentas, haciendo abstracción de los escombros y de los cadáveres, únicamente queda el capital, el capital israelí o transnacional, ahí donde antes había paisajes o pueblos milenarios como el palestino y el beduino, pero también el pueblo judío, pues el judaísmo está siendo igualmente degradado y amenazado por el capitalismo. El valor económico unidimensional y cuantificable del capital resulta incompatible con los valores simbólicos multidimensionales e incuantificables de una cultura tan rica y tan compleja como la judía. Es importante comprender aquí algo que fue ya vislumbrado por Marx en la Cuestión judía: el judaísmo secularizado y modernizado, el occidentalizado y confundido con el capitalismo neocolonial, el que ahora toma la forma del sionismo israelí, este judaísmo envilecido no es el judaísmo propiamente dicho, habiéndose vaciado a sí mismo de su esencia original, de su núcleo religioso y moral, de su contenido cultural semítico milenario, el cual, por cierto, suele estar más cerca de la cultura palestina que del nacionalismo sionista.

El actual sionismo no obtiene su vigor de la vigorosa cultura judía. Su vigor proviene más bien de lo que Freud ya describía en una carta de 1930 como “la exaltación de las masas y la cooperación de las personas ricas”, esto en el mejor de los casos, pues en el peor, la fuerza del sionismo es pura y simplemente la del capital, como parecen reconocerlo tanto sionistas como antisionistas. Unos y otros perciben los hilos invisibles que unen el sionismo con el capitalismo, percepción que sólo se traduce en delirio antijudío, en conspiracionismo antisemita, cuando se confunde lo judío con lo sionista.

La diferencia insalvable entre el sionismo y el judaísmo es algo evidente para judíos antisionistas de izquierda como los famosos intelectuales Illan Pappe y Norman Finkelstein, pero también para judíos conservadores y ultraortodoxos de grupos como Satmar y especialmente Neturei Karta. Estos grupos, gracias a su rigurosa y escrupulosa fidelidad a la tradición, han comprendido que el sionismo constituye una idolatría incompatible con los mitzvot, los preceptos bíblicos en los que se resume la esencia moral de la cultura judía. El judaísmo, en efecto, debe corromperse y devaluarse para entrar en lógicas modernas tan mezquinas como las del capitalismo, el neocolonialismo y la confluencia de ambos en el sionismo.

Considerando la incompatibilidad entre la cultura judía y su instrumentalización política-económica sionista, podemos decir que el actual Estado Israelí es el espacio menos indicado para la subsistencia del verdadero judaísmo. Este judaísmo no es algo que pueda realizarse entre los militares de Tzahal y los gobernantes de Israel. El sionismo es tan desfavorable para lo judío como las bombas israelíes para la tierra palestina en la que brotó lo judío.

La herencia judaica de los palestinos

Si buscamos el verdadero judaísmo en el conflicto israelí-palestino, lo encontraremos no en la bajeza racista y nazi-fascista de Benjamin Netanyahu y de los demás criminales sionistas que gobiernan Israel, sino en los justos, en los Tzadikim, en los judíos y en los goyim que protestan contra los sionistas. Quizás también descubramos el verdadero judaísmo entre los auténticos herederos de los judíos muertos en el holocausto, entre aquellos en los que reencarnan simbólicamente las víctimas de los nazis, entre las actuales víctimas del sionismo en la Franja de Gaza. Es en el pueblo palestino en el que tal vez tengamos la versión actual más pura y fiel del auténtico pueblo judío, el perseverante y obstinado, el exiliado y perseguido, el errante y universal con el que nos identificamos cuando creemos en la justicia.

Por lo demás, incluso en el nivel de la particularidad cultural, el espíritu del judaísmo parece radicar más en la cultura palestina que en el nacionalismo sionista. Lo entrevemos no en la violencia de Tzahal ni en las intrigas políticas y las derivas ultraderechistas del gobierno de Netanyahu, sino en la profunda religiosidad monoteísta de los palestinos, en su confianza en la divinidad, así como en su fraternidad, en su comunitarismo y en su estricta moralidad patriarcal, en su perseverancia y resistencia, en el sumud que los caracteriza. El judaísmo está presente incluso en el estilo palestino de vida, en su pastoreo y en sus cabras, en su relación tan íntima con la tierra bíblica y con su vegetación, con sus vides, higueras y olivos. Al arrancar estos olivos, es como si el sionismo quisiera extirpar el judaísmo defendido y preservado por los palestinos. 

Los palestinos pueden ser considerados, en el plano cultural-simbólico aún más que en el real-genético, los descendientes de los judíos que habitaban en el Israel de la antigüedad. Aquellos judíos no dejaron de mezclarse con otros pueblos y fueron a veces cristianizados y arabizados, engendrando tanto a los judíos actuales como a cristianos y musulmanes palestinos, pero en los palestinos, con ellos y como ellos, frecuentemente preservaron mejor su cultura, una cultura profundamente incompatible con el capitalismo neocolonial y con su expresión ideológica-política en el actual sionismo israelí. Si los sionistas están exterminando a los palestinos, quizás también sea porque les recuerdan su origen y les hacen ver la forma en que lo han traicionado en el sionismo.

El origen traicionado por los sionistas es preservado tanto por los palestinos como por otros musulmanes, por muchos cristianos y también evidentemente por muchos judíos. Este origen es el judaísmo que se transmite a la cristiandad y finalmente al mundo islámico, así como también a la filosofía espinosista, la tradición marxista, la perspectiva psicoanalítica y las versiones profanas y seculares de la misma herencia cultural. Sin embargo, además de ser el núcleo judaico de nuestra civilización, el origen es algo aún más remoto y más profundo: el origen semita común de los judíos y de los árabes. Conjeturar esto nos conduce hasta la tesis freudiana del origen egipcio de Moisés y su reinterpretación por el palestino Edward Saïd.

El sionismo antisemita y su función como bandera de la ultraderecha

Siguiendo a Freud, el antisemitismo nazi podría comprenderse como una reacción de los europeos contra un judaísmo que les recordaba su origen semita. Este origen semita podría ser, de acuerdo a lo que sugiere Saïd, el mismo contra el que reaccionarían ciertos partidarios del sionismo, como sucesores del nazismo, en su persecución y exterminación de los palestinos. Después de todo, por su cultura y a veces también por su constitución genética, la mayoría de los palestinos podrían caracterizarse no sólo como herederos de los judíos bíblicos, sino como los más semitas de Israel, si es que semejante caracterización tiene algún sentido.

Es verdad que aquello tan difuso que se ha identificado como semitismo, tanto en sentido cultural como supuestamente genético, sería un rasgo característico de los judíos mizrajíes y sefardíes, pero sabemos que esto mismo los hace merecer el rechazo racista de muchos asquenazíes, como aquellos que en México utilizan el término peyorativo “shajatos” para designar a los judíos a los que perciben como semitas. Quizás este antisemitismo sea el mismo que se manifiesta contra los palestinos entre algunos sionistas israelíes blancos o blanqueados. Tal vez la repugnancia de estos sionistas hacia lo semita palestino sea también la misma que sentían los arios alemanes hacia lo semita de los judíos. Si así fuera, entonces el antisemitismo nazi habría terminado convirtiéndose en el antisemitismo sionista que ha sido ya denunciado por diversos autores, entre ellos Alan Hart, Slavoj Zizek y Tim Anderson.

Sobra decir que el sionismo racista e islamófobo es la principal expresión importante de antisemitismo en el actual conflicto israelí-palestino. Cuando los sionistas acusan de antisemitismo a un antisionista, quizás tan sólo estén proyectando en él aquello en lo que se han convertido, aquello que son y no quieren ser, aquello que los acecha en el espejo, aquello que persiguió y asesinó a sus ancestros en Europa. Lo cierto, detrás de la superficie especular, es que el antisionismo constituye una reactualización del antifascismo y el antinazismo, siendo la mejor forma en que podemos posicionarnos contra el racismo y contra el antisemitismo en el contexto del conflicto israelí-palestino. Correlativamente, ser sionistas o proisraelíes puede ser la nueva forma de ser nazis, pronazis o al menos ultraderechistas y autoritarios, como lo han confirmado en Europa la alemana Alice Weidel, el holandés Geert Wilders, la francesa Marine Le Pen, el británico Nigel Farage y el húngaro Viktor Orbán, todos ellos aliados incondicionales del sionismo israelí. Es lo mismo que se ha observado en el continente americano con el estadounidense Donald Trump, el brasileño Jair Bolsonaro, el argentino Javier Milei, el ecuatoriano Daniel Noboa e incluso alguien de ascendencia palestina como el dictadorcillo salvadoreño Nayib Bukele.

Sionismo como identificación con el agresor

Si resulta incomprensible que alguien como Bukele apoye el genocidio palestino, es por lo mismo por lo que tampoco es fácil comprender que ciertos sionistas, real o simbólicamente emparentados con las víctimas del nazismo, hayan terminado convirtiéndose en una suerte de reencarnaciones de los nazis. Quizás la razón de esto haya sido el mecanismo que los psicoanalistas Anna Freud y Sándor Ferenczi describieron como una “identificación con el agresor”. Que algunos judíos tendieran a identificarse con sus verdugos alemanes fue algo que Bruno Bettelheim ya observó en los campos de concentración de Buchenwald y Dachau, donde había prisioneros que emulaban los atuendos, gestos y comportamientos violentos de los nazis. Este fenómeno parece haberse generalizado posteriormente con el sionismo israelí, como lo comprobamos ahora mismo en Gaza y como ya lo constatábamos desde hace más de medio siglo en masacres de palestinos como las de Al-Dawayima y Deir Yassin, perpetradas entre 1947 y 1953, justo después del holocausto judío.

Si la Shoah retorna en la Nakba, si la catástrofe judía se repite en la palestina, tal vez no sea porque los judíos necesitaran conscientemente vengarse de los alemanes con los palestinos. La dinámica subjetiva subyacente a la Nakba sería más bien que algunos y sólo algunos judíos han terminado identificándose inconscientemente con sus victimarios nazis y han debido por ello imponer a los palestinos aquello mismo que los judíos sufrieron en manos de los nazis. Pienso que esta dinámica inconsciente podría explicar en parte, al menos en la esfera de la subjetividad, la tendencia genocida característica del Estado Israelí.

Cierto sionismo israelí sería entonces, en suma, el retorno sintomático del nazismo a través de sus víctimas inconscientemente identificadas con él. Sin embargo, para no psicologizar algo fundamentalmente histórico y económico-político, debemos reconocer cómo la identificación del sionista con el agresor nazi no es aquí, en la estructura, sino la identificación con aquello capitalista-neocolonial que fue el nazismo en tanto que retorno sobre Europa del colonialismo europeo, como lo viera muy bien Aimé Césaire en su tiempo. Digamos que el capitalismo y el neocolonialismo son aquello con lo que se identificaron los sionistas que se identificaron con el nazismo. Hay que entender bien que el nazismo y el sionismo no son más que manifestaciones ideológicas de la estructura capitalista neocolonial en su fase avanzada imperialista.

Palestina en México

La brutalidad en la colonización europea de África fue la misma de los nazis en Europa y ahora de los israelíes al colonizar Palestina. En Palestina, como en África, la colonización ha sido claramente para el capital, para su acumulación primitiva y para su lógica extractiva y expansionista. Es el capital, en efecto, el que se personifica en los colonos israelíes y en los militares de Tzahal que desalojan a los palestinos y los despojan de sus tierras.

Lo que sucede en Palestina, la expulsión y desposesión de una población autóctona en beneficio de otra blanca o blanqueada en la que se encarna el capital, es algo con lo que estamos familiarizados en Latinoamérica y específicamente en México. En el rincón del mundo en el que habitamos, el poder capitalista-neocolonial adopta la forma de aquello que Pablo González Casanova llamaba “colonialismo interno”. Este colonialismo es un rasgo distintivo de la pigmentocracia mexicana con sus relaciones entre clases racializadas: relaciones de clase que establecen los blancos y blanqueados, mestizos y ladinos de las ciudades, con indígenas y campesinos en general.

El vínculo colonial que observamos en México también opera en las relaciones de los israelíes con los palestinos como indígenas y campesinos, pero también con su naturaleza, con sus territorios, con sus lagos y ríos, con sus olivos y sus demás árboles. En Palestina como en Latinoamérica, el planeta es defendido por los indígenas, defendido contra la hidra capitalista neocolonial con sus cabezas blancas o blanqueadas, invariablemente racistas, allá sionistas y antisemitas, aquí modernas empresariales y productivistas, unas veces mineras, otras veces ganaderas, aguacateras, tequileras, mezcaleras, narcotraficantes y muchas cosas más.

En Palestina como en México, el poder económico-político es el del capitalismo neocolonial, un poder siempre ecocida, que arranca olivos y tala algarrobos en Palestina mientras en México acaba con las milpas tradicionales y derriba ceibas, encinos, mezquites y huizaches. Es el mismo poder implacable que remplaza los bosques primarios por hileras de pinos en Palestina y por hileras de aguacates o agaves en México. Es el mismo poder que agota los acuíferos de todo el planeta, el mismo que está secando aquí nuestro Lago de Cuitzeo y allá el Mar Muerto, el mismo que está contaminando allá el Río Jordán y aquí el Río Lerma. Este poder, como sabemos, es el principal responsable del calentamiento climático, de la devastación del planeta y del resultante riesgo de aniquilación de la humanidad.

Sólo no hay que olvidar que el capitalismo y el neocolonialismo amenazan con destruir no únicamente la naturaleza y la humanidad, sino también las diversas configuraciones de la civilización humana. El poder capitalista-neocolonial constituye una amenaza para las culturas tanto de nuestros pueblos originarios como del pueblo palestino, el cual, tampoco hay que olvidarlo, es el pueblo originario de Palestina. Si este pueblo perdiera también la Franja de Gaza, la derrota sería no sólo de Palestina contra Israel, sino de los indígenas del mundo contra el neocolonialismo occidental globalizado. Sería igualmente otra derrota más de la humanidad contra el capitalismo, de la civilización humana contra el mercado capitalista, de la cultura contra el dinero, de la vida contra el capital y específicamente contra el sector industrial militar del capital, contra sus bombas, contra la muerte.

Vidas que valen menos que otras: legado histórico del terrorismo sionista

Artículo publicado el 17 de julio de 2024 por La Haine y el 26 de agosto del mismo año en El Ciudadano. El texto amplía y profundiza una charla ofrecida en el marco de un evento organizado por el Colectivo de Solidaridad con Palestina en Michoacán.

David Pavón-Cuéllar

El sionismo en el origen de la violencia y del terrorismo

Habiendo asesinado a cerca de cuarenta mil palestinos, los responsables del gobierno israelí aseguran que son inocentes, que los bombardeos no son culpa de ellos, que no fueron ellos quienes comenzaron esta guerra, que la violencia fue desatada por el terrorismo palestino. Cuando escuchemos algo así, que no se nos ocurra guardar silencio. Alcemos la voz y recordemos la historia.

Que no se nos olvide que el primer grupo terrorista importante de la región fue el sionista Irgún con sus numerosas acciones sangrientas entre 1931 y 1948. Estas acciones incluyeron múltiples matanzas de civiles cuyo único delito era ser musulmanes. La última gran hazaña del Irgún ocurrió en 1948, en la aldea palestina Deir Yassin, donde los paramilitares fueron casa por casa para masacrar metódicamente a los habitantes, entre ellos mujeres, niños, bebés y ancianos. Hubo más de cien muertes de acuerdo a los cálculos moderados aceptados por los historiadores israelíes.

Pocos meses antes de la matanza en Deir Yassin, el Irgún y otros grupos armados sionistas, como Palmaj y Lehi, no sólo arrasaron las aldeas palestinas entre Jerusalén y Tel Aviv, sino que perpetraron varias acciones terroristas con las que de algún modo establecieron las reglas de interacción violenta en el conflicto israelí-palestino. El 12 de diciembre de 1947, veinte personas murieron por la explosión de un coche bomba instalado frente a la Puerta de Damasco en Jerusalén. El 4 de enero de 1948, en el Ayuntamiento de Jaffa, un camión con explosivos mató a quince personas más. Después hubo más de veinte muertos en el Hotel Semiramis, en Jerusalén, entre el 5 y el 6 de enero. Al día siguiente, en la Puerta de Jaffa de Jerusalén, se asesinó a 16 civiles palestinos que esperaban su autobús. Otros sesenta fueron asesinados en Sasa, en Galilea, el 15 de febrero, y siete más el 18 de febrero en el Mercado de Ramla. Poco después, en Haifa, una bomba dejó treinta cadáveres tendidos en el suelo de un garaje.

Los ataques sionistas de los primeros meses de 1948, ataques dirigidos mayoritariamente contra civiles palestinos, fueron el sangriento parto del Estado de Israel proclamado el 14 de mayo del mismo año. Es verdad que la sangre suele correr en los partos de nuevas naciones. Muchos países nacen ensangrentados, pero por lo general a causa de sus propias heridas, marcas de gestas heroicas en el curso de guerras de liberación contra metrópolis fuertes dominantes. No fue el caso de Israel, cuyo nacimiento bastante peculiar, antes de la guerra con sus vecinos, consistió sobre todo en acciones armadas contra palestinos desarmados.

El mensaje del terrorismo sionista, un mensaje demasiado claro, fue recibido y comprendido por los palestinos y primeramente por los familiares y los amigos de las víctimas de las acciones terroristas. Hay que insistir en que estas acciones marcan el principio de la historia del terrorismo en el conflicto israelí-palestino. En este conflicto, los primeros terroristas fueron los israelíes. Fueron ellos quienes les enseñaron el terrorismo a los palestinos.

Las víctimas, ¿israelíes o palestinos?

Habrá quienes objeten que los palestinos fueron los primeros que ejercieron la violencia contra civiles judíos, en 1929, cuando mataron a veinte en Safed y a 67 en Hebrón. Esto es verdad. Las dos matanzas de Safed y Hebrón, que incluso podrían ser ya categorizadas como acciones terroristas, ocurrieron en el contexto de la Sublevación de Buraq. Sin embargo, para completar la imagen del contexto y tener una visión más clara sobre lo que sucedió en él, habría que agregar, por un lado, que la violencia fue recíproca y que la sublevación produjo prácticamente el mismo número de muertes entre los musulmanes que entre los judíos, y, por otro lado, que los musulmanes se sublevaron porque los judíos violaron prohibiciones del gobierno británico relativas al acceso al Muro de las Lamentaciones, una construcción tan sagrada para el Islam como para el judaísmo.

Si dejamos de lado los imponderables factores ideológicos nacionales y religiosos, lo que observamos en 1929 es un equilibrio de fuerzas en un conflicto entre dos grupos igualmente intolerantes. Cada grupo esgrimía sus argumentos y contaba con aliados y recursos que le faltaban al otro grupo, sin que fuera fácil decidir cuál grupo tenía la razón, cuál era más fuerte y cuál más débil, quiénes eran los verdugos y quiénes las víctimas. Este equilibrio se mantuvo desde 1929 hasta 1947.

A partir de 1947, con la proclamación de Israel como país independiente, se da un desequilibrio que se ha interpretado en sentidos opuestos. En un polo, frecuentemente vinculado con la izquierda radical del espectro político, tenemos amplios movimientos colectivos de solidaridad con el pueblo palestino que lo perciben como víctima del poderío económico, político y militar del Estado de Israel. En el polo opuesto, a menudo asociado con la derecha y con las élites empresariales y gubernamentales occidentales, vemos cómo se presenta reiteradamente a los israelíes como las víctimas de los fanáticos terroristas palestinos apoyados por las naciones árabes.

¿A quiénes creer? Aun si no dispusiéramos de más elementos para decidir, tal vez nos inclinemos a confiar más en los de abajo que en los de arriba, en los militantes callejeros que en los títeres mediáticos, en los desinteresados grupos solidarios que en las empresas y los gobiernos con sus intereses bien definidos. Entre una fuente de información y la otra, quizás intuyamos cuál es la más confiable, pero no es necesario guiarnos por este criterio tan riesgoso, ya que sobran las razones y las evidencias que nos autorizan a concluir que los palestinos han sido las principales víctimas en este conflicto, lo cual, desde luego, no significa de ningún modo que hayan sido las principales víctimas en la historia o en cada coyuntura histórica particular.

Shoah y Nakba

Ya entre 1948 y 1950, ocurrió la Nakba, término árabe que significa desastre, catástrofe, igual que la palabra Shoah en hebreo. La Shoah sucedió tan sólo unos pocos años antes de la Nakba. Si las víctimas de la Nakba fueron los palestinos, las de la Shoah fueron los judíos. En cuanto a los victimarios, los de la Shoah fueron los nazis alemanes, mientras que los de la Nakba fueron los sionistas israelíes. Al recapitular todo esto, no se intenta equiparar dos catástrofes únicas e inconmensurables, sino tan sólo constatar las homologías estructurales entre Israel y Alemania, entre el sionismo y el nazismo, entre la Nakba y la Shoah, entre el pueblo palestino y el judío.

Así como los judíos fueron víctimas de los nazis en la Shoah, de igual modo los palestinos fueron víctimas de los sionistas en la Nakba. El desastre de 1948 a 1950, en efecto, fue obra principalmente de militares israelíes que profesaban el sionismo. Cuando estos militares no provenían del Irgún y de los demás grupos terroristas sionistas, es porque habían recibido posteriormente su formación y su entrenamiento con esos grupos. Tal es el caso de Moshé Dayán, quien destacará en los años 1950 y 1960 como jefe de Estado Mayor y ministro de Defensa de Israel, pero que antes, durante la Nakba, fue comandante del batallón que perpetró la Masacre de Al-Dawayima en la que fueron asesinados entre decenas y centenares de bebés, niños, ancianos y mujeres de Palestina.

La Masacre de Al-Dawayima no es más que una entre muchas otras, como las de Safsaf, Hula, Eilabun o Ein al Zeitun. Todas ellas, por haberse consumado en aldeas y contra sus habitantes indefensos, nos recuerdan famosas carnicerías nazis como las de Lídice en Checoslovaquia y Oradour-sur-Glane en Francia. Al igual que estas acciones de los nazis, las de los sionistas evidencian extremos inhumanos de bajeza, cobardía, perversión y crueldad. Estos rasgos son los más patentes y salientes de la forma en que actuaron, durante la Nakba, los terroristas sionistas convertidos en elementos regulares del Ejército Israelí. Fueron estos militares de Tzahal quienes, entre 1948 y 1950, arrasaron aproximadamente 500 poblados palestinos. Fueron también ellos los que, en el mismo lapso de tiempo, mataron a 13,000 palestinos, según los cálculos moderados, y provocaron el éxodo masivo de al menos 700,000, expulsándolos y despojándolos de sus casas, de sus tierras, de sus olivos, de sus animales, de sus muebles y de sus demás pertenencias. 

¿Cuántos palestinos por cada israelí?

Ya es hora de que nos atrevamos a reconocer abiertamente que los palestinos, desde la Nakba hasta ahora, son quienes más han perdido y sufrido en su conflicto con los israelíes. En este conflicto, las tendencias han sido claras: los victimarios tienden a ser los militares de Israel, mientras que las víctimas, de modo correlativo, suelen ser los civiles de Palestina. Tales comparaciones resultan cuestionables y deberían evitarse, pero pueden utilizarse tan sólo para contrarrestar el victimismo de la derecha sionista israelí con su revisionismo histórico en el que también coincide con el actual nazi-fascismo.

Así como debemos reafirmar insistentemente la realidad histórica del holocausto ante los revisionistas nazi-fascistas, de igual modo tenemos que insistir en recordarles a los sionistas que en la historia, desde la Nakba hasta ahora, los palestinos y no los israelíes han sido las principales víctimas del conflicto. Los palestinos y no los israelíes han sido los expulsados, los despojados, aquellos a los que se les han arrebatado masivamente sus casas, tierras y otras posesiones. Es a los palestinos y no a los israelíes a los que se les han arrasado sus pueblos y sus aldeas entre el Río Jordán y el Mediterráneo. El pueblo palestino es también el que ha acumulado más y peores masacres y el que ha puesto el mayor número de muertos. La proporción ha sido, según la coyuntura, de tres, diez, treinta, cincuenta y hasta cien o doscientos civiles muertos palestinos por cada civil muerto israelí.

Tras la Nakba, el Estado de Israel ha contravenido una y otra vez no sólo el derecho internacional, sino su ley bíblica del talión, del ojo por ojo y del diente por diente. Por cada ojo o diente que pierden los civiles de Israel, sus fuerzas armadas arrancan varios ojos y dientes de civiles palestinos. Justo después de la Nakba, entre 1950 y 1956, en los tiempos de las llamadas “infiltraciones” de refugiados que intentaban retornar a sus tierras ocupadas por Israel, debieron morir entre 2,500 y 5,000 palestinos por sólo 57 muertos israelíes.

El cálculo fue a veces deliberado y explícito. Por ejemplo, en la bien documentada Masacre de Qibya de 1953, la muerte de una mujer israelí con sus dos hijos debió ser pagada con la matanza de 69 civiles palestinos, de los cuales dos tercios eran mujeres y niños. Esta matanza, por cierto, fue directamente ordenada por el Ministro de Defensa Pinhas Lavon y ejecutada por una unidad militar comandada por el futuro primer ministro Ariel Sharon.

Fue tan sólo varios años después de la Nakba y de las atrocidades a las que nos hemos referido que el pueblo palestino comenzó a organizar una auténtica resistencia armada contra Israel: primero con Fatah, fundada en 1958; después, desde 1964, con la coalición de la Organización para la Liberación de Palestina; finalmente, desde los años 1980, con Hamás en Palestina y Hezbollah en Líbano. Todas estas organizaciones armadas palestinas han sido criminalizadas y consideradas terroristas por Israel. Sin embargo, ni siquiera todas ellas juntas han asesinado a tantos civiles como Tzahal, el Ejército Israelí, aun cuando el asesinato de civiles es una práctica distintiva de grupos terroristas, pero no de ejércitos regulares, estando prohibida por el derecho internacional. Por consiguiente, más que un ejército regular, quizás Tzahal debiera ser considerado el grupo terrorista más peligroso de Medio Oriente.

El Ejército Israelí ha continuado evidenciando su peligrosidad en los últimos años de conflicto con Palestina. Desde la Primera Intifada en 1988 hasta octubre de 2023, el conflicto provocó la muerte violenta de 13,400 personas, de las cuales casi 12 mil, correspondientes al 87%, fueron palestinos asesinados por Tzahal. Esto quiere decir que diez palestinos debieron morir por cada israelí muerto. La desproporción es aún mayor en la guerra de los últimos nueve meses, cuando la muerte de 1600 israelíes ha terminado saldándose con el exterminio de casi 40,000 civiles palestinos, otra vez dos tercios de mujeres y niños. Ahora son más de veinte palestinos muertos por cada muerto israelí, pero podrían ser más de cien de acuerdo a un artículo publicado en The Lancet que estima en 186 mil el número de muertes causadas por los bombardeos israelíes.

Capitalismo y blanquitud

Quizás los cálculos de cadáveres parezcan macabros y mezquinos, pero a veces resulta necesario hacerlos. A veces necesitamos cuantificar lo incuantificable. A veces hay que hacer cuentas de los muertos porque estas cuentas revelan algo de la realidad, porque dos muertes son peores que una, porque cincuenta son aún peores, pero principalmente porque una vida es una vida, porque debería valer siempre una vida, porque no puede soportarse la atroz injusticia por la que ciertas vidas valen menos que otras. No hay ningún motivo por el que se justifique la infravaloración de ciertas vidas, especialmente cuando son vidas indefensas, vidas inocentes, vidas que no han engendrado muertes, que no han costado vidas.

Y, sin embargo, como lo comprobamos en el conflicto israelí-palestino, hay vidas a las que se les da un valor menor que a otras. Que las vidas palestinas valgan menos, diez o veinte veces menos que las israelíes, se explica en parte porque las israelíes son vidas que se presentan como simbólicamente más blancas o blanqueadas, más occidentales u occidentalizadas, más europeas, menos árabes o semitas, así como también más opulentas, con mejores ingresos, con mayor poder adquisitivo y por ende con posiciones y funciones más valoradas en la estructura capitalista. Estos atributos son decisivos en un mercado global de la vida humana en el que los valores de cambio de la vida mercantilizada son determinados por el capitalismo neocolonial por el que se rige el mundo.

Mientras que el capital mercantiliza la vida y le asigna un valor que depende principalmente de una lógica económica, el neocolonialismo racializa la misma vida y la valoriza más cuanto más corresponde a lo real de la blancura y especialmente a la norma simbólica de blanquitud estudiada por Bolívar Echeverría. Esta doble determinación capitalista y neocolonial hace que la muerte de un palestino, empobrecido y despreciado, no parezca ser tan grave como la de un israelí o la de un ucraniano. Lo seguro es que la muerte del palestino cuenta menos, merece menos atención, ocupa menos lugar en el espacio mediático, tiene menos consecuencias políticas y suele incluso pasar desapercibida, teniendo que multiplicarse por diez o veinte para poder asomarse en el umbral de la percepción.   

Muerte en Palestina: ecocidio además de genocidio

Artículo publicado el 14 de julio de 2024 por La Haine y el 18 de agosto del mismo año en El Ciudadano. El texto amplía y profundiza una charla ofrecida en el marco de un evento organizado por el Colectivo de Solidaridad con Palestina en Michoacán.

David Pavón-Cuéllar

¿Hacer florecer el desierto?

Se cuenta que Palestina era un pedregal seco, árido, estéril y desolado, hasta que llegaron los israelíes. Ellos, con su genio y con su esfuerzo, habrían cumplido la profecía de Isaías al hacer que el desierto reverdeciera, floreciera y diera frutos. Ellos habrían convertido una tierra ingrata en un paraíso terrenal, en un edén bíblico, en un vergel.

En realidad, antes de la proclamación de Israel en 1948, Palestina ya era un vergel en el que abundaban los huertos con vides, higueras, palmeras datileras, berenjenas, melocotoneros, albaricoqueros, limones y naranjos como los de Jaffa. También había manantiales y tierras de pastoreo, así como una plétora de almendros, algarrobos, imponentes robles y viejos olivos. Por entre los árboles y los arbustos, asomaban unas mil trescientas aldeas y pequeñas poblaciones, cada una subsistiendo con humildad, a su ritmo, de modo sustentable, en armonía con la naturaleza. Esta armonía, preservada cuidadosamente desde hacía miles de años, desapareció de pronto con el advenimiento del ente político israelí, el cual, desencadenando una rápida y profunda modificación del territorio, lo sumió en un caos medioambiental que se ha ido agravando en los últimos años.

Desde el año 2000, los desequilibrios ecológicos de lo que fuera Palestina se han vuelto insostenibles, pero el Estado Israelí, en lugar de intentar atenuarlos o contrarrestarlos, ha permitido y a veces promovido que se profundicen y agudicen. El actual aparato colonial de Israel ha incrementado no sólo el número anual de civiles palestinos a los que asesina, sino también el ritmo al que tala, quema o arranca los árboles que les pertenecían, que demostraban su vínculo ancestral con el territorio y que aseguraban una relación milenaria equilibrada con el medio ambiente. Hemos visto esfumarse así, en poco más de veinte años, tres millones de frutales, más de un millón de olivos cultivados y ochocientos mil olivos nativos de Cisjordania, muchos de ellos ya centenarios.

La destrucción de los olivares palestinos constituye no sólo una catástrofe real biológica para el planeta, sino un gesto simbólico altamente significativo y con un gran alcance jurídico, político e histórico. Según el Código Otomano de 1858 que el Estado Israelí se comprometió a respetar, los olivos garantizan la propiedad legal de la tierra para quienes los plantaron, de modo que arrancarlos es una condición para despojar de las tierras a sus propietarios. Por otro lado, el olivo es el símbolo por excelencia de aquello que ha posibilitado la supervivencia de los palestinos, lo sintetizado por la expresión árabe sumud, la fuerza y la firmeza, la constancia y la perseverancia, la solidez y la tenacidad, la obstinación y la entereza. Los palestinos han logrado sobrevivir inexplicablemente a pesar de la miseria, los despojos, la persecución, el éxodo, las bombas y las demás violencias infligidas por el aparato colonial de Israel, tal como sus olivos consiguen sobreponerse, de modo también inexplicable, a la pobreza del suelo, el sol ardiente, la sequía persistente y las demás inclemencias del tiempo. Al derribar cada olivo, los colonos israelíes pretenden exhibir simbólicamente su capacidad para vencer aquello palestino que se obstina en resistir, en luchar, en vivir.

¿El capital o la vida?

Es a costa de la vida que Israel existe según su modo peculiar de existencia. Desde luego que podría existir de otro modo, pero es así como existe, quizás a causa de la persistente influencia de la derecha sionista entre los colonos y en la cúpula gubernamental. Sea cual sea la razón, el caso es que la reproducción del ente socioeconómico e ideológico-político israelí parece presuponer la neutralización de la vida humana de los palestinos, pero también de la vida no-humana de muchos animales y vegetales, como las cabras y los olivos, que están inextricablemente entrelazados con sus propietarios. El entrelazamiento se pone en evidencia con las industrias israelíes contaminantes que son genocidas por lo mismo que son ecocidas.

Un buen ejemplo es el de la fábrica Geshuri de pesticidas y fertilizantes: una fábrica tan perjudicial para su entorno que los habitantes de Kfar Saba en Israel ganaron un proceso judicial para que saliera definitivamente de sus tierras. ¿Qué mejor entonces que instalarla, con incentivos fiscales de Israel, en el territorio palestino de Cisjordania? Es ahí donde la fábrica opera desde 1987, dañando los cítricos y los viñedos, así como enfermando a los habitantes de aldeas como la de Tulkarem. Lo mismo sucede en otros poblados palestinos, como el de Bruqin, donde la zona industrial israelí de Barqan ha trastornado los cromosomas y el ADN de los habitantes, matándolos de cáncer y de otras enfermedades graves, eliminándolos incluso en los vientres de sus madres al provocar abortos espontáneos. Estos efectos son análogos a los que tienen las inmensas descargas de basura israelí en territorios palestinos, descargas que incluyen desechos contaminantes, a veces patógenos e incluso letales.

Resulta revelador que Palestina se haya convertido en el basurero de Israel, en su vertedero de residuos tóxicos, en el destino preferido para desterrar industrias venenosas. Con todo esto podría estarse corroborando lo que ciertos israelíes, no todos y tal vez ni siquiera mayoritarios, desean para los palestinos: intoxicarlos, envenenarlos, darles muerte. Además de un deseo, los mismos israelíes quizás estén delatando aquí metonímicamente su representación de los palestinos como desechos, como basura, como algo tóxico y venenoso.

Hay israelíes que parecen representarse a los palestinos como algo de lo que hay que deshacerse, como un obstáculo que debe superarse, como un problema que ha de solucionarse. Al igual que el problema judío en la Alemania de los nazis, el problema palestino en el Israel de los sionistas exige una “solución final”, como lo ha advertido Raz Segal, un destacado estudioso judío israelí especializado en el holocausto. ¿Y si esta solución final fuera lo que se va esbozando en los últimos nueve meses de bombardeos en Gaza?

Los recientes bombardeos, con los que se han lanzado ni más ni menos que cincuenta mil bombas altamente contaminantes, podrían convertir la Franja de Gaza en una zona inhabitable. De lo que se trataría, en efecto, es de transformar la región en “un lugar donde ningún ser humano pueda existir”, según lo que ha confesado Giora Eiland, exjefe del Consejo de Seguridad Nacional Israelí. Esta confesión equivale al reconocimiento de que el objetivo de Israel es vaciar por siempre a Gaza de sus habitantes.

Aparentemente, para deshacerse de los palestinos, ya no basta con desalojarlos de sus tierras y desvincularlos de ellas al arrancar sus olivos, sino que se necesita destruir las mismas tierras, quemarlas y envenenarlas, volviéndolas inhóspitas. Esto no impedirá, sino que facilitará, que la economía israelí se beneficie con la extracción de los miles de millones de dólares de gas natural que yacen en el subsuelo de Gaza. De ser así, algo tan inerte como el capital concentrado y acumulado en Israel suplantará una vez más la profusión de vida humana y no-humana de Palestina, pero antes habrá que deshacerse de esta vida con el fuego de las bombas y con el veneno de sus restos químicos.

Infiernos terrenales y paraísos artificiales

Lo que ha creado el aparato colonial israelí son infiernos y no paraísos terrenales, vertederos y no edenes bíblicos, fosas comunes y no lugares habitables, desiertos donde hubo antes vergeles y no vergeles donde el desierto reverdecería, florecería y fructificaría. No se ha hecho brotar lo vivo de lo muerto, sino que se ha dado muerte a la vida que rebosaba por todos lados. He aquí lo que han hecho algunos israelíes, algunos y no todos, con la tierra con la que pretenden tener un vínculo privilegiado. Si la tierra les fue verdaderamente prometida y concedida, ¿fue para que la destruyeran como lo están haciendo? ¿Acaso esta destrucción forma parte de la promesa que hoy se hace llamar “Israel”?

Quizás el nombre de “Israel” se asocie hoy en día simbólicamente con admirables proezas económicas y tecnológicas, pero designa también con seguridad la expoliación y exterminación del pueblo palestino, así como la devastación de la tierra de lo que fue alguna vez realmente Israel. Ha sido al destruir lo terrenal, volviéndolo infernal, como los israelíes han creído construir su paraíso terrenal. Es verdad que han acondicionado por ahí algunos ambientes pretendidamente paradisiacos, pero no han sido más que espejismos, paraísos artificiales tan ilusorios como lo son los fraccionamientos de lujo y los centros comerciales al estilo estadounidense. También es verdad que Israel ha creado algunos vergeles igualmente artificiales que no existían, pero ha sido generalmente a costa del medio ambiente, a través del peor tipo de monocultivos y agroindustria.

Israel ha terminado convirtiéndose, de hecho, en líder mundial en el uso de agrotóxicos. Han bastado unas cuantas décadas para que los fertilizantes y pesticidas israelíes arruinen las tierras arrebatadas a los palestinos en las que se cultivaba de modo limpio, sano y sustentable durante varios miles de años. Es lo mismo que ha ocurrido con fuentes milenarias de agua como el Río Jordán, las cuales, además de convertirse en alcantarillas, han ido agotándose por efecto de la agricultura intensiva y las diversas actividades industriales de Israel. Estas actividades están secando también el Mar Muerto del que se extraen agua y minerales. No hace falta decir que semejantes crímenes medioambientales no son únicamente contra Palestina, sino contra el conjunto de la humanidad. Además, en su aspecto simbólico, los mismos crímenes contra sitios bíblicos tan importantes como el Mar Muerto y el Río Jordán, considerados sagrados por muchos creyentes, podrían interpretarse como atentados contra la misma civilización cristiana occidental que no deja de brindar su apoyo incondicional a Israel.

En cuanto a los acuíferos, primero fueron confiscados a los palestinos, luego han sido sobreexplotados por los israelíes y finalmente se han ido secando a causa de la sobreexplotación. Lo mismo sucede con muchos manantiales. El agua que Israel absorbe de modo ansioso e insaciable no proviene tan sólo de las tierras que se ha ido apropiando, sino también de los cada vez más estrechos territorios que ha dejado a los palestinos. El 91 por ciento de los recursos hídricos de Cisjordania, por ejemplo, son expropiados para uso de los colonos de Israel. A fin de cuentas, mientras que un israelí consume en promedio unos 300 litros diarios de agua, cada palestino debe arreglárselas con un consumo que oscila entre 20 y 80 litros diarios.

El agotamiento del agua es correlativo de la devastación israelí de los territorios palestinos. Los desiertos y los escombros avanzan ahí donde antes podían verse huertos y pequeños pueblos respetuosos de la naturaleza. Mientras tanto, en las amplias regiones ocupadas por Israel, el asfalto de las carreteras y de los estacionamientos aplasta y sofoca tierras donde antes hubo arroyos y piedras cubiertas de líquenes, cabras y pastores, lagartos y pequeños mamíferos, así como los más diversos árboles y arbustos.

En el mejor de los casos, ahí donde antes crecían robles, algarrobos, olivos y otros árboles autóctonos cuyas hojas abonaban el suelo, aparecieron súbitamente monótonos bosques artificiales de pinos, como el de Yatir, con los que se ha intentado complacer la occidental u occidentalizada mirada israelí con un inverosímil entorno europeo en Medio Oriente. Desgraciadamente, además de ser una evidencia fehaciente de la inadecuación cultural-histórica entre el aparato colonial de Israel y el territorio que se adjudica, esos pinos provocan un irreparable daño ambiental al envenenar la tierra con sus hojas ácidas, al no dar alimento a la fauna de la región, al impedir el crecimiento de la maleza y al incendiarse constantemente con sus resinas inflamables. Por si fuera poco, la creación de los tóxicos bosques artificiales israelíes ha servido como justificación para confiscar tierras y desalojar a los habitantes originales que vivían de modo verdaderamente armonioso con la naturaleza.

Los pinos crecen ahora sobre los escombros de las antiguas casas de los palestinos y de otros habitantes originarios, como los mil beduinos árabes que vivían en los pueblos de Néguev, Atir y Umm al-Hiran hasta que fueron desalojados en 2015 para ampliar el bosque de Yatir y de paso construir la ciudad israelí de Hiran. A veces, de hecho, los bosques no han sido más que una justificación engañosa, como en Belén, donde se expulsó a la población palestina de la montaña de Abu Ghuneim para crear ahí una gran área verde que finalmente acogió el asentamiento israelí de Har Homa. En este último caso, los palestinos fueron desalojados con el pretexto de plantar árboles, pero el verdadero propósito fue claramente el de sembrar a colonos israelíes en agradables zonas arboladas.

Lluvia de fuego y calentamiento climático

Quizás haya quien se consuele al pensar que las coníferas de Israel servirán al menos para atenuar el calentamiento climático, pero es todo lo contrario. Al ser vistos desde el espacio, los bosques de pino creados por los israelíes aparecen como pequeñas manchas oscuras, las cuales, por su oscuridad, no reflejan los rayos solares y por consiguiente retienen en la tierra más radiación del sol, más calor, que los claros paisajes preservados por los palestinos. En comparación con estos paisajes, los bosques artificiales de Israel tienen un efecto agravante para el calentamiento global que es considerablemente mayor que su efecto atenuante por la absorción de bióxido de carbono, como lo han demostrado Eyal Rotenberg y Dan Yakir, mediante cálculos bastante precisos, en un artículo publicado en Science.

Israel no sólo calienta el planeta con sus aberrantes bosques de pino, sino también con su devastación de la flora nativa, con sus altos niveles de consumo, con el asfalto de sus autopistas y de sus estacionamientos, con sus industrias y también evidentemente con sus infames actividades militares, como sus actuales bombardeos contra la Franja de Gaza. Estos bombardeos, además de acabar con decenas de miles de vidas palestinas y de paso envenenar la tierra de modo irreversible, han generado, tan sólo entre octubre de 2023 y febrero de 2024, aproximadamente medio millón de toneladas de bióxido de carbono, que es lo equivalente a las emisiones anuales de gases de efecto invernadero de más de 26 países de los más vulnerables al cambio climático. Por lo tanto, en lo que se refiere al calentamiento global con sus consecuencias catastróficas para la humanidad y para la naturaleza, el Estado Israelí tiene también una parte importante de responsabilidad.

Con sus bombardeos y sus demás actos ecocidas, el aparato colonial de Israel no sólo ha convertido a Palestina en un infierno, sino que está contribuyendo, mediante su importante aporte al cambio climático, a que nuestro planeta entero se convierta en el mismo infierno terrenal. Este infierno es una realidad tras la ilusión del paraíso terrenal en el que el Estado Israelí pretendía convertir el desierto. Ningún desierto reverdece ni florece al regarlo con una lluvia de fuego.

Pensando en Palestina: seis notas durante el genocidio en la Franja de Gaza

David Pavón-Cuéllar

10 de octubre de 2023

Al matar a civiles indefensos, Hamás hizo lo que Tzáhal hace cotidiana y sistemáticamente desde hace varias décadas. Es la misma barbarie, la misma crueldad, la misma carnicería. Podemos atribuir los mismos excesos al Ejército Israelí que al grupo armado palestino.

Tal parece que los enemigos están haciendo lo mismo el uno contra el otro. La diferencia es que Palestina lo hace menos, mucho menos, y lo hace tan sólo para defenderse y resistir contra Israel que no deja de atacarla, sitiarla, invadirla, robarla, mutilarla, devastarla y masacrar a sus habitantes. Palestina combate ferozmente por su existencia, pero va retrocediendo y desapareciendo a medida que Israel avanza y se engrandece a costa de ella.

Con su delirio de grandeza que nos recuerda lo peor de su cuna europea, Israel ejerce una violencia colonial ofensiva, expansiva, estratégica y fríamente calculada. Esta violencia no puede equipararse con la de Palestina que lucha de forma defensiva, suicida y desesperada, luchando tan sólo por su libertad y por su propia subsistencia como nación.

Palestina es débil. Sólo tiene de su lado la razón, la verdad y la justicia, pero no lo que pesa en este mundo. Carece de la fuerza militar, el poder económico y la influencia política-mediática de Israel.

El Estado Terrorista de Israel tiene el apoyo de los más poderosos y de las mayores potencias mundiales. Palestina sólo tiene a los anónimos, a los pueblos pobres y oprimidos como ella, a los de abajo y a la izquierda, a los de a pie y a los del Sur Global. Ellos, los vencidos como ella, se ven reflejados en ella, en ella víctima de la injusticia, en ella oprimida e insumisa, en ella que de pronto se atrevió a derribar el muro de su prisión.

La Franja de Gaza es un enorme campo de concentración y de exterminio. Después de ser despojados y desplazados, empobrecidos y hambreados, civiles, ancianos, mujeres y niños están siendo asesinados en este preciso momento por el Ejército Israelí. Es así como descendientes de víctimas del nazismo reproducen ahora la misma infamia contra otras víctimas inocentes.

Es verdad que esta vez hubo también centenares de muertes de israelíes, pero es algo que no ocurría desde hace varias décadas. La proporción habitual ha sido aproximadamente de un muerto israelí por seis o siete muertos palestinos, los cuales, además, han tenido siempre menos impacto político y menos cobertura en los medios que el muerto israelí. Así están los precios en el mercado mundial de la vida humana. Aquí la vida opulenta y con piel blanca, la vida israelí, europea o estadounidense, tiene un valor siempre mayor que el de la vida miserable y con tez oscura de los demás pueblos del mundo.

7 de noviembre de 2023

Jacques-Alain Miller ha concluido que la consigna «free Palestine» significa simplemente «liquidemos a los judíos». Ante esta burda sobreinterpretación de Miller, tendríamos derecho a poner en entredicho su capacidad para editar el seminario de Jacques Lacan. Podríamos también reprocharle que abandone la ética de la escucha psicoanalítica y olvide todo lo que aprendemos de Lacan al respecto: atenernos al significante en su literalidad, evitar el exceso de comprensión, quedarnos con lo que se dice y no delatarnos al interpretar lo que supuestamente se quiere decir.

Yo sólo me siento preocupado por lo que se revela cuando alguien, en el momento mismo en que los palestinos están siendo masacrados, no sólo no se une a quienes protestan contra la masacre, sino que se vuelve contra ellos y les atribuye secretas intenciones genocidas. ¿Cómo no recordar cuando los judíos estaban siendo realmente exterminados y al mismo tiempo los nazis los acusaban de querer liquidar a los alemanes? Parece locura, pero es infamia, la misma infamia de siempre.

3 de diciembre de 2023

¿Por qué los medios occidentales dan mayor difusión a las tres muertes por el atentado terrorista del 30 de noviembre en Jerusalén que a las doscientas muertes diarias en promedio por los bombardeos israelíes en la Franja de Gaza? ¿Por qué no conocemos los nombres de los quince mil palestinos que han muerto desde octubre y sí los de Elimelech Wasserman, Chana Ifergan y Livia Dickman?

Si Hamas asesinó a 1200 personas en los ataques del 7 de octubre, ¿por qué el Ejército de Israel se ha permitido, como represalia, masacrar tranquilamente a más de trece mil civiles inocentes palestinos? ¿Por qué deben morir diez palestinos por cada israelí muerto? ¿Por qué una vida israelí vale 10 veces más que una palestina? ¿Quizás porque los palestinos son de tez más oscura? ¿Tal vez porque son más pobres tras haber sido empobrecidos precisamente por los israelíes que les robaron su riqueza, que los expulsaron de sus tierras y de sus casas, que les quitaron su agua, sus ovejas, sus olivos y naranjos?

Si Netanyahu ya mató en siete semanas al doble de civiles que los 7000 de Ucrania muertos en casi dos años, ¿por qué no hay una campaña mediática mundial contra Netanyahu como la que hubo contra Putin? ¿Por qué no se han anulado eventos, contratos y roles de artistas, intelectuales y científicos israelíes como sucedió con los rusos? ¿Por qué la única persecución ha sido contra Susan Sarandon, Melissa Barrera y otras personas que se han atrevido a denunciar el genocidio palestino?

¿Por qué el Ejército de Israel puede matar impunemente a más de 4000 mujeres y a más de 5000 niños de Palestina desde octubre? ¿Por qué la diputada israelí Merav Ben Ari ha dicho públicamente que los niños palestinos «merecen» morir? ¿Cómo es que los niños pueden merecer morir? ¿Quizás porque se trata de niños palestinos, de palestinos que no son considerados humanos, sino «animales», como lo ha dicho públicamente el ministro de defensa israelí Yoav Gallant?

¿Cómo es que se ha permitido al Ejército de Israel animalizar a los palestinos, exterminarlos como animales en el rastro y destruir sus escuelas, sus hospitales y 88 de sus mezquitas desde octubre? ¿Por qué no tenemos derecho a comparar estas mezquitas con las sinagogas destruidas alguna vez por los nazis? ¿Por qué no se nos permite nombrar el nazifascismo sionista, el antisemitismo islamófobo, el racismo de los arios israelíes, el gueto de Gaza, los campos de exterminio de refugiados palestinos, el colaboracionismo europeo y estadounidense? ¿Por qué el gobierno de Israel puede referirse a la «solución final» del problema palestino y nosotros no podemos comparar la Shoa con la Nakba y con lo que está ocurriendo ahora mismo en la Franja de Gaza?

5 de mayo de 2024

Nos enteramos de que el Doctor Adnan Al-Bursh fue arrestado, torturado y asesinado por el Ejército de Israel. Se nos informa que fue médico cirujano de Al-Shifa y otros hospitales en la Franja de Gaza, donde trabajaba sin descanso, a costa de su propia salud, para curar a heridos por los ataques de Israel. Hay testimonios de que arriesgaba constantemente su vida al desplazarse entre hospitales y al efectuar cirugías durante los bombardeos israelíes.

También sabemos que el Doctor Al-Bursh tenía una esposa y tres hijos, Yazan, Yamen y Tamim, y que no fue culpable sino de escribir en su último twitter: «moriremos de pie y no nos arrodillaremos, y como dije, lo único que nos queda en el valle son sus rocas, y nosotros somos sus rocas». Estudiantes universitarios británicos decidieron hoy dar el nombre «Parque Doctor Al-Bursh» al Jardín Brunswick de la ciudad de Manchester en Reino Unido. Es un homenaje bien merecido, pero el Doctor Al-Bursh no es más que uno de los 496 médicos y 35 mil civiles palestinos que han sido asesinados por Israel desde octubre del año pasado.

26 de mayo de 2024

Las imágenes de Palestina que vemos nos duelen y nos enfurecen hasta quitarnos el sueño. Nos provocan emociones, pero no individuales ni mucho menos interiores, pues lo que sentimos viene de afuera, nos atraviesa y nos desborda, exigiendo salir, compartirse, hablarse y actuarse en el mundo. Se trata de política y no de psicología.

No es empatía. No es que seamos capaces de comprender lo que otrxs están sintiendo porque somos similares a ellxs. No es que seamos como ellxs. Es que somos ellxs, lxs mismxs, nosotrxs.

Cuando se les asesina, se nos asesina. Se nos mata una parte de nosotrxs, algo que resiste, algo en lo que resistimos, algo que somos al resistir, ya que la resistencia es nuestra existencia. Vencerla es vencernos, continuar mutilando nuestra existencia ya tan mutilada, contraer la vida que nos queda, la que se nos ha dejado.

Vivimos cuando resistimos contra eso que intenta despojarnos de la tierra que es nuestra, contra eso que nos quiere dominar y explotar, contra eso que nos arrebata nuestra vida que no se deja dominar y explotar. Lo que resiste contra eso es lo que vive cuando vivimos, viviendo al resistir, al resistir contra eso muerto que no es nadie, contra el misil teledirigido que destruye nuestras casas, contra el dron que nos dispara, contra el algoritmo que borra nuestras palabras con las que denunciamos el dron y el misil. Expresándonos también estamos viviendo, viviendo al resistir contra el capital que paga el algoritmo, el dron y el misil.

Es verdad que el capital nos ofrece múltiples estilos de vida, pero es porque nos arrincona en múltiples formas de muerte que a veces podemos convertir en reductos de resistencia contra él. En cada reducto, resistir es vivir. Nuestra vida se ha ido convirtiendo en una lucha cotidiana contra las cabezas de la hidra capitalista, entre ellas la institucional para disciplinarnos y subyugarnos, la empresarial para atraparnos y explotarnos, la bancaria-financiera para estafarnos y desvalijarnos, la gubernamental para dirigirnos y controlarnos, la policial para vigilarnos y reprimirnos, la militar para combatirnos y exterminarnos, la médiática-publicitaria para engañarnos y manipularnos, la industrial para servirnos al intoxicarnos y enfermarnos.

29 de mayo de 2024

La agroindustria global y la industria militar del sionismo israelí son dos cabezas de la misma hidra capitalista. Es el mismo capital el que está despoblando Gaza y deforestando Michoacán, México y Latinoamérica. Sustituir bosques primarios por monocultivos obedece a la misma lógica del capitalismo que está remplazando a los palestinos por colonos israelíes.

El capital es tan genocida como ecocida. La sequía en México tiene la misma causa que la carnicería en Rafah. El dolor de allá y el calor de aquí son provocados por el mismo capitalismo.

Ser de izquierda y estar con Palestina

Artículo publicado en Rebelión el 14 de noviembre de 2023

David Pavón-Cuéllar

Desde sus orígenes en la Revolución Francesa, la izquierda se define como una opción por lxs pobres, por lxs oprimidxs, por lxs despreciadxs y humilladxs. Esta opción tan sólo puede ser hoy, en la presente coyuntura, una opción por lxs palestinxs. Estar con ellxs es la única forma en que unx puede ser verdaderamente de izquierda en relación con lo que sucede en la Franja de Gaza.

Comunistas, anarquistas, antirracistas, feministas comunitarias, defensorxs del territorio y muchxs otrxs alzan de pronto la misma bandera palestina. Es muy significativo que esta bandera, como la roja del pasado, consiga realizar el milagro de unir a la izquierda consecuente. La misma bandera está sirviendo también para desenmascarar a la izquierda inconsecuente, la farsante, la indiferente hoy ante la carnicería en Gaza como ayer ante la persecución de los judíos en Europa.

Lxs indiferentes son lxs mismxs de siempre. Deslindándose de ellxs, lxs antifascistas reaparecen bajo la forma de lxs antisionistas. Unxs y otrxs luchan contra la infame ley de lxs más fuertes que se arrogan el privilegio de robar, segregar y exterminar a pueblos enteros.

En el último mes, según un informe de la ONU, el Ejército Israelí ha matado al menos a 10000 palestinxs, la mayoría civiles, entre ellxs más de 4000 niñxs y casi 3000 mujeres. «En promedio, un niño muere y dos resultan heridos cada 10 minutos», ha informado la Agencia de la ONU para los Refugiados Palestinos en Oriente Próximo (UNRWA). Otra vez deben morir muchxs palestinxs inocentes por cada israelí muertx.

Son demasiados ojos y dientes palestinos por cada ojo y diente israelí. No es ninguna ley del talión, sino el poder arbitrario del color de la piel y en especial del dinero y derivativamente de la influencia política. Es todo esto lo que se expresa en los abismalmente diferentes precios de la vida humana mercantilizada en el mercado mundial capitalista. Ser anticapitalista es también hoy estar con lxs palestinxs.

El gran crimen de lxs palestinxs es desafiar al capital que está del lado de sus enemigxs, pero lo cierto es que tienen derechos adquiridos sobre las tierras en la que habitan desde tiempos inmemoriales y que les han sido arrebatadas. Lxs palestinxs tienen también razones de sobra para permanecer en esas tierras. De cualquier modo, aun cuando no tuvieran derechos ni razones, de cualquier modo tendríamos que apoyarlxs y darles nuestra fuerza porque la necesitan para sobrevivir, porque son lxs débiles de este conflicto, porque somos de izquierda y nuestra opción es por lxs débiles amenazados por lxs fuertes.

Lxs palestinos son hoy lo que ayer eran lxs judíos. Unxs y otrxs han sido víctimas del antisemitismo occidental que fue antes contra lxs judíxs para ser ahora principalmente contra lxs palestinxs y otrxs musulmanxs. La islamofobia es la actual modalidad histórica del antisemitismo, del supremacismo blanco y del racismo europeo en general.

Hay que entender que la raza es algo simbólico y no sólo real, biológico, fenotípico. Esto es cierto en especial cuando se trata de pueblos tan híbridos como los de Palestina e Israel. Tras haber sido semitas, los israelíes han pasado a ser lxs arixs que se lanzan, como lxs nazis, contra sus víctimas semitas que son lxs palestinxs.

Gaza es un ghetto como el de Varsovia destruido por unas órdenes de Hitler que no difieren mucho de las de Netanyahu. Como en la Segunda Guerra Mundial, hay campos de concentración que ahora son de refugiados y que se han vuelto campos de exterminio en los últimos días. Hay también muros y alambradas como en Auschwitz.

Israel ha instituido también un apartheid como el de Sudáfrica. Tanto el gobierno blanco sudafricano como el estadounidense y ahora el israelí son prolongaciones, tentáculos de una misma entidad europea judeocristiana que ha colonizado, saqueado y aniquilado todo lo que no es ella. Oponerse a ella en Israel es hacer justicia no sólo a lxs palestinxs, sino a lxs africanxs esclavizadxs, a lxs indígenas americanxs y a todxs lxs demás que han estado en la posición que ahora ocupan lxs palestinxs.