Psicologia in Palestina

David Pavón-Cuéllar

Tradotto dalla Brigata Basaglia e pubblicato originariamente sul loro blog, 27 novembre 2025

Abstract: Viene fornita una panoramica delle diverse forme che prende la psicologia rispetto alla Palestina e nel contesto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele e della resistenza contro tale occupazione. In primo luogo, vengono esaminati criticamente vari studi che affrontano l’aspetto psicologico del cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Si distinguono due grandi categorie di lavori all’interno delle correnti principali della psicologia: quelli che cercano di spiegare e aiutare a risolvere il conflitto e quelli che tentano di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti. L’articolo approfondisce poi un’altra categoria di lavori che si rifanno in modo riflessivo a lavori precedenti e li mettono in discussione per la loro inadeguatezza culturale, l’eurocentrismo, il liberalismo, l’individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste questioni offrono uno sguardo su una psicologia critica emergente, una psicologia critica il cui potere risiede nel suo legame con il popolo palestinese.

Parole chiave: Palestina, Psicologia, Psicologia critica, Israele, popolo.

Traduzione a cura delle Brigata Basaglia (www.brigatabasaglia.org)

Introduzione

L’immagine abituale della Palestina è quella della sua devastazione, degli ultimi brandelli del suo territorio, di un popolo intrappolato tra le mura. È l’immagine di esplosioni, polvere, rovine, macerie, cadaveri, filo spinato, torri di guardia, campi profughi, donne in lacrime e bambini che lanciano pietre contro i carri armati israeliani. È così che la Palestina viene solitamente immaginata nel mondo e anche nell’ambiente accademico e professionale della psicologia.

Di solito gli psicologi immaginano la Palestina come un luogo che può solo essere un ricettacolo di oggetti della psicologia come il lutto, il dolore, la sofferenza, la depressione, l’ansia, l’aggressività, la violenza, la resilienza o disturbi come quello da stress post-traumatico. Questi oggetti, assimilati a ciò che viene descritto come il “conflitto” israelo-palestinese, vengono presentati agli psicologi di tutto il mondo come qualcosa che accade in Palestina e che richiede la loro attenzione per essere studiato, ricercato, spiegato, compreso, trattato, risolto e curato. È così che si pensa che la psicologia agisca o dovrebbe agire in relazione a questo territorio: operando per occuparsi di ciò che vi accade, occupandosene come se ciò fosse il suo obiettivo, applicandosi come se ciò fosse il suo problema.1

La Palestina tende ad essere concepita dagli psicologi come un luogo per gli oggetti della psicologia, ma non come un luogo per la psicologia. Come potrebbero svilupparsi le teorie e le pratiche psicologiche nella miseria della Palestina, tra le sue rovine e le sue macerie, nell’isolamento del suo assedio, nell’urgenza dei suoi abitanti di sopravvivere, nelle sue terre devastate e costantemente minacciate dallo Stato di Israele? Secondo questa idea, non ci sarebbero le condizioni per una psicologia in Palestina, ma solo per una psicologia della Palestina, su di essa, su ciò che vi accade.2

La psicologia lavorerebbe sulla Palestina come le altre scienze del mondo che studiano la Palestina, come le risoluzioni israeliane e statunitensi che riguardano anch’esse la Palestina, come il potere israeliano che grava sulla Palestina, come i droni e gli aerei militari di Tzahal che sorvolano la Palestina e lanciano anche delle bombe su di essa.
Con tutto questo e molto altro ancora che c’è e che ricade su di essa, comprendiamo che la Palestina possa sentirsi oppressa e che sia ricoperta dalle ferite e dalle cicatrici delle sue rovine, delle sue macerie e di tutto quello che immaginiamo quando la immaginiamo. La triste immagine di ciò che ci sarebbe in Palestina è quella di qualcosa di schiacciato e ferito da gran parte di ciò che gravita e precipita su di essa.

In realtà, per quanto pesante sia la situazione in Palestina, c’è ancora molto che resiste e si conserva in essa. La percezione stessa che lì rimangano solo rovine e macerie, polvere e cadaveri, coincide sospettosamente con l’orizzonte del progetto sionista di pulizia etnica destinato a realizzare il sogno di una terra senza popolo per un popolo senza terra. Al di là della fantasia su cui lo Stato di Israele fonda la sua legittimità, la Palestina è una terra con un popolo originario, il popolo palestinese, che ha migliaia di anni di storia, che mantiene viva una cultura raffinata e che recentemente sta sviluppando proposte artistiche, filosofiche e scientifiche molto originali, tra cui una psicologia che abbozzeremo alla fine di questo articolo.

Prima di arrivare alla psicologia del popolo palestinese, esamineremo criticamente diverse ricerche psicologiche sulla Palestina e, in particolare, sul cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Successivamente affronteremo una psicologia più connessa al popolo palestinese, che analizzeremo in lavori che riflettono sulle ricerche precedenti e le mettono in discussione per problemi quali la loro inadeguatezza culturale, il loro eurocentrismo, il loro liberalismo, il loro individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste prospettive critiche ci permetteranno di intravedere una psicologia critica emergente la cui forza risiede nella sua connessione con il popolo palestinese, con la sua lotta e la sua resistenza.

Il nostro primo contatto con la psicologia del popolo palestinese è avvenuto grazie a un eccellente articolo pubblicato di recente dai nostri colleghi Pedro Costa e Kíssila Mendes.Questo articolo ci ha spinto prima a leggere gli autori citati, poi a rintracciare alcuni dei loro riferimenti e, infine, a condurre un’ampia ricerca documentale sulla questione palestinese in campo psicologico. Ricercando con mezzi convenzionali come la ricerca negli indici delle riviste, la consultazione di revisioni sistematiche e lo studio metodico di testi accademici, abbiamo acquisito familiarità con una letteratura scientifica piuttosto ripetitiva e prevedibile, oltre che notoriamente parziale e tendenziosa, in cui prevalgono la lingua inglese, l’affiliazione a università israeliane o statunitensi, la pretesa di neutralità, la visione oggettivante che contraddistingue la psicologia sulla Palestina e il presupposto dell’esistenza di un “conflitto” tra Palestina e Israele.

Questa flagrante riproduzione accademica dei rapporti di potere prevalenti nella sfera politico-mediatica non ci ha impedito di scoprire improvvisamente, negli angoli e ai margini, indizi di ciò che qui rappresentiamo globalmente come la psicologia critica palestinese, cioè la psicologia del popolo palestinese, ispirata e legata ad esso, alle sue lotte e alle sue aspirazioni. Una caratteristica distintiva della psicologia critica palestinese, che la distingue nettamente da altre proposte psicologiche, è quella che la scrittrice Lina Meruane ha descritto come la “vocazione terroristica di chiamare le cose con il loro nome”.È grazie a per questa vocazione che si designa chiaramente ciò che il popolo palestinese sta vivendo come colonialismo, occupazione e genocidio, invece di ricorrere ad altre parole che servono più a nascondere che a mostrare. Una parola nascondiglio ben nota, una delle più utilizzate in campo psicologico, è quella di “conflitto”, con la quale si pretende di sintetizzare tutto ciò che accade tra Israele e Palestina.

La maggior parte delle ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina partono dal presupposto errato che si tratti di un “conflitto”.Basta soffermarsi un attimo sulla questione per rendersi conto che non si tratta di un conflitto, ma di qualcosa di completamente diverso: in primo luogo, un’offensiva unilaterale dell’invasore israeliano con il suo immenso potere economico, politico e militare scatenato contro il popolo palestinese per sbarazzarsene e impossessarsi del suo territorio dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano; in secondo luogo, gli sforzi disperati di questo popolo per difendersi e sopravvivere in una situazione coloniale caratterizzata dall’asimmetria degli interessi e dallo squilibrio delle forze. Ciò che abbiamo qui, in altre parole, è la resistenza contro una situazione di pulizia etnica finalizzata alla spoliazione territoriale.In queste condizioni, descrivere come “conflitto” ciò che accade nel rapporto tra palestinesi e israeliani è tanto fallace e infame quanto lo sarebbe usare lo stesso termine per designare i rapporti tra gli indigeni americani e i colonizzatori europei, tra gli ebrei e i nazisti, o tra i neri e i bianchi sudafricani ai tempi dell’apartheid. Tuttavia, come vedremo ora, la parola “conflitto” è al centro di molte ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina, le quali, riducendo questi eventi a un conflitto, sono esempi di quella che è finita per essere conosciuta come “psicologia del conflitto israelo-palestinese.

La psicologia che cerca di spiegare e risolvere il “conflitto”

La maggior parte degli approcci psicologici al presunto conflitto possono essere raggruppati in due grandi categorie: una è quella dei lavori che trattano direttamente il “conflitto”, l’altra è quella degli studi che ne affrontano gli effetti sui soggetti. Nel primo gruppo predominano gli psicologi sociali, culturali e politici, mentre nel secondo abbondano psichiatri, psicoterapeuti e psicologi clinici e comunitari.

Gli psicologi del primo gruppo tendono a mettere le loro conoscenze, i loro metodi e le loro ricerche al servizio della spiegazione e della risoluzione del “conflitto”. Ciò li porta a concentrarsi sui fattori psicologici a cui attribuiscono la persistenza del conflitto, tra cui fattori cognitivi, emotivi, affettivi, comportamentali, relazionali o persino discorsivi e narrativi. In un classico lavoro di quasi 40 anni fa, ad esempio, Herbert Kelman sosteneva che il “conflitto” non era stato risolto perché era diventato un conflitto a somma zero in cui ciascuna delle parti negava l’identità e il diritto all’esistenza dell’altra parte.8  Pertanto,  l’unica  soluzione  era  il riconoscimento  reciproco  tra  israeliani  e palestinesi, con cui sarebbe stato possibile realizzare ciò che lo stesso Kelman concepì in seguito come un compromesso storico per convalidare le identità e soddisfare i bisogni fondamentali di entrambi i popoli.9

Tra i fattori che impedirebbero la riconciliazione tra il popolo palestinese e quello israeliano, Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal sottolineano le credenze sociali di entrambi i popoli.10 Il cambiamento di queste credenze sarebbe la chiave per risolvere il “conflitto”. Tuttavia, il cambiamento è difficile, poiché le credenze sarebbero funzionali per i popoli, aiutandoli ad affrontare la paura e le diverse difficoltà associate al “conflitto”.
Tra le credenze degli israeliani e dei palestinesi, quelle più ostili alla risoluzione del “conflitto” sarebbero quelle che si condensano e si consolidano nei pregiudizi e negli stereotipi di cui si occupa Moises Salinas.11 Questi, secondo Salinas, costituiscono i maggiori ostacoli alla pace tanto desiderata dagli abitanti della regione. Per raggiungerla, basterebbe superare la rappresentazione pregiudiziale e stereotipata che palestinesi e israeliani hanno l’uno dell’altro e che li porta ad attaccarsi solo per cercare di difendersi da ciò che si attribuiscono reciprocamente.

Inoltre, in modo difensivo, anche i popoli palestinese e israeliano si chiuderebbero in sé stessi. Non si ascolterebbero più a vicenda né dialogherebbero tra loro, tranne che in scambi strumentali, come ha sottolineato Julia Chaitin.12 Per questa autrice, l’ascolto e il dialogo sono le chiavi per la riconciliazione, poiché condizionano la possibilità di un cambiamento delle credenze sociali e di un riconoscimento reciproco.

Oltre alle credenze e alla mancanza di riconoscimento, recentemente Alon Ben-Meir ha preso in considerazione altri fattori che impediscono la risoluzione del “conflitto”, tra cui la resistenza psicologica, le esperienze passate, la percezione storica e le convinzioni religiose.13 Curiosamente, per Ben-Meir, questi e altri fattori sarebbero ancora più decisivi della disputa per la terra. Più che storico, sociopolitico ed economico, il nocciolo del “conflitto” sarebbe psicologico. La psicologizzazione, l’esagerazione dell’importanza della psicologia nel “conflitto”, è portata da Ben-Meir a un estremo rivelatore. Ben-Meir svela ciò che è in gioco nelle diverse spiegazioni psicologiche del conflitto a cui abbiamo fatto riferimento. Spiegando il “conflitto” principalmente attraverso la psicologia, si minimizza o addirittura si ignora la storia, la società, l’economia e la politica. Ciò permette di dimenticare le violenze dirette e indirette o strutturali che il sionismo ha perpetrato sui palestinesi da quasi un secolo: l’immenso furto di terre e altre proprietà, il saccheggio delle risorse, l’assedio, l’impoverimento culturale e socioeconomico, la distruzione di abitazioni e infrastrutture, il disprezzo e l’umiliazione, l’emarginazione e la segregazione, lo sfruttamento e oppressione, la repressione e persecuzione, la migrazione forzata, l’incarcerazione arbitraria e lo sterminio sistematico.
È indiscutibile che i danni inflitti dallo Stato di Israele ai palestinesi siano incomparabilmente maggiori di quelli inflitti dalla Palestina agli israeliani. Questa asimmetria scompare quando prestiamo attenzione solo all’aspetto psicologico del problema, giudicandolo il più importante e determinante. La considerazione unilaterale dell’aspetto psicologico ci fa anche perdere di vista il fatto che la violenza palestinese si distingue fondamentalmente da quella israeliana per essere difensiva e non offensiva, reattiva e non invasiva, da parte degli oppressi e non degli oppressori, per liberarsi e non per dominare, per sopravvivere e non per espandersi, con uno scopo di resistenza e non di colonizzazione. Tutto questo svanisce in un regno della psicologia in cui i palestinesi possono riconciliarsi con gli israeliani, rassegnarsi a ciò che accade, dimenticare, perdonare e lasciarsi alle spalle un debito storico semplicemente impossibile da ripagare. Apparentemente, invece di continuare ad amareggiarsi e indignarsi pensando alla colonizzazione, alla devastazione, all’esilio e al genocidio, i palestinesi dovrebbero pensare, con l’aiuto degli psicologi, a temi confortanti come quelli sottolineati dagli autori citati: la mancanza di riconoscimento reciproco in Kelman, le credenze sociali in Rouhana e Bar-Tal, i pregiudizi e gli stereotipi in Salinas, la mancanza di ascolto e dialogo in Chaitin, e la percezione storica e le convinzioni religiose in Ben-Meir. Queste categorie psicologiche sono come formule magiche per scongiurare e dissipare non solo la cattiva coscienza di Israele, ma anche il suo debito nei confronti dei palestinesi. Invece di pagare il debito, si sceglie di volatilizzarlo nella psicologia.

In questo modo, la prospettiva psicologica permette di relativizzare il danno oggettivo inflitto ai palestinesi, nonché di oggettivarlo e derealizzarlo per non doverlo riparare. Invece di risarcire i palestinesi lasciandoli tornare nei loro territori e restituendo loro terre, ulivi, case e villaggi, è molto più facile ed economico per lo Stato di Israele risolvere il “conflitto” avvalendosi dei propri psicologi per ottenere che i palestinesi riconoscano l’identità israeliana, cambino le loro convinzioni su Israele, ascoltino rispettosamente coloro che hanno sottratto loro il territorio, dialoghino cordialmente con loro e imparino a percepirli in modo diverso. La soluzione avviene quindi nella mente e non nella realtà, nel mondo psichico interno e non in quello socioeconomico esterno, come spesso accade nella psicologia, che, senza offrire nulla per porre fine alla violenza degli aggressori israeliani contro le loro vittime palestinesi, può solo rivittimizzare queste ultime incolpandole di ciò che soffrono ed esortandole a perdonare i veri colpevoli.

La psicologia che cerca di individuare, comprendere e trattare gli effetti del “conflitto”

In contrasto con i lavori appena citati, ce ne sono altri che sembrano politicamente meno discutibili, ma solo perché non sono così chiaramente ed evidentemente legati alla politica. Si tratta di lavori che non fanno riferimento diretto al “conflitto”, ma ai suoi effetti sulle vittime palestinesi. Molti effetti sono già di per sé psicologici, quindi non è necessario psicologizzarli per affrontare psicologicamente il “conflitto”.

Tra i vari effetti psicologici della violenza israeliana sulla Palestina, forse il più studiato è il disturbo da stress post-traumatico, in cui i soggetti rimangono spaventati, ansiosi e depressi per diversi mesi e persino anni dopo l’esperienza traumatizzante.

Esistono decine di pubblicazioni sullo stress post-traumatico dei palestinesi, nonché revisioni sistematiche di queste pubblicazioni.14 Sono state inoltre sistematicamente revisionate pubblicazioni su altri effetti psicologici del “conflitto” che non raggiungono le soglie del disturbo da stress post-traumatico, anche se comportano cambiamenti nel modo di pensare, sentire e agire, nonché danni al benessere dei soggetti.15 Esistono anche studi su altri effetti, tra cui i comportamenti violenti e antisociali,16 depressione, stress e ansia,17 insonnia e altri disturbi del sonno.18 Abbiamo qui un immenso accumulo di ricerche che dimostrano oggettivamente, con precisione e rigore, l’enorme sofferenza inflitta dallo Stato di Israele ai palestinesi.

Alcuni lavori non si limitano a rilevare gli effetti psicologici della violenza israeliana, ma cercano di comprenderli, indagando in particolare ciò che può attenuarli. Raija-Leena Punamäki e i suoi collaboratori, ad esempio, hanno dimostrato che lo stress post- traumatico dei bambini palestinesi è meno grave quando i genitori sono affettuosi con loro.19

Da parte loro, Rozanna Aitcheson e i suoi colleghi hanno individuato altri fattori favorevoli alla resilienza degli adolescenti, tra cui una maggiore autoregolazione, capacità di coping più solide, un atteggiamento ottimista e la percezione che la famiglia rappresenti il mondo come qualcosa di comprensibile.20

Ricerche come quella appena citata evidenziano l’importanza dell’atteggiamento e della percezione nell’esperienza dei palestinesi. Per comprendere meglio questo fattore soggettivo, Phillip Hammack sottolinea il peso delle narrazioni storiche e identitarie, tra cui le tragiche narrazioni di perdita e spoliazione.21 Il suo lavoro ci permette di intravedere come le narrazioni, influendo sulla soggettività, potrebbero contribuire ad alleviare le sofferenze dei giovani palestinesi.

Il sollievo può essere ricercato anche in modo strategico e metodico attraverso tecniche di riabilitazione come quelle implementate da Sofián El-Astal con gli studenti di Gaza, offrendo loro laboratori con meditazioni incentrate sul perdono ed esercizi di respirazione, espressione, auto-stimolazione e immaginazione di un luogo sicuro.22 Esistono ovviamente altri possibili trattamenti. Uno ben noto per la sua efficacia, utilizzato da Dana Bdier e Fayez Mahamid con adolescenti palestinesi traumatizzati, è la terapia cognitivo-comportamentale di esposizione prolungata, che consiste in un avvicinamento graduale ai ricordi e ai sentimenti legati al trauma.23

Senza dubbio è necessario trattare il trauma, ma ciò non è sufficiente quando la situazione traumatizzante persiste durante il trattamento. Finché lo Stato di Israele continuerà l’occupazione dei territori e continuerà la sua violenza mortale e devastante contro il popolo palestinese, le diverse tecniche psicoterapeutiche e riabilitative concepite da El-Astal, Bdier e Mahamid costituiscono semplici cure palliative che non curano il male, ma si limitano ad alleviare sintomi come quelli dello stress post- traumatico.
L’idea stessa di questo stress è fuorviante, poiché i palestinesi continuano a vivere in una situazione traumatica, non trovandosi in un momento già post-traumatico.

Diciamo che i palestinesi non sono ancora in un luogo sicuro ed è per questo che possono solo immaginarlo come nella tecnica di El-Astal. Dietro ciò che si immagina, la realtà materiale è fatta di totale insicurezza perché ci si trova in una situazione traumatica permanente, che, inutile dirlo, esiste di per sé, indipendentemente dalle narrazioni a cui si riferisce Hammack. Forse l’elaborazione dell’esperienza traumatica può essere favorita narrativamente, ma non è così che si porrà fine al trauma e si dissolverà ciò che è traumatizzante. Centinaia di migliaia di palestinesi rimarranno traumatizzati finché lo Stato di Israele continuerà a traumatizzarli, a molestarli, a minacciarli, a intimidirli, a perseguitarli e ad attaccarli con droni, proiettili e bombardamenti.

In condizioni di occupazione, spoliazione e guerra permanente, non ci si può affidare esclusivamente a fattori psicologici quali l’affetto paterno e l’ottimismo a cui fanno riferimento Punamäki e Aitcheson con i rispettivi collaboratori. Ciò che emerge da queste piccole soluzioni a grandi problemi non è altro che la debolezza e l’impotenza degli psicologi, così come, a volte, solo a volte, emerge anche la meschinità e la miseria della psicologia. La comprensione psicologica degli effetti non dovrebbe portarci a dimenticare la causa, la realtà materiale e storica della violenza di Israele contro la Palestina, per concentrarci sui fattori attenuanti o aggravanti.

Haj-Yahia e Makkawi: superare le insufficienze della psicologia sulla Palestina

Studi come quelli recentemente messi in discussione non solo presentano i problemi che abbiamo appena evidenziato, ma anche molti altri che sono stati acutamente identificati da diversi autori critici. Ciò che contraddistingue questi autori è che ammettono apertamente il nocciolo politico della questione, riferendosi chiaramente all’occupazione israeliana, senza nasconderla con la fantasia del “conflitto” e senza limitarsi a curarne gli effetti psicologici. C’è qui una sorta di buon senso che proviene dal popolo palestinese e che permette di rivolgersi criticamente contro le ricerche, le riflessioni e gli interventi della psicologia sulla Palestina che abbiamo esaminato nei due paragrafi precedenti.
Muhammad Al Haj-Yahia è stato un pioniere nel mettere in discussione le carenze metodologiche della ricerca psicologica in Palestina, l’utilizzo di scale occidentali culturalmente inadeguate al contesto e la mancanza di utilità e applicabilità per la

popolazione oggetto di studio.24 Dopo aver letto Haj-Yahia, Ibrahim Makkawi ha

completato la sua critica mettendo in discussione l’orientamento “riduzionista, individualista e positivista” della stessa psicologia che svolge ricerche in Palestina, nonché la sua pretesa di neutralità e il suo esclusivo scopo di “promozione accademica” senza effetti concreti sulla realtà.25 Secondo Makkawi, la maggior parte degli psicologi, psicoterapeuti e psichiatri non sarebbe al servizio del popolo palestinese, ma di se stessi e delle istituzioni o organizzazioni in cui sarebbero inseriti, siano esse governative o non governative.

Cercando le cause della disconnessione degli operatori di salute mentale rispetto al popolo palestinese, Makkawi le ha individuate negli Accordi di pace di Oslo del 1993. Gli accordi hanno istituito un quadro liberale che ha facilitato, regolamentato e promosso l’invasione di “finanziamenti provenienti dai paesi capitalisti occidentali” che, oltre a corrodere la “coesa comunità palestinese”, ha contribuito a indebolire le “antiche organizzazioni di volontariato di base” e sostituirle con organizzazioni non governative con “approcci individualistici al counseling e alla psicoterapia”.26 Queste organizzazioni disponevano di risorse sufficienti per cooptare numerosi psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, depoliticizzandoli e allontanandoli dal popolo palestinese, intrappolandoli nelle loro agende, logiche e priorità.

Ribellandosi alla depoliticizzazione e alla disconnessione dei suoi colleghi rispetto al popolo palestinese, Makkawi ha proposto una psicologia comunitaria critica, ripoliticizzata e riconnessa con il popolo.

La sua proposta si basava sul riconoscimento che la violenza scolastica e domestica, i comportamenti ad alto rischio, l’incapacità di emanciparsi e altri problemi di salute mentale derivano da fenomeni quali “l’occupazione continua, la violenza militare, il muro di separazione coloniale, i posti di blocco, l’embargo economico, l’aumento della povertà, la detenzione e la tortura, gli omicidi e le stragi, la chiusura delle scuole e la distruzione sistematica delle infrastrutture” in Palestina.27 Questi fenomeni oggettivi erano quindi al centro dell’attenzione del programma di “psicologia comunitaria critica non riduzionista” introdotto da Makkawi all’Università di Birzeit in Cisgiordania: un programma ispirato in parte dal pensiero latinoamericano impegnato, guidato da metodi come la ricerca-azione partecipativa di Orlando Fals Borda e accompagnato da una “psicologia sociale della liberazione” basata sia sulla proposta omologa di Ignacio Martín-Baró sia sull’”educazione dialogica” e sulla “coscienza” così come concepite da Paulo Freire.28 Il lavoro a Birzeit ha costituito un’eccezione in Palestina, dove la psicologia, la psicoterapia e la psichiatria tendono a rimanere confinate nel riduzionismo, nell’individualismo, nel positivismo, nell’accademismo e negli altri problemi diagnosticati da Makkawi.

Meari e Jabr: Nakbasumud e intifada

La diagnosi di Makkawi trova conferma negli studi psicologici e psichiatrici sul trauma in Palestina. In questi studi, Lena Meari ha individuato un orientamento “eurocentrico” e “liberale” che tende a individualizzare, psicologizzare, depoliticizzare e decontestualizzare il trauma, vedendo i palestinesi non più come attori, ma come semplici vittime, il che ha “ramificazioni soggettive e politiche pregiudizievoli per la lotta anticoloniale”.29 In alternativa, ciò che Meari propone si riassume nel concetto palestinese di sumud, inteso non come semplice resilienza psicologica, ma come capacità politica di resistenza, come «forza indefinibile che rappresenta la possibilità di una prassi politica al di fuori dell’ambito delle forme normalizzate della politica», una «fermezza» che è «un divenire rivoluzionario costante che apre la possibilità di un regime alternativo dell’essere, di un’identità relazionale etico-politica».30 Tutto ciò, che permette di resistere efficacemente all’occupazione israeliana, rischia di perdersi quando gli operatori della salute mentale psicologizzano e quindi depoliticizzano il trauma dell’occupazione, il sumud palestinese e il modo in cui si manifesta nella resistenza, nell’intifada.

In accordo con Meari, Samah Jabr ha osservato come gli psicologi, psichiatri e psicoterapeuti possono finire per indebolire il sumud l’intifada, la fermezza e la resistenza dei palestinesi, oltre che esacerbare le loro sofferenze, sostenendo che «i problemi sono nella loro testa».31 Jabr ha anche concordato con Meari nel criticare in particolare la nozione individualista occidentale di trauma perché non corrisponde né alla realtà storica, né alla specificità culturale, né alla natura collettiva dell’esperienza palestinese di «umiliazione, oggettivazione, abbandono forzato ed esposizione quotidiana a stress tossico».32 Ignorando questa esperienza, una diagnosi forzata come quella del disturbo da stress post-traumatico servirebbe solo a patologizzare l’individuo «senza  offrire  soluzioni  per  un  contesto patogeno»33  e  senza  cogliere  appieno «l’esperienza del trauma storico dei palestinesi, un trauma deliberato, coloniale, continuo, collettivo, cumulativo e intergenerazionale», nonché «sistematicamente inflitto», che «si ripercuote su tutti gli ambiti della vita, della salute, identità, cultura ed economia”.34 Questi tratti dell’esperienza dei palestinesi costituiscono il filo conduttore della teoria del trauma storico sviluppata da Jabr.

Il paradigma del trauma storico è la Nakba, concepita da Jabr non solo come la catastrofe provocata dagli israeliani quando espulsero dalle loro terre quasi un milione di palestinesi nel 1948, ma come tutto ciò che si scatenò in quel momento e perdura fino ai giorni nostri, ciò che viene vissuto come un “insulto rinnovato”, come ” sofferenza accumulata”, come “ferita mai guarita”, come “immagine di sé danneggiata” che si trasmette di generazione in generazione.35 L’unico rimedio a questa esperienza traumatica si trova, secondo Jabr, oltre il piano psicologico individuale, nella «cura collettiva attraverso narrazioni popolari, rituali e rappresentazioni simboliche»,36 ma soprattutto nel sumud nell’intifada, nella fermezza e in una lotta di resistenza «umanizzante» che permette di superare il senso di impotenza e garantire la «coerenza cognitiva attraverso il rifiuto dell’oppressione», così come nella solidarità internazionale che «convalida l’umanità dei palestinesi riconoscendo i loro sentimenti e la loro soggettività».37 L’unico rimedio al trauma è quindi politico, il che, secondo Jabr, è coerente con il fatto che anche la causa del trauma è politica.

Farajallah, gli Sheehi e il team di Hakim: politica, storia e contesto della psicologia in Palestina

Il riconoscimento del fattore politico, sia per quanto riguarda le cause che rispetto alla cura del trauma palestinese, lo si trova anche nel lavoro di Iman Farajallah. Questo autore condivide il punto di vista di Sami Owayda, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Gaza, quando ammette che la causa del trauma è l’occupazione e che quindi «la soluzione è politica e non psicologica».38 Tra le strategie proposte da Farajallah per superare la continua esperienza traumatica, sono significative quella di “continuare a sostenere la causa palestinese” e quella di evitare di “normalizzare o perdere la speranza”.39 Lavorare per la salute mentale in Palestina richiede di andare oltre la psicoterapia individuale o di gruppo e di unirsi al popolo palestinese nelle sue campagne e proteste di piazza contro l’ingiustizia di cui è vittima.

Grazie al suo legame con il popolo palestinese, Farajallah ha il buonsenso di riconoscere che solo l’azione politica consente di andare oltre le cure palliative, affrontando “la radice” del trauma con “un approccio olistico che includa la fine dell’occupazione”.40 Qualcosa di così semplice ed evidente come ciò che riconosce Farajallah è ciò che spesso si perde di vista nella psicologia che si occupa di ciò che accade in Palestina e, in particolare, nelle sue proposte di trattamenti apolitici di disturbi traumatici decontestualizzati. In tali trattamenti, infatti, il contesto politico della colonizzazione israeliana scompare dietro lo schermo psicologico delle sue conseguenze traumatiche per gli individui traumatizzati.

Allo stesso modo di Jabr e Farajallah, Lara e Stephen Sheehi sottolineano come il colonialismo di insediamento o colonizzazione, con il suo aspetto “psicologico” ed “estrattivo dal punto di vista psicologico”, può essere mascherato dai professionisti della salute mentale con i loro discorsi incentrati sulla “normalizzazione”, il “trauma” e la “resilienza”.41

Gli Sheehi denunciano anche come i paradigmi della “vittima del trauma” e della “resilienza apolitica” servano solo a “svuotare i soggetti palestinesi dei loro mondi interiori, delle loro politiche sessuali e di genere, delle loro condizioni materiali e dei loro contesti politici”.42 Questa depoliticizzazione e smaterializzazione accompagnano inevitabilmente la psicologizzazione di ciò che hanno sofferto i palestinesi.

La tendenza degli psicologi a psicologizzare e mistificare in altri modi ciò che accade in Palestina è accuratamente dimostrata e denunciata nel lavoro analitico di Nader Hakim e dei suoi colleghi.43 Questi autori offrono una revisione critica sistematica dei lavori esistenti di psicologia sociale sperimentale sulla Palestina, in cui scoprono che si tende a descrivere il contesto come “conflitto”, a equiparare in modo ingannevole le violenze della Palestina e di Israele, a ignorare le circostanze materiali e a ridurre le variabili indipendenti materiali a fattori psicologici quali sentimenti e atteggiamenti. In generale, come osservano Hakim e il suo team, la maggior parte dei lavori di psicologia sociale sulla Palestina sono caratterizzati dalla destoricizzazione e dalla decontestualizzazione di ciò che indagano, evitando di riconoscere il contesto “come uno di occupazione” e mascherando il rapporto “tra i membri di uno Stato colonizzatore e gli abitanti nativi di quella terra” con l’immagine di due gruppi di “trasgressori” in “conflitto”.44

Per spiegare l’insieme di pregiudizi e mistificazioni che rilevano, Hakim e i suoi collaboratori fanno riferimento alla «scarsa rappresentanza di partecipanti e ricercatori palestinesi».45 Questo fattore è problematico perché implica fin dall’inizio, fin dalla progettazione stessa delle ricerche, un carattere fondamentalmente distorto, parziale e tendenzioso a favore della prospettiva israeliana. Inoltre, ciò che più ci interessa in questo contesto è che la mancanza di rappresentanza del popolo palestinese nelle ricerche impedisce di apprendere tutto ciò che questo popolo può insegnarci.

La psicologia critica e il suo legame con il popolo palestinese

L’insegnamento del popolo palestinese è proprio ciò che contraddistingue le opere di autori critici come quelli appena citati. Ciò che distingue questi autori non è esattamente il fatto di essere palestinesi e non israeliani, poiché alcuni di loro, in realtà, non sono nemmeno palestinesi. Ciò che li contraddistingue è piuttosto ciò che questi autori hanno umilmente imparato dal popolo palestinese, dalla sua esperienza storica di sofferenza, lotta e resistenza.46

Ciò che il popolo palestinese ha insegnato trasforma gli autori critici in portavoce, rappresentanti e intellettuali organici del popolo, consentendo loro persino di assimilarne lo spirito. Grazie a tale assimilazione, autori come Jabr e Makkawi possono pensare con il popolo e come il popolo. Si distinguono così dagli esperti convenzionali citati in precedenza, come Kelman, Ben-Meir, Hammack, El-Astal o Bdier e Mahamid, che tendono a porsi al di sopra delle conoscenze popolari e a lasciarsi guidare esclusivamente dalle conoscenze accademiche e professionali in campo psichiatrico e psicologico.

Così come il legame con il popolo palestinese non è un privilegio degli psichiatri e degli psicologi palestinesi, allo stesso modo il distacco e l’allontanamento da esso non è un problema solo degli israeliani, degli europei e degli americani che lavorano nella regione, ma anche di molti psichiatri e psicologi palestinesi. Molti di loro devono o preferiscono lavorare come scienziati o esperti depoliticizzati, come professionisti o accademici distaccati e lontani dal popolo palestinese, al servizio di istituzioni o organizzazioni che operano nel quadro liberale degli Accordi di Oslo del 1993, che garantiscono la coesistenza di israeliani e palestinesi in condizioni di occupazione, colonizzazione, dominio, oppressione e annientamento di questi ultimi dai primi.47 In condizioni come queste, il normale lavoro della psichiatria e della psicologia, così come concepita in Israele, Europa e Stati Uniti, ha logicamente richiesto di disconnettersi e prendere le distanze dal popolo palestinese.

Il distacco e l’allontanamento dal popolo palestinese si traducono logicamente e necessariamente in punti ciechi, deboli e problematici nelle ricerche che riguardano lo stesso popolo, punti facilmente individuabili dagli autori che rimangono vicini al popolo e internamente connessi con esso. Grazie a questa connessione, gli autori critici sono nella posizione migliore per discernere gli errori, le lacune, i pregiudizi e gli altri problemi dei lavori psicologici in cui si cerca di spiegare e risolvere il presunto conflitto o di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti sui soggetti.

Questa psicologia sulla Palestina rivela la sua inadeguatezza culturale, il suo eurocentrismo, il suo liberalismo, il suo individualismo e i suoi meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione quando viene giudicata in Palestina, dalla Palestina, dal punto di vista del popolo palestinese, che è proprio il punto di vista adottato dalla psicologia critica palestinese.

Oltre alla loro capacità critica, gli psicologi critici palestinesi possono trasmetterci molto di ciò che imparano positivamente dal popolo palestinese. Una parte di questo apprendimento è evidente in diverse lezioni per la psicologia, tra cui otto che esamino minuziosamente altrove, mostrando come aprono vie alternative per sfuggire alle inerzie dominanti in ambito psicologico accademico e professionale: la connessione con il popolo come rimedio contro l’isolamento di professori e professionisti; la visione dal basso per sfidare le prospettive elitarie dominanti; la decolonizzazione di fronte alla dipendenza e al dominio delle epistemologiei europee-statunitensi; la territorializzazione per porre fine all’universalismo; la rievocazione di fronte all’amnesia; la collettivizzazione di fronte all’individualismo liberale; la risoggettivazione  contro  l’oggettivismo  e  la  ripoliticizzazione  per  superare  lo psicologismo.48 Queste lezioni e altre ancora potrebbero cambiare profondamente la psicologia e altre scienze umane e sociali insegnate nelle università e praticate nelle società di tutto il mondo. Tuttavia, difficilmente ciò avverrà, poiché il cambiamento è  ostacolato  da  fattori  avversi  e insormontabili:  fattori  strutturali economici, politici e ideologici inerenti all’attuale fase storica di consolidamento del capitalismo, che, tra l’altro, contribuiscono anche a perpetuare la violenza dello Stato di Israele.

Conclusione

La violenta occupazione israeliana dei territori palestinesi è sostenuta dalla struttura capitalista con la sua logica neocolonialista imperialista, espansionista, razzista ed estrattivista. Questa struttura è la stessa che mantiene il dominio di certi modelli psicologici strutturalmente funzionali al capitalismo.49 Per quanto riguarda le alternative nella psicologia critica, non possono che essere marginalizzati e resistere con enormi difficoltà, proprio come il popolo palestinese, ma ovviamente su piani diversi e con implicazioni vitali incomparabili.

Pur rispettando il divario che si apre tra la vita e la sua teorizzazione, forse dovremmo lasciarci guidare dal popolo palestinese nel riconsiderare cosa significhino emarginazione e resistenza, così come trasgressione e sovversione, per noi che affrontiamo criticamente i discorsi teorici della psicologia. Non è forse ciò che hanno fatto gli psicologi critici palestinesi nel mettere in discussione le ricerche psicologiche sulla Palestina? La messa in discussione è stata fatta dalla Palestina, in Palestina, ma non esattamente come luogo geografico, bensì come posizione politica di marginalità e resistenza, di trasgressione e sovversione, di fermezza intesa come sumud e di lotta intesa come intifada.

Certamente, per quanto politicizzata, la psicologia critica palestinese svolge un lavoro teorico rigoroso, coerente e piuttosto elaborato. Tuttavia, se qui c’è teoria, è in un senso molto preciso che è stato acutamente colto da Ilan Pappé in diversi teorici palestinesi: il senso paradossale di una “teorizzazione pratica” realizzata in spazi marginali, legata alla resistenza, inserita in una cultura “intrecciata con la lotta politica” e necessariamente “rilevante per la lotta di liberazione”.50 Questo tipo di teorizzazione è ciò che ha prodotto proposte di psicologia critica palestinese come quelle che abbiamo esaminato qui.

Come abbiamo visto, gli psicologi critici palestinesi desiderano mettere le loro risorse teoriche e pratiche al servizio del loro popolo e della sua lotta di liberazione. Aspirano quindi a una psicologia liberatrice, ma sanno che ciò è possibile solo, come ci ha insegnato Martín-Baró in America Latina, quando la psicologia stessa riesce a liberarsi dalle proprie catene.51 Nel caso della Palestina, queste catene sono proprio ciò a cui si riferiscono le critiche di ciascuno degli autori citati: l’inadeguatezza culturale in Al Haj-Yahia, il riduzionismo e l’individualismo in Makkawi, la psicologizzazione in Jabr e Meari, la depoliticizzazione in Farajallah, la normalizzazione negli Sheehi e la destoricizzazione e la decontestualizzazione in Hakim e nei suoi colleghi.

Le catene della psicologia sono l’oggetto della psicologia critica palestinese che, rivolgendosi criticamente su sé stessa, cerca di liberarsi dalle catene che le impediscono di essere liberatrice per il popolo. Comprendiamo che è infine grazie al popolo, alla sua lotta di liberazione, che qualcosa come la psicologia critica può avere senso in contesti in cui il popolo stesso ha bisogno di liberarsi per salvarsi, per sopravvivere, per non essere annientato dal potere brutale che lo domina.

NOTE

Cfr. Daniel Bar-Tal, “Israeli-Palestinian Conflict: A Cognitive Analysis”, International Journal of Intercultural Relations 14, n. 1 (1990): 7-29.

Cfr. Moises F. Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain: The Psychology of the Israeli- Palestinian Conflict (Westport: Praeger, 2007).

Cfr. Pedro A. Costa e Kíssila Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine: More than Psychotherapy, We Need a Truly Community Psychology”, Psychotherapy & Politics International 23, n. 1 (2025): 1-15.

4  Lina Meruane, Palestina en pedazos (Città del Messico: Random House, 2014), 144.

Cfr. Elizabeth Matthews, The Israel-Palestine Conflict: Parallel Discourses (Londra: Routledge, 2011).

6  Vedi Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine (Londra: Oneworld, 2006).

7  Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.

Herbert C. Kelman, “The Political Psychology of the Israeli-Palestinian Conflict: How Can We Overcome the Barriers to a Negotiated Solution?”, Political Psychology 8, n. 3 (1987): 347- 363.

Herbert C. Kelman, “The Israeli-Palestinian Peace Process and its Vicissitudes: In-sights

from Attitude Theory”, American Psychologist 62, n. 4 (2007): 287-303.

10 Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal, “Psychological Dynamics of Intractable Ethnon-ational Conflicts: The Israeli-Palestinian Case”, American Psychologist 53, n. 7 (1998): 761-770.

11  Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.

12 Julia Chaitin, “How Can We Speak to One Another? Dialogue Between Jews and Palestinians on the Path to Peace and Social Change”, in Peace-Building in Israel and Palestine: Social Psychology and Grassroots Initiatives (New York: Palgrave Macmillan, 2011), 55-75.

13 Alon Ben-Meir, “Psychological Impediments Are at the Core of the Israeli–Palestinian Conflict”, Politics & Policy 51, n. 3 (2023): 488-503.

14 Cfr. Marie Mohammad, Sana SaadAdeen e Maher Battat, “Anxiety Disorders and PTSD in Palestine: A Literature Review”, BMC Psychiatry 20 (2020): 1-18. Cfr. anche: Nisreen Agbaria et al, “Prevalence of Post-Traumatic Stress Disorder Among Palestinian Children and Adolescents Exposed to Political Violence: A Systematic Review and Meta-Analysis”, PLoS one 16, n. 8 (2021): 1-20.

15  Vedi Lynsay Ayer, et al., “Psychological Aspects of the Israeli-Palestinian conflict: A Systematic Review”, Trauma, Violence, & Abuse 18, n. 3 (2017): 322-338.

16 Eric Dubow, et al., “Serious Violent Behavior and Antisocial Outcomes as Conse-quences of Exposure to Ethnic Political Conflict and Violence Among Israeli and Pales-tinian Youth”, Aggressive Behavior 45, n. 3 (2019): 287-299.

17 Belal Aldabbour, et al, “Psychological Impacts of the Gaza War on Palestinian Young Adults: A Cross-Sectional Study of Depression, Anxiety, Stress, and PTSD Symptoms”, BMC Psychology 12, n. 1 (2024): 696-705.

18 Fayez Mahamid, Bilal Hamamra e Dana Bdier, “Traumatic Events Predict Sleep

Disturbance Among Palestinians: The Moderating Roles of Resilience and Posttraumatic Growth”, Traumatology (2025, in stampa).

19 Raija-Leena Punamäki, Samir Qouta e Eyad El-Sarraj, “Resiliency Factors Predicting Psychological Adjustment After Political Violence Among Palestinian Children”, International Journal of Behavioral Development 25, n. 3 (2001): 256-267.

20  Rozanna Aitcheson, et al., “Resilience in Palestinian Adolescents Living in Gaza”, Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy 9 (2011): 36-43.

21 Phillip L. Hammack, Narrative and the Politics of Identity: The Cultural Psychology of Israeli and Palestinian Youth (Londra: Oxford University Press, 2010).

22 Sofián El-Astal, “Memorie traumatiche e stress post-traumatico nei bambini e nei

giovani palestinesi della Striscia di Gaza”, Pensando Psicología 12 (2016): 5-12.

23 Dana Bdier e Fayez Mahamid, “L’efficacia di un programma terapeutico di gruppo basato sulla terapia dell’esposizione prolungata nella riduzione dei sintomi del disturbo da stress post-traumatico in un campione di adolescenti palestinesi traumatizzati”, Journal of Psychosocial Rehabilitation and Mental Health 10, n. 2 (2023): 277-286.
24 Muhammad Al Haj-Yahia, “Challenges in Studying the Psychological Effects of Palestinian Children’s Exposure to Political Violence and Their Coping With This Traumatic Experience”, Child Abuse & Neglect 31 (2007): 691-697.

25 Ibrahim Makkawi, “Verso un paradigma emergente di psicologia critica di comunità in Palestina”, The Journal of Critical Psychology, Counselling and Psychotherapy,

9, n. 2 (2009): 81-83.

26 Ibrahim Makkawi, “Psychology of the Oppressed: Encounters with Community Psychology in Palestine”, Global Journal of Community Psychology Practice 3, n. 4 (2012): 371- 372.

27 Ibid., 372.

28 Ibrahim Makkawi, “The Rise and Fall of Academic Community Psychology in Palestine and the Way Forward”, South African Journal of Psychology 47, n. 4 (2017): 485-487.

29 Lena Meari, “Reconsidering Trauma: Towards a Palestinian Community Psychology”, Journal of Community Psychology 43, n. 1 (2015): 81.

30 Lena Meari, “Sumud: A Palestinian Philosophy of Confrontation in Colonial Prisons”, South Atlantic Quarterly 113, n. 3 (2014): 549

31 Samah Jabr, Sumud en tempos de genocidio (Rio de Janeiro: Tabla, 2024), 29.

32 Ibid., 56.

33  Ibid., 60.

34 Ibid., 175-176.

35  Ibid., 49.

36  Ibid., 50.

37 Ibid., 117-119.

38 Iman Farajallah, “Continuous Traumatic Stress in Palestine: The Psychological Effects of the Occupation and Chronic Warfare on Palestinian Children”, World Social Psychiatry 4, n. 2 (2022): 116.

39  Ibid., 117.

40 Iman Farajallah, “Behind the Rubble: Psychological Trauma of Wars and Human Rights Abuses on Women and Children in Gaza”, Anatolian Clinic the Journal of Medical Sciences 29 (2024): 132-133.

41 Stephen Sheehi e Lara Sheehi, Psychoanalysis Under Occupation: Practicing Resistance in Palestine (Londra: Routledge, 2022), 7.

42  Ibid., 11.

43 Nader Hakim, et al., “Turning the Lens in the Study of Precarity: On Experimental Social Psychology’s Acquiescence to the Settler-Colonial Status Quo in Historic Palestine”, British Journal of Social Psychology 62 (2022): 21-38.

44  Ibid., 31.

45  Ibid., 32.

46 Costa e Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine”, 1-15.

47  Haidar Eid, Decolonizing the Palestinian Mind (Barcellona: Verso, 2014).

48 David Pavón-Cuéllar, «Ocho lecciones del pueblo palestino para la psicología», Teoría y Crítica de la Psicología 22 (2025): 88-106.

49  David Pavón-Cuéllar, Psicología crítica: definición, antecedentes, historia y actual (Città del Messico, Itaca, 2019).

50 Ilan Pappé, “Culture and Resistance in Imagining Palestine”, in Sumud. A New Palestinian Reader, a cura di Malu Halasa e Jordan Elgrably (New York: Seven Stories Press, 2025), 47-62

51 Cfr. Ignacio Martín-Baró, «Hacia una psicología de la liberación», in Psicología de la liberación, ed. Amalio Blanco (Madrid: Trotta, 1991), 283-302.

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Soltar

David Pavón-Cuéllar

Soltar es el último remedio universal infalible prescrito por la psicología, la psicoterapia, el coaching, la consejería espiritual, el género de autoayuda y autocuidado, el neochamanismo indigenista, la meditación budista occidental y el pastoreo cristiano evangélico. Viejos y nuevos expertos en salud mental nos recomiendan cada vez más que «soltemos» lo que nos pesa, nos oprime, nos lastima y nos hace daño, pero «soltarlo» puede significar también:

1) Soltar lo difícil de sostener, soltarlo sólo porque es difícil de sostener, soltarlo simplemente para evitar la dificultad, por preferir la facilidad, porque lo fácil es más agradable que lo difícil, aunque lo difícil pueda ser más beneficioso, más correcto, más justo, más noble, más verdadero, más humano.

2) Soltar aquello con lo que estamos comprometidos, no asumir nuestros compromisos, abandonar a quienes volvimos dependientes de nosotros y a quienes hicieron que fuéramos lo que somos, hacer como si no les debiéramos todo lo que les debemos, hacer como si nosotros mismos no fuéramos parte de nuestra deuda simbólica, olvidar que nos debemos a los demás, despojarlos de nosotros, defraudar a nuestros acreedores, traicionar a quienes creyeron que nunca soltaríamos.

3) Soltar a nuestros semejantes como si no fueran sujetos humanos, como si fueran objetos utilizables y luego desechables, como si fueran «amigos» eliminables en las redes sociales, como si fueran instrumentos que sólo cuentan mientras funcionan y aportan beneficios, como si fueran aquello a lo que somos reducidos en el capitalismo.

4) Soltar los vínculos que nos constituyen, hacer como si no fuéramos constituidos por ellos, desconocerlos y así desconocernos, perdernos al perderlos, restarlos de lo que somos, restarnos, mutilarnos, alienarnos de nuestro ser al concebirnos ideológicamente como individuos autogenerados y autosuficientes, concibiéndonos así de modo individualista neoliberal.

5) Soltar aquello de lo que más podemos aprender, lo diferente, incomprensible y desafiante, para quedarnos únicamente con la vana confirmación de nuestro ser en lo semejante, comprensible y reconfortante.

6) Soltar lo que nos desmiente y así nos incomoda, soltarlo para no ser desmentidos ni incomodados, para mantenernos cómodamente instalados en el reducto de las mentiras que nos contamos.

7) Soltar lo que nos cuestiona, lo que nos contradice, lo que nos hace dudar y desconfiar de lo que pensamos, lo que nos vuelve contra nosotros mismos, lo que nos desgarra de nuestro ser y así nos compele a transformarlo.

8) Soltar a los otros para no soltarnos cada uno a sí mismo, para no liberarse de sí mismo, para mantenerse aferrado a lo que uno es, privándonos así de una de las experiencias más trascendentes de la vida, la de soltarse a sí mismo para no soltar al otro.

9) Soltar lo que da contenido y sentido a nuestras vidas, no perseverar en lo que somos y ansiamos, claudicar y capitular ante el mundo, ceder sobre nuestro deseo, dejar de insistir y resistir, convertirnos así en seres inconstantes, resignados y por ello inofensivos para el poder, más fáciles de controlar y dominar.

10) Imaginar soltar aquello que no podemos así tan sólo soltar, aquello adherido a cada fibra de nuestro ser, aquello de lo que únicamente podemos arrancarnos con enormes dolores y esfuerzos, aquello contra lo que debemos luchar, aquello de lo que necesitamos liberarnos.

Materialismo simbólico del psicoanálisis: más allá de las representaciones ideales e imaginarias de la psicología

Presentación del libro La noción de representación en la obra de Freud: una relectura materialista de Julio César Osoyo Bucio (San Luis Potosí, El Diván Negro, 2024), el 31 de octubre de 2024, en la Facultad de psicología de la Universidad Michoacana de San Nicolás de Hidalgo, Morelia, Michoacán, México

David Pavón-Cuéllar

La representación social de Moscovici, Jodelet, Lage y los demás es uno de los grandes objetos de la psicología. Comparándose con otros objetos de un saber psicológico predominantemente individualista, la representación social tiene la ventaja de no ser individual, sino social en el sentido más radical del término, social en tanto que irreductible a los individuos. Este carácter irreductiblemente social de la representación es a veces designado como “colectivo”, tal como lo designaba Durkheim, para distinguirlo de lo social entendido como lo relativo a la asociación extrínseca entre los individuos, tal como se entiende en la psicología individualista que domina en los ámbitos académicos en el mundo.

En contraste con los modelos psicológicos dominantes atrapados y encerrados en la individualidad, la teoría de las representaciones sociales pertenece a la tradición de una psicología colectiva en la que se reconoce que hay algo psíquico, mental o cognitivo, que trasciende la esfera individual hipertrofiada y absolutizada en la sociedad burguesa marcadamente individualista. El individualismo ideológico de la burguesía moderna, en efecto, es el de la psicología que estudiamos y es también el desafiado por la escuela de Moscovici y sus seguidores. Que estos autores franceses desafíen el individualismo psicológico burgués es algo que no puede sino entusiasmar a quienes, como yo, nos situamos en perspectivas críticas anticapitalistas y por ello también anti-burguesas.

No hay razón para no celebrar lo social de la representación social, pero yo pensaría dos veces antes de celebrar lo que es como representación, como algo con lo que se hace presente en la mente, de modo mental o psíquico, lo que está ya presente en otro lugar. Tenemos aquí la disociación entre dos lugares, uno de los cuales es el mental de las representaciones, aquel en el que se representa lo que está en otro lugar, aquel mismo del que se ocupan los psicólogos de las representaciones sociales. El primer problema de la suposición de este otro lugar es que no hay nada en él que podamos conocer directamente, pudiendo sólo conocerlo a través de las palabras, a través del discurso, lo que justifica sobradamente que nos quedemos con las palabras, con el discurso en el que se interpretan las representaciones, y hablemos de repertorios interpretativos en lugar de representaciones sociales, como lo hacen Potter, Wetherell, Edwards y los demás con sus repertorios interpretativos.

Después de todo, los repertorios interpretativos son todo lo que podemos conocer de las representaciones. ¿Por qué hablaríamos entonces de ellas y no de ellos cuando no tenemos ninguna certeza de ellas y sí de ellos? Quedándonos con los repertorios interpretativos, con los discursos en los que se expresan las representaciones, podemos al fin deshacernos del objeto ideológico de la psicología cognitiva, el de la representación como cognición, e inaugurar la psicología discursiva por el mismo gesto por el que resituamos el saber psicológico en el discurso, en lo único evidente de lo que se tiene una experiencia inmediata. Es así como honramos el origen epistemológico empirista de la psicología y de otras ciencias humanas y sociales.

El problema del empirismo de la psicología discursiva es la carencia de un método teórico por el que pueda atravesarse la experiencia para internarse en lo que está más allá de ella, no en el mundo interno ideal-ideológico de los psicólogos cognitivos, sino en el mundo externo material cultural, histórico y socioeconómico. Este mundo real, esta realidad mundana, es lo que hizo que un marxista como Ian Parker se distanciara de la psicología de las representaciones sociales en la que se interesó al principio de su carrera. La misma realidad mundana fue la que Parker defendió a través de su realismo crítico y opuso al relativismo discursivo de Potter, Edwards y los demás.

La realidad a la que me refiero permanece invisible tanto para la psicología discursiva de Potter y Edwards como para la psicología cognitiva de Moscovici y Jodelet y en general para toda la psicología dominante. El conjunto de la psicología sufre de una enfermedad que Holzkamp describía como una falta-de-mundo. El conjunto de los psicólogos olvidan el mundo, la presencia del mundo, para ocuparse de sus representantes discursivos y especialmente de sus representaciones cognitivas, mentales, psíquicas, espirituales, conscientes e incluso inconscientes.

Lo representacional aparece como textura misma de lo psíquico y es por eso que atrae a los psicólogos, pero también a los psicoanalistas y al mismo Freud, como nos lo muestra Julio César Osoyo Bucio en un libro que tiene el mérito de mostrar el carácter profundamente problemático de la representación para Freud. Si lo representacional constituye un problema para Freud, es precisamente porque el descubrimiento freudiano subvierte mucho de aquello que se ha condensado y sedimentado en la idea filosófica de la representación que luego se transmite de segunda mano a la psicología. Esta idea filosófica es ya incompatible con el psicoanálisis por el simple hecho de referirse a algo puramente interno, psíquico y no somático, psicológico y no fisiológico, ideal y no material, representacional y no presencial, consciente y no inconsciente, imaginario y no simbólico.

Todo lo excluido por la representación filosófica-psicológica es lo que se abre paso en la teoría freudiana de la representación, como bien lo muestra Osoyo Bucio en su recorrido. Este recorrido adopta un materialismo simbólico para mostrarnos aquello por lo que se distingue lo representacional freudiano: aquello material y simbólico por lo que se distingue de representaciones ideales e imaginarias como las de Moscovici por el mismo gesto por el que se deslinda claramente de cualquier psicología. Mientras que los psicólogos se atienen a la superficie especular empírica de lo representacional y olvidan lo que hay más allá de ella, Freud intenta siempre atravesarla para indagar lo que está representándose, como la represión y la idealización, la pulsión y el deseo, el cuerpo y el mundo. Es así como Freud consigue inmunizar al psicoanálisis contra cualquier psicologismo, contra cualquier psicologización, contra cualquier psicología. Mostrando esto, el libro de Osoyo Bucio nos ofrece valiosos insumos para criticar el saber psicológico y no sólo para estudiar la teoría psicoanalítica.

El objeto de la psicología es un sujeto social y político

Versión en español de la entrevista realizada en inglés por Yilmaz Can Derdiyok y publicada en turco, en el periódico Fikir, en su edición del 15 de agosto de 2024, y luego en español, en El Ciudadano, el 16 de septiembre del mismo año.

David Pavón-Cuéllar

1) Estamos atravesando un período de importantes cambios en el mundo. Sentimientos antiinmigrantes, misoginia, crisis políticas y guerras regionales… ¿Qué efectos tienen estos cambios en el mundo a nivel individual y social?

En el nivel individual, hay efectos inmediatos bastante obvios como estrés, ansiedad, miedo, inseguridad, soledad, vergüenza, autoodio, odio y resentimiento entre las mujeres, los inmigrantes y las víctimas de las crisis y las guerras. Estos efectos inciden a su vez en el nivel social al reforzar las identidades, degradar los vínculos, reproducir o agravar los conflictos, aislar o pulverizar las comunidades, acentuar las diferencias y desigualdades. En todos los casos, lo que vislumbramos en el fondo es una violencia estructural que no sólo lastima, daña, mutila y desgarra a los individuos y a las sociedades, sino que se transmite a través de ellos.

Nuestro análisis debe atravesar los niveles individual y social para sondear en el nivel estructural, el de la violenta estructura capitalista, patriarcal y colonial. Esta estructura subyace a muchos de los cambios mencionados en tu pregunta. Para percibir lo que está en juego en ellos y en sus efectos individuales y sociales, necesitamos situarnos en el nivel estructural.

Sin pensar en el patriarcado, no llegaremos muy lejos en nuestra consideración de la misoginia, el machismo y el sexismo, así como las conductas, relaciones, experiencias e identidades sexuales y de género. Tampoco entenderemos los sentimientos antiinmigrantes, la xenofobia y el racismo si no los analizamos a la luz del colonialismo, el neocolonialismo y la colonialidad. De igual modo, el estudio del capitalismo es indispensable para explicar la mayor parte de guerras y crisis de nuestra época, así como las formas en que destruyen y reconstituyen a los individuos y a las sociedades.

La división misma entre los niveles individual y social parece ser una consecuencia de la estructura capitalista, patriarcal y colonial. Como nos lo muestra Freud, el patriarcado separa las psicologías social e individual al contraponer a un individuo masculinizado, concebido como padre de la comunidad humana, y a una comunidad familiarizada, feminizada e infantilizada, reducida simbólicamente a la condición de horda. Luego, como nos lo enseña Marx, el capitalismo completa y generaliza el proceso al atomizar la comunidad y al convertirla en una sociedad con vínculos extrínsecos entre los individuos opuestos entre sí y a la totalidad social. Todo esto se impone en todo el mundo a través del colonialismo, el neocolonialismo y la colonialidad.

2) Existe la percepción de que la ciencia psicológica debe mantenerse alejada de los cambios sociales y políticos en el mundo y sólo debe ocuparse del individuo separado de este contexto. ¿Es esto cierto?

Definitivamente no. El individuo de la psicología es creado, moldeado y constantemente determinado y modificado por su contexto social y político. Este contexto, de hecho, es lo que se individualiza y así constituye al individuo, manifestándose en su esfera mental y conductual. Lo estudiado por la psicología es la manifestación de su contexto.

Cuando no conocemos el contexto, no sabemos lo que se está manifestando en lo que estudiamos en la ciencia psicológica. Esta ciencia no se ocupa tanto de su objeto como de su contexto. Por ejemplo, estudia frecuentemente manifestaciones subjetivas del capitalismo neoliberal cuando cree estar estudiando la conformidad, el convencionalismo, el estrés, la ansiedad o la depresión de ciertos sujetos.

Lo que llamamos “contexto” es más que lo que solemos entender por “contexto”. No rodea a los individuos que habitan en él, sino que los habita y los constituye internamente. Es el fondo y el meollo de la subjetividad. Es la clave para entender la personalidad, las emociones y los procesos mentales. Descontextualizar el objeto de la psicología es ni más ni menos que desconocerlo.

3) Mientras la psicología dominante da la espalda a todos estos problemas, ¿qué tipo de enfoques debería desarrollar la psicología crítica? ¿Qué deudas hemos contraído los psicólogos y cómo podemos saldarlas en una perspectiva crítica?

Nuestra primera deuda es con todo lo ignorado, encubierto, subestimado y así debilitado y degradado por la psicología, como la singularidad subjetiva, la vida comunitaria, las subjetividades colectivas y los movimientos políticos transformadores con los que se curan los grandes males estructurales. Ante estos males, el psicólogo es tan impotente como cualquier otro individuo, pero se distingue por ganarse el sustento diario al promover y vender su impotencia bajo la seductora envoltura de una ilusoria omnipotencia individual. Semejante producto psicológico sólo puede comprarse a expensas de la única verdadera potencia, la de uno con los demás, distrayéndose de la cura de las enfermedades impersonales de la estructura y ensimismándose en el tratamiento de sus manifestaciones en síntomas personales e interpersonales. Hay entonces una deuda particular de la psicología con sus clientes por aislarlos y despolitizarlos, por desviarlos de la vía colectiva y política para la solución real de sus problemas, por darles únicamente cuidados paliativos, analgésicos y sedantes, que sólo sirven para calmar las ansias de cambiarlo todo para tener un mundo mejor.

La psicología está endeudada también con los individuos a los que aliena, mutila y destruye para normalizarlos, para doblegarlos, para adaptarlos y asimilarlos a la estructura capitalista, patriarcal y colonial. Hay igualmente una deuda importante con otras culturas que tienen otras concepciones de la subjetividad, concepciones más adecuadas a su historia y a su contexto, pero desautorizadas y suplantadas por las concepciones psicológicas modernas europeas y estadounidenses. Aunque no esté en condiciones de honrar deudas como éstas, la psicología podría por lo menos detener su creciente endeudamiento al moderarse, al replegarse, al dejar de expandirse más allá de sus medios, al ya no extralimitarse, al ya no usurpar el derecho de los sujetos individuales y colectivos a definir lo que son y lo que pueden llegar a ser.

Una psicología sólo será solvente al ser menos psicológica, menos académica, menos pretendidamente científica y profesional, más otras cosas, más inherentemente social y política, más de los movimientos colectivos, más de los pueblos y de las culturas que la rodean y habitan. Los psicólogos, para mantener un mínimo de solvencia, tendrían que renunciar a su gratificante papel de expertos, hablar menos y escuchar más a la sociedad, aprender más del mundo y ser portavoces de los pueblos en el estrecho ámbito académico, científico y profesional de la psicología.

El psicólogo solvente deberá ser crítico, autocrítico, al reconocer que su propio supuesto saber psicológico no es necesariamente mejor ni más verdadero ni legítimo que los saberes sobre la subjetividad poseídos por los no-psicólogos, las personas de la calle, los padres y abuelos, las culturas y las comunidades. Estos otros saberes, saberes otros, deberían servirnos a nosotros, psicólogos críticos, para interpelar, cuestionar e incluso relativizar y refutar nuestros saberes psicológicos. Necesitamos renunciar a la pretensión de que nuestra psicología posee el único saber adecuado sobre la subjetividad. Es preciso y urgente que escuchemos otros saberes y que dejemos de subordinarlos a la psicología, dejemos de psicologizarlos, dejemos de psicologizar la subjetividad.

4) El sistema actual y la psicología dominante, a través del desarrollo personal, la carrera y otros campos «mágicos», están tratando de mantener a las personas alejadas del lado social y político y confinarlas en sus propias cáscaras. ¿Cómo deberíamos evaluar esta situación?

Los sujetos únicamente pueden ser sujetos a través de su existencia social y política. Al privarlos de esta existencia, la psicología los priva de la subjetividad, la cual, entonces, puede ser acaparada por el capital. En cuanto a los sujetos humanos, pueden reducirse a objetos del capital, objetos de la dominación y explotación por el sistema capitalista, después de haber sido objetos del saber psicológico objetivo.

Deberíamos desconfiar de la objetividad en psicología. El saber psicológico no se refiere a algo objetivo, sino a alguien, a algo subjetivo, no-objetivo por definición. Objetivarlo es neutralizarlo para convertirlo al final en objeto de un capital que es correlativamente fetichizado, convertido en sujeto.

La explotación capitalista es en parte condicionada por la objetivación psicológica, por la psicologización, por la desocialización y despolitización. La psicología crítica tendría que esforzarse en revertir estos procesos, en sacar a los individuos de sus conchas, en repolitizarlos y resocializarlos, en ayudarles a reconquistar su subjetividad.

5) Finalmente, ¿qué deberíamos hacer para un mundo mejor y un futuro mejor, tanto teórica como prácticamente?

Lo primero es reconocer teóricamente que no hay futuro, que no hay un futuro ni peor ni mejor, que no habrá un mundo ni peor ni mucho menos mejor, que el mundo se está acabando, al ser devastado por el capitalismo. Después de haber destruido la mitad de los ecosistemas vegetales primarios y de las poblaciones de animales salvajes del planeta en medio siglo, el capitalismo está destruyendo rápidamente la otra mitad, sin contar la contaminación del planeta y el calentamiento global. La devastación es tal que muy pronto la vida humana será imposible en la tierra.

En lugar de tratar de evitar la catástrofe inminente al luchar colectivamente contra el capitalismo, los individuos se miran los ombligos con el invaluable apoyo de los psicólogos. La psicología también contribuye al fin del mundo al adaptar a los sujetos a este fin tal como se despliega en el capitalismo, al ayudar a reducir a los sujetos a objetos del capital, a recursos humanos del capital que lo está destruyendo todo. La destrucción capitalista del mundo requiere de los seres producidos por la psicología, ya sea individuos adaptados y despolitizados o bien trabajadores explotables y consumidores manipulables.

El pesimismo de la teoría no debería excluir cierto optimismo en la práctica. Podemos y debemos luchar o al menos resistir contra el capitalismo y contra su engrane psicológico. No todo está perdido.

El objeto del capitalismo y de la psicología no deja de ser un sujeto social y político. Hay anticapitalismo y no sólo capitalismo. La psicología no ha podido evitar el surgimiento de la psicología crítica.

El psicoanálisis en la psicología crítica: ¿objeto criticable, recurso utilizable o enfoque irreductible?

Conferencia para el XV Encuentro Nacional (III Internacional) de Semilleros de Investigación desde el Psicoanálisis, en Cartagena de Indias, Colombia, 27 de octubre de 2022 (y en versión ampliada para una mesa de análisis del Círculo de Psicoanálisis y Marxismo, en Monterrey, Nuevo León, México, 10 de diciembre de 2022)

David Pavón-Cuéllar

Psicoanálisis y psicología crítica

Me han invitado a que hable sobre la relación entre el psicoanálisis y la psicología crítica. Esta relación es múltiple. Más que ser una relación única y simple, consiste en las variadas y complejas relaciones que se han establecido históricamente entre el psicoanálisis y la psicología crítica desde hace casi un siglo.

Parece haber sido hacia 1927 cuando nació la psicología crítica. Desde el momento mismo de su nacimiento, se arrojó sobre el psicoanálisis que ya estaba ahí, en el escenario occidental moderno, desde hacía varios años. De pronto apareció aquí la psicología crítica y lo primero que hizo fue relacionarse con el psicoanálisis: fue ella, entonces, la que se relacionó con él, pero no lo contrario.

Las relaciones entre los campos del psicoanálisis y de la psicología crítica fueron desde un principio, como lo han sido hasta ahora, unidireccionales y no recíprocas. No es exactamente que los dos campos se hayan relacionado entre sí; es más bien que la psicología crítica se ha relacionado con el psicoanálisis, ya sea criticándolo o utilizándolo, mientras que el psicoanálisis, por lo general, ha ignorado la existencia de la psicología crítica o ha mostrado indiferencia o desinterés hacia ella. Digamos que se trata de un interés no correspondido, lo que se comprende bastante bien, considerando que el ámbito psicoanalítico parece estar constitutivamente cerrado y tiende a ser teóricamente autosuficiente y autorreferencial, mientras que la psicología crítica se caracteriza por su apertura hacia el exterior al que dirige su crítica o del que extrae sus recursos teóricos.

A diferencia del campo psicoanalítico, el de la psicología crítica no dispone de recursos teóricos propios, debiendo buscarlos al exterior de ella, en el psicoanálisis y especialmente en el marxismo, pero también en otros programas teórico-políticos, en las diversas corrientes de la psicología y en las demás ciencias humanas y sociales. Hay psicologías críticas marxistas y freudomarxistas como las hay anarquistas, feministas o decoloniales, humanistas o discursivas, freudianas o lacanianas, históricas o filosóficas. La psicología crítica tiene su eje teórico al exterior de ella, estando así teóricamente descentrada, mientras que el psicoanálisis está centrado en sí mismo, en el tronco de la teoría freudiana que puede luego ramificarse.

Tenemos aquí una diferencia fundamental entre el psicoanálisis y la psicología crítica: el psicoanálisis tiene contenido teórico, envuelve una teoría, mientras que la psicología crítica está desprovista de ese contenido, siendo tan sólo una forma o un método consistente en el cuestionamiento de lo psicológico. De modo más preciso, la psicología crítica puede ser definida como un retorno reflexivo de la psicología sobre sí misma y sobre aquello de lo que forma parte, como la modernidad occidental capitalista, colonial y heteropatriarcal. Este retorno reflexivo es un gesto, una actitud, un posicionamiento.

La psicología crítica es una forma particular de posicionarse críticamente ante la psicología. Lo interesante es que en este posicionamiento la psicología crítica muestra una coincidencia igualmente fundamental con el psicoanálisis. Al igual que el psicoanálisis, la psicología crítica está posicionada en los márgenes del terreno psicológico, en sus bordes, tan dentro como fuera de él, siendo y no siendo psicología.

La prolongación e interrupción de lo psicológico, su reproducción y subversión, constituyen procesos fundantes de los campos marginales del psicoanálisis y de la psicología crítica. Podemos incluso decir que ambos campos realizan el mismo retorno metapsicológico de la psicología sobre sí misma, contra sí misma, por el que se define la psicología crítica. Pareciera entonces que Helmut Dahmer tenía razón al definir el psicoanálisis como una psicología crítica.

Lo seguro es que tanto el psicoanálisis como la psicología crítica se definen por una posición contradictoria en la que intentan y en cierta medida consiguen dejar de ser la psicología que de algún modo siguen siendo. Este ser y no ser psicología es el meollo de la coincidencia entre el psicoanálisis y la psicología crítica. El meollo del asunto es entonces la psicología, lo que es la psicología, lo que es eso queel psicoanálisis y la psicología crítica son y no son.

La psicología

¿Qué es la psicología? Esta pregunta es tan inabarcable como las respuestas que se le han dado. Sin embargo, para los fines que ahora perseguimos, basta contar con una definición de la psicología que sea tan vaga y tan general como para poder aplicarse a todo lo que se ha denominado así desde que tal denominación alcanzó un sentido relativamente estable, gracias a Rudolf Göckel, Rudolf Snel y Otto Casman, tras haber sido introducida por Marko Marulić hace más de quinientos años. En otras palabras, ¿cómo podemos definir la psicología para que nuestra definición abarque lo que fue llamado psicología por los teólogos protestantes del siglo XVI, por los filósofos de los siglos XVII, XVIII y XIX, y por los psicólogos de los siglos XIX, XX y XXI?

Considerando lo que ha sido la psicología en su historia moderna, podemos proceder etimológicamente y definirla como un saber, una ciencia o un discurso (un logos), sobre un objeto preciso (la psique): un objeto que se encontraría en cada individuo humano, que se distingue de todo lo demás y que se concibe en las más diversas formas objetivas, entre ellas el psiquismo, el alma, el espíritu, la conciencia, la mente, la vida mental, el mundo interno, la cognición o los procesos cognitivos, la subjetividad o la esfera subjetiva, las facultades intelectuales, el intelecto y el afecto, la subjetividad, el carácter o la personalidad. Esta definición mínima, pese a su extrema vaguedad y generalidad, nos indica tres aspectos distintivos del objeto psicológico: tres aspectos que ya fueron cuestionados en la filosofía y que siguen siendo problematizados y rechazados en el psicoanálisis y en la psicología crítica. Me refiero a cierta objetividad, cierta individualidad y cierta dualidad.

En primer lugar, al tener un objeto y al concebirlo objetivamente, la psicología está objetivando lo único inobjetivable por definición, lo subjetivo e incluso el sujeto mismo, como ya lo constató Kant. En segundo lugar, al situar su objeto en el individuo humano, la psicología está individualizando algo que sólo existe de modo colectivo, relacional o transindividual a través de la sociedad, la cultura y la historia, como ya lo señalaron Feuerbach y Marx. En tercer lugar, al distinguir su objeto de todo lo demás y específicamente del cuerpo y del mundo, la psicología está separando partes inseparables de una misma unidad, como ya lo advirtieron Marx y Engels.

Dualismo, individualismo y objetivismo

El instrumental crítico marxista nos permite vislumbrar el trabajo de la ideología en la génesis de cada uno de los tres aspectos del objeto psicológico a los que acabo de referirme. Cada aspecto delata una de tres orientaciones ideológicas típicas de la modernidad capitalista. Estas ideologías son la objetivista, la individualista y la dualista. Permítanme detenerme un momento en cada una de ellas para mostrar brevemente cómo operan en la psicología. 

La separación psicológica entre lo psíquico y lo corporal-mundano exterioriza un dualismo en el que Marx y Engels han descubierto una consecuencia ideológica de la división entre el trabajo intelectual y el manual, una división que aparece, a su vez, como efecto de la división de clases. Todo comienza cuando la clase dominante acapara el trabajo intelectual y condena a la otra clase al trabajo manual. Esta disociación de lo intelectual y lo manual entre sujetos diferentes hace que el intelecto se aparte de las manos, la mente se distancie del cuerpo y del mundo material, el psiquismo se distinga de todo lo demás, dando así lugar a la separación dualista constitutiva del objeto de la psicología. Tal objeto y su abordaje psicológico surgen como privilegios de clase: como expresiones de clasismo subyacente al dualismo.

Además de ser dualista, la ideología fundante de la psicología tiene una orientación individualista. Esta orientación es la que mutila y contrae lo subjetivo de tal modo que pueda pasar por el estrecho embudo psicológico de la interioridad individual. Tenemos aquí el mismo proceso, ya descrito repetidamente en la tradición marxista, que se observa en el individualismo burgués liberal y neoliberal que logra quebrar a las potentes clases, comunidades y colectividades organizadas, triturándolas y pulverizándolas en sus elementos constitutivos, en los impotentes individuos, cada uno de ellos con sus miserables atributos, como su voto individual y sus derechos individuales. Como bien lo notara el surrealista y freudomarxista René Crevel, esta estrategia del divide y vencerás opera también a través del individualismo psicológico.

Además de ser individualista y dualista, la psicología es objetivista. Lo es en la medida en que procede ideológicamente como otras ciencias objetivas humanas al objetivar y así neutralizar o suprimir a un sujeto inobjetivable por definición. Este sujeto suprimido en la objetividad científica viene a confirmar la definición lacaniana de la ciencia como “ideología de la supresión del sujeto”. Al mismo tiempo, la conversión del mismo sujeto en objeto del conocimiento científico prepara y facilita su conversión en objeto del sistema capitalista, un sistema que tiende significativamente a subsumir la ciencia junto con el conjunto de la cultura. Erigiéndose como gran Otro, el capital se presenta cada vez más como el único sujeto, mientras que los sujetos humanos aparecen cada vez más como los objetos del capital y de sus diversas expresiones ideológicas, entre ellas las ciencias objetivas.

Concepciones mesoamericanas y marxistas de la subjetividad

Como hemos visto, el objetivismo, el individualismo y el dualismo delatan los vínculos ideológicos internos de la psicología con el sistema capitalista, con el mundo burgués y con la sociedad de clases. Esta realidad socioeconómica, propia de la modernidad occidental, es la que le da su forma particular a nuestra idea psicológica de la subjetividad humana. Las orientaciones ideológicas dualista, individualista y objetivista de nuestra psicología pertenecen a una tradición cultural específica y a un momento preciso en el desarrollo histórico de esa tradición cultural.

Si nos alejamos de la modernidad occidental, encontramos otros saberes acerca del sujeto en los que no hay ningún rastro de objetivismo, individualismo y dualismo. Es el caso de las concepciones indígenas mesoamericanas de la subjetividad a las que les he dedicado una investigación que dura ya varios años. Al analizar las formas en que los pueblos originarios de México y Centroamérica se representan al ser humano, descubrimos una subjetividad inobjetivable, una comunidad irreductible a sus elementos individuales y una totalidad indivisible que no se deja fraccionar de forma dualista entre lo psíquico y lo somático.

Al no caer ni en el dualismo ni en el individualismo ni en el objetivismo de nuestra psicología, los saberes ancestrales de Mesoamérica nos ofrecen unas concepciones de la subjetividad que son radicalmente diferentes de la occidental moderna psicológica y que pueden servir por ello como punto de apoyo para criticarla. Es así como saberes provenientes de otras culturas pueden convertirse en recursos de la psicología crítica, lo que ha sucedido efectivamente en corrientes emergentes como la indígena, la africana y la decolonial. Sin embargo, estas corrientes son relativamente recientes y constituyen la regla más que la excepción, pues lo habitual ha sido que la psicología crítica extraiga sus recursos de la propia modernidad occidental, donde también se encuentran concepciones de la subjetividad que difieren de la psicológica y que no caen en sus orientaciones ideológicas.

Pensemos, por ejemplo, en la perspectiva marxista, que ha sido sin lugar a dudas la más importante e influyente en la historia de la psicología crítica. El marxismo concibe la subjetividad: en primer lugar, de modo relacional y no individualista, como un anudamiento de relaciones sociales y no como un individuo aislado; en segundo lugar, de forma dialéctica y no objetivista, como un sujeto capaz de objetivarse y no como un objeto; en tercer lugar, en clave monista y no dualista, como una existencia corporal-mundana consciente y no como psiquismo separable del cuerpo y del mundo. El marxismo ha desarrollado así una concepción relacional, monista y dialéctica de la subjetividad que desafía respectivamente el individualismo, el dualismo y el objetivismo de la psicología, pero que además aporta potentes argumentos contra estas orientaciones ideológicas, mostrándonos cómo sirven a la dominación al dividir y neutralizar para vencer, es decir, al desgarrar las relaciones sociales en el individualismo, al escindir al sujeto en el dualismo y al reducirlo a objeto del capital en el objetivismo.

El psicoanálisis como punto de apoyo de la psicología crítica

Entendemos que el marxismo haya sido el más importante punto de apoyo de la psicología crítica en la modernidad occidental. Sin embargo, este punto de apoyo no ha sido el único y actualmente sólo es uno más entre muchos otros, entre ellos el anarquismo, el feminismo, la caja foucaultiana de herramientas, el socioconstruccionismo, el giro discursivo y el proyecto comunitario liberacionista latinoamericano. Ahora bien, si esta lista fuera exhaustiva, ¿deberíamos incluir en ella el psicoanálisis, el cual, entonces, constituiría otro punto de apoyo de la psicología crítica? He aquí la gran cuestión que ahora se nos plantea y que no resulta fácil responder.

Formulemos de otro modo la pregunta: ¿será que la psicología crítica puede apoyarse en la doctrina freudiana? En otras palabras, ¿el psicoanálisis ofrece una idea no-psicológica del sujeto que pueda servir para criticar la concepción psicológica? Esta pregunta puede recibir dos respuestas opuestas e igualmente válidas.

La primera de las respuestas es afirmativa: sí, el psicoanálisis puede servirle a la psicología crítica porque teoriza al sujeto en una forma que nada tiene que ver con la concepción psicológica dualista, individualista y objetivista. Para empezar, el objetivismo no tiene cabida en la doctrina freudiana porque el objeto del psicoanálisis no es el sujeto, sino eso tan paradójico y evasivo que Lacan ha conceptualizado como objeto (pequeño) a. En cuanto al sujeto, se presenta en el psicoanálisis como algo radicalmente inobjetivable, irrepresentable, inasimilable a todo lo que pueda saberse de él, irreductible a todo lo que sea posible predicar de él. Tenemos aquí, en el psicoanálisis, un enfoque anti-objetivista que se opone diametralmente al objetivismo de la psicología y que por ello puede servirle a la psicología crítica para cuestionarlo.

Además de anti-objetivista, el psicoanálisis es anti-individualista. El sujeto del psicoanálisis, a diferencia del de la psicología, no es un individuo, un “individuus”, que significa “indivisible” en latín. Por el contrario, el sujeto freudiano es divisible y está dividido entre identificaciones diferentes, entre posiciones opuestas, entre instancias en conflicto. El único individuo aquí es un reflejo en el espejo de la conciencia. En realidad, el sujeto freudiano es tan individual como transindividual. Es él y su objeto. Es Uno y Otro. Es alteridad y no sólo identidad. No sólo es un yo, sino también ello y superyó. Es al mismo tiempo cosas tan contradictorias como la especie, la cultura y el punto de contacto entre ambas. Todo esto está en contradicción con la idea psicológica individualista del sujeto.

El psicoanálisis no sólo contradice el individualismo y el objetivismo, sino también el dualismo constitutivo de la psicología. Mientras que la idea psicológica del sujeto es la de algo psíquico tajantemente diferenciado con respecto a lo físico y somático, el psicoanálisis reconoce la comunicación y continuidad entre lo uno y lo otro. El sujeto freudiano, por decirlo cartesianamente, es cosa extensa y no sólo pensante. No se agota en su yo ideal. Su fondo pulsional es tan mental como corporal. Sus conversiones histéricas son tan del cuerpo como del alma. No hay aquí dos esferas separadas, sino una sola. El monismo psicoanalítico discrepa de cualquier dualismo psicológico. 

La psicología psicoanalítica

Si consideramos cómo el psicoanálisis rompe con el dualismo, con el individualismo y con el objetivismo, será justo que respondamos afirmativamente a la pregunta sobre su utilidad como recurso teórico para la psicología crítica. Sin embargo, la misma pregunta podría también recibir de nosotros una respuesta negativa si consideráramos la tendencia irresistible del psicoanálisis a degenerar en una corriente psicológica entre otras. Esta psicologización resulta bastante evidente cuando vemos al psicoanálisis convertirse en psicología dinámica o del yo o del self, pero el mismo proceso puede operar también de modo soterrado incluso en las más anti-psicológicas de las corrientes freudianas. Es lo que sucede, por ejemplo, cuando los psicoanalistas lacanianos presentan sus casos clínicos y les aplican su recetario lacanés, arrebatando cualquier voz a los sujetos, apartándolos dualistamente de su exterioridad material transindividual y reduciéndolos a una simple ilustración individual objetiva de lo elaborado por Lacan.

Las derivas psicológicas del psicoanálisis resultan comprensibles en una época de reinado absoluto de la psicología. Si los sujetos mismos se ven cada vez más a sí mismos como objetos psicológicos encerrados en su individualidad y separados irremediablemente de su cuerpo y del mundo, ¿por qué los psicoanalistas habrían de mirarlos de otro modo y escuchar lo que a veces ni siquiera tienen que decir? El hombre sin inconsciente, como lo llama Recalcati, es el fundamento de la psicología psicoanalítica.

La progresiva psicologización de la herencia freudiana se fundamenta en una mutación histórica decisiva por la que los sujetos se ven cada vez más virtualizados, apartados de la materialidad corporal y mundana, recluidos en su interioridad ideal individual y reducidos a la condición de objetos del capital y de sus diversos dispositivos tecnológicos, disciplinarios e ideológicos, entre ellos la psicología.  El gran Otro de la cultura, cada vez más subsumido en el capital, deja un margen cada vez menor para la existencia transindividual y material del sujeto. Esta historia del mundo es la que determina el trágico destino psicológico de la herencia freudiana.

Historia

Una vez que se ha psicologizado, el psicoanálisis deja de ser un recurso teórico útil para la psicología crítica y se transmuta en un objetivo para ella, en un objeto que debe ser criticado, en un blanco para tirar sobre él. Este blanco reproduce el dualismo, el objetivismo y el individualismo, pero también otras orientaciones ideológicas de la óptica psicológica, entre ellas el universalismo, el abstraccionismo, el idealismo, el adaptacionismo, el familiarismo y el apolitismo. Es como si toda la ideología subyacente a la psicología reabsorbiera el psicoanálisis y anulara aquello que lo distingue de la psicología y que le permite cuestionarla.

Uno de los principales dilemas de lo psicoanalítico es el que lo hace dividirse entre ser y no ser algo simplemente psicológico, entre ceder y no ceder a su reabsorción en la psicología, entre dejarse asimilar a ella y obstinarse en preservarse de ella y criticarla. Podemos discernir aquí dos formas de aparición del psicoanálisis, como objeto criticable y como recurso utilizable, que jalonean toda la historia de la relación entre la psicología crítica y la herencia freudiana. Tal historia, como veremos ahora, se desenvuelve como una serie de escisiones o disociaciones del psicoanálisis entre lo que se utiliza y lo que se critica de él en la sucesión de propuestas de psicología crítica.

Los pioneros Georges Politzer y Lev Vygotsky utilizaron la casuística de Freud, pero criticaron sus generalizaciones metapsicológicas, juzgándolas injustificadas, abstractas e ideológicas. Valentín Volóshinov descubrió también una ideología criticable en el psicoanálisis, aunque sin dejar de apreciar el potencial de la idea freudiana de los conflictos psíquicos para criticar las visiones psicológicas homeostáticas y adaptativas. El potencial crítico del psicoanálisis, tal como lo piensa el freudomarxista Wilhelm Reich, permite cuestionar el idealismo burgués de la psicología: el mismo idealismo que será también reproducido por algunas derivas psicoanalíticas aburguesadas.

Los surrealistas André Breton y René Crevel deploran que el psicoanálisis recaiga en la misma psicología dualista que permite criticar. Por su parte, los frankfurtianos Max Horkheimer y Theodor Adorno emplean del psicoanálisis lo mismo que los hace impugnarlo: su revelación de la irracionalidad en la racionalidad psicológica. Esta irracionalidad está en el mismo lugar que la conflictividad y la negatividad por las que el joven Michel Foucault y algunos de sus epígonos, como el grupo de Julian Henriques, Wendy Hollway y Valerie Walkerdine, aprecian positivamente el psicoanálisis al que también dirigen su cuestionamiento.

Entretanto, Louis Althusser y sus seguidores franceses y argentinos, entre ellos Michel Pêcheux, Didier Deleule, Carlos Sastre y Néstor Braunstein con sus colaboradores, utilizan el psicoanálisis para cortar o romper epistemológicamente con la ideología psicológica, pero también critican la ideologización de la doctrina freudiana y su recuperación por la psicología. El doble vínculo con el psicoanálisis vuelve a encontrarse en el trabajo del alemán Klaus Holzkamp y del británico Ian Parker, tal vez las dos figuras más importantes de la psicología crítica en el último medio siglo. En lo que se refiere a la psicología crítica holzkampiana, por un lado valora el psicoanálisis porque se pone en manos de los sujetos en lugar de proceder como la psicología y aplicarse a ellos como a objetos, pero por otro lado lo cuestiona porque universaliza lo particular histórico, familiariza lo social, desacredita lo colectivo y deslegitima o reprime lo político. En cuanto a Parker, traza una distinción en el campo psicoanalítico entre corrientes que él juzga criticables por su alto nivel de psicologización, como la kleiniana o la relacional, y perspectivas utilizables por su carácter claramente anti-psicológico, entre ellas principalmente la propuesta lacaniana. 

Por mi parte, en consonancia con la tradición marxista freudiana, me gusta ver en el psicoanálisis un producto ideológico-psicológico de la modernidad capitalista, pero también algo radicalmente diferente de la psicología: una expresión crítica sintomática de la crisis de esta modernidad, de sus tensiones y contradicciones, tal como desgarran de forma singular a cada sujeto. De modo análogo, como ya lo hicieran Lacan y Juliet Mitchell y otras feministas, veo el psicoanálisis como el síntoma de una crisis del patriarcado: como algo en lo que simultáneamente se reproduce y se denuncia y subvierte un sistema patriarcal generalmente disimulado y silenciado por la psicología. Por último, en el mismo sentido, admito que el psicoanálisis tiene un estatuto colonial como el de cualquier otro paradigma psicológico europeo-estadounidense que haya sido exportado y universalizado, pero al mismo tiempo considero que revela una crisis de la absolutización del saber occidental que subyace a la colonialidad y pienso que por ello representa un instrumento imprescindible para la crítica de todos los productos coloniales, entre ellos la psicología. Además, por si fuera poco, apuesto por la escucha psicoanalítica para establecer una relación diferente con la otredad fuera y dentro de nosotros: una relación diferente de la mirada colonial que es también a menudo una mirada psicológica.  

A manera de conclusión

La historia que acabo de esbozar nos muestra una incesante disociación del psicoanálisis entre sus apariciones como objeto criticable y como recurso utilizable de la psicología crítica. Lo que aquí falta es una tercera posible intervención del psicoanálisis que no se ha realizado plenamente hasta ahora. Me refiero a su intervención disruptiva y subversiva como enfoque irreductible a su utilización en el retorno reflexivo de lo psicológico sobre sí mismo y sobre aquello de lo que forma parte.

Al no dejarse reducir a la psicología crítica, el psicoanálisis nos permite interpelarla, llevando su gesto crítico hasta sus últimas consecuencias, hasta rizar el rizo, hasta permitirle autocriticarse como psicología y no sólo criticar el terreno psicológico en general. No hay que olvidar que la psicología crítica, lo mismo que el psicoanálisis, tiene una posición contradictoria en los bordes o fronteras del terreno psicológico, tan dentro como fuera de él, siendo y no siendo psicología. Esto hace que la psicología crítica sea también, al igual que la perspectiva psicoanalítica, susceptible de crítica en sus derivas psicológicas.

Para cuestionar la psicología crítica, el psicoanálisis constituye un recurso potente y quizás inigualable. Un cuestionamiento freudiano fundamental de la psicología crítica debería dirigirse a la crítica misma. ¿Por qué obstinarnos y afanarnos en criticar la psicología? ¿Por qué no simplemente intentar abandonarla? ¿Qué deseo nos mantiene adheridos a ella al convertirla en el objeto de nuestros cuestionamientos?

El cuestionamiento freudiano, por dar únicamente otro ejemplo, debería dirigirse a la idea misma del retorno reflexivo de la psicología sobre sí misma, y, de modo más preciso, a la confianza ingenua en la reflexividad. ¿Qué nos hace confiar en la transparencia de la reflexividad? ¿Acaso esta confianza en lo reflexivo no es típicamente psicológica? ¿Acaso la reflexividad no reproduce la misma opacidad imaginaria especular a la que apunta nuestro cuestionamiento de la psicología?

¿Por qué desconfiar de la psicología? Veinte razones

Conferencia organizada por el Círculo de Psicoanálisis y Marxismo y dictada el viernes 9 de diciembre de 2022 en la Universidad Emiliano Zapata de Monterrey, Nuevo León, México

David Pavón-Cuéllar

Estoy aquí para cumplir un encargo preciso y concreto. Se me ha solicitado expresamente que dicte una conferencia que les ayude a ustedes, estudiantes de una licenciatura en psicología, en el desarrollo de su conciencia política. Es lo que intentaré hacer en los siguientes minutos.

Me dirigiré a ustedes no como ciudadanos o seres humanos en general, sino como estudiantes de una carrera específica. Si todas y todos ustedes están estudiando psicología, me imagino que esto supone que tienen confianza en la psicología, en su veracidad y en su utilidad para los individuos y para la sociedad. Quizás algunas y algunos de ustedes no crean en la psicología y solamente la estudien para obtener un beneficio personal, pero quiero pensar que son los menos y que la mayoría sí confía en lo que está estudiando.

La confianza en la psicología es algo positivo, encomiable, pues muestra una relación auténtica, sincera y comprometida con la profesión que ejercerá. Supongo que aquí todos y todas están de acuerdo en que un buen profesionista sólo es tal cuando cree en su profesión, ya que, si no creyera, sería un farsante, un charlatán, un simulador. Para no ser todo esto, deberíamos entonces ponernos las camisetas de psicólogas y psicólogos y entregarnos resueltamente a lo que hacemos, apostar honestamente por nuestra profesión, confiar sinceramente en ella.

Comprendo que la confianza en la psicología sea tácitamente prescrita y promovida, pero mi hipótesis es que esta confianza podría obedecer en parte, sólo en parte, a una cierta inconciencia política. Dado que se me ha pedido favorecer la conciencia política de ustedes como estudiantes de psicología, me dije que lo mejor que podría hacer es cuestionar su confianza en la psicología, cuestionarla en aquellos puntos en los que me parece que está políticamente determinada. Mi cometido no es, desde luego, resquebrajar y derribar su confianza en la psicología, sino simplemente ayudar a que sea, en el plano político, una confianza menos ciega, menos inconsciente, más consciente, más lúcida, más reflexiva.

Para lograr mi cometido, les daré veinte razones por las que me parece que podemos desconfiar de la psicología. Son razones que se me han ocurrido a mí o que me han sido sugeridas por autores que me guían en mi reflexión como psicólogo crítico, entre ellos Ian Parker, Louis Althusser y Jacques Lacan. Para cumplir con el encargo que se me ha hecho, me concentraré en las razones claramente políticas, pero comenzaré por otras por considerarlas fundamentales, insoslayables y políticamente relevantes.

Auto-refutación (razón 1)

Una razón bastante obvia para desconfiar de la psicología se encuentra en sus guerras intestinas autodestructivas. No parece quedar nada recuperable de la psicología cuando los exponentes de sus distintas escuelas se desechan unos a otros con excelentes argumentos. Es lo que sucede, por ejemplo, cuando los conductistas, los cognitivo-conductuales y los neuros descartan a los humanistas, a los psicoanalistas y a los demás por su falta de evidencias y de cientificidad, pero son a su vez descartados por los descartados a causa de su confusión de las ciencias humanas con las ciencias exactas o su reducción de lo humano a lo animal o computacional.

Basta dar la razón a unos psicólogos para convencerse de la sinrazón de sus colegas de las demás escuelas. Todos están equivocados cuando se les juzga desde otros puntos de vista diferentes de los suyos propios. A fin de cuentas, no subsiste en la psicología ninguna idea que no haya sido convincentemente invalidada por otras ideas.

Es lógico desconfiar de la psicología porque ella misma desconfía de sí misma, porque se basta a sí misma para desautorizarse, porque sus diversas corrientes se refutan eficazmente unas a otras, porque tomarlas en serio nos exige descartar a sus rivales, porque ninguna corriente resiste las críticas de las demás corrientes. Es verdad que, desde hace un tiempo, la llamada “psicología científica” o “basada en evidencias”, mayoritariamente cognitivo-conductual, va prevaleciendo sobre todas las demás y consigue unificar el campo de la psicología con la bandera de la cientificidad. Sin embargo, esta misma bandera es bastante sospechosa, pues la ciencia no puede ser una bandera, una causa o consigna, como lo es para la psicología.

Cientificismo, cienciomanía y objetividad científica (razones 2 a 4)

Los psicólogos pretendidamente científicos están demasiado emocionados con la ciencia como para ser verdaderos hombres de ciencia. Inversamente, los científicos de verdad, físicos y químicos y otros, están demasiado ocupados haciendo ciencia como para perder su tiempo haciendo lo que no dejan de hacer los psicólogos: convenciéndonos de que hacen ciencia, promoviéndose como científicos, levantando altares a la divinidad científica, elogiándola, sacralizándola y reverenciándola. Todas estas ocupaciones justifican igualmente nuestra desconfianza hacia la psicología.

Podemos desconfiar de la psicología por su adoración de la ciencia, porque esta adoración es más religiosa que científica, porque es cientificismo y no ciencia. Podemos desconfiar de la psicología, en el mismo sentido, por su obsesión por la cientificidad, porque esta obsesión es bastante sospechosa, porque parece incompatible con la ciencia, porque si la psicología fuera de verdad científica no estaría obsesionada con ser científica, porque las auténticas ciencias no tienen esta obsesión, porque esta obsesión es típica de las pseudo-ciencias. ¿No parece haber algo de cienciología en la cienciomanía de la psicología científica basada en evidencias?

La manía por la ciencia es una pasión. Es puro pathos. Es patológica, pasional, irracional y no racional y mucho menos científica. Digamos que la psicología está enferma de ciencia. Padece la ciencia, pero eso no significa de ningún modo que la practique. Más bien podría significar lo contrario.

La cienciomanía viene a exacerbar y a poner en evidencia otro problema de la psicología: me refiero a su pretensión de objetividad. ¿Cómo confiar en una supuesta ciencia objetiva, como la psicología, cuyo objeto es el sujeto, es decir, lo contrario del objeto? Aquí tenemos una razón más para desconfiar de la psicología. Iremos por buen camino al recelar de ella porque se presenta cada vez más como una ciencia objetiva, porque pretende objetivar así lo subjetivo, que es lo único inobjetivable por definición.

La reducción psicológica del sujeto a un objeto, al objeto de la psicología, resulta sospechosamente coincidente con la conversión moderna de todos los seres humanos en objetos del capital. A medida que el capital se impone como el único sujeto de la sociedad capitalista, los seres humanos van perdiendo sus rasgos subjetivos, dejan de ser agentes, seres activos, conscientes y voluntariosos, para convertirse en simples engranes objetivos del sistema capitalista con sus dispositivos institucionales, disciplinarios, tecnológicos, científicos, pseudocientíficos e ideológicos, entre ellos quizás la psicología. El dispositivo psicológico, al igual que los demás, debería entonces transferir la subjetividad propia de los seres humanos a un capital cada vez más determinante, cada vez más poderoso, cada vez más normativo, cada vez más decisivo en la distinción entre lo normal y lo anormal, lo sano y lo enfermo, lo apto y lo inapto, lo prendidamente humano y lo supuestamente inhumano.

Generalización y deshumanización (razones 5 y 6)

Uno de los efectos del capitalismo es la normalización, la uniformización, la homogeneización unidimensional de todo lo existente, pues todo tiene que poder traducirse a los términos cuantitativos de una única dimensión, la del equivalente universal del dinero. Todo tiene que tener precio. Todo tiene que diferir de modo sólo cuantitativo y no cualitativo, no habiendo lugar para las cualidades únicas, incomparables, de cada cultura, de cada comunidad y de cada sujeto humano. Al cuantificar tales cualidades y al reabsorberlas en conceptos generalizadores, la psicología también despierta nuestras peores sospechas, resultando sospechosa de complicidad con el capitalismo. ¿Cómo no sospechar esta complicidad ante una psicología crecientemente cuantificadora y generalizadora?

Cabe desconfiar de la psicología porque generaliza lo irreductiblemente singular y particular, porque se pretende universal, porque ignora las diferencias cualitativas absolutas entre los sujetos y las culturas, porque las relativiza en coeficientes y en escalas, porque las cuantifica y así las aplana en una sola dimensión. La unidimensionalidad psicológica nos recuerda la unidimensionalidad económica del capital que lo reduce todo a su contabilidad globalizada. Esta contabilidad subsume la cultura humana, desintegra los saberes más complejos y los disuelve en cúmulos de informaciones cuantificables e intercambiables por dólares, euros y yuanes.

El sistema económico del capitalismo va devorando el sistema simbólico de la cultura. Los saberes de los sujetos van disolviéndose en datos objetivos acumulables como los que encontramos en cualquier manual o artículo de la psicología basada en evidencias. Esta psicología retiene y acumula un saber extremadamente desarticulado, simplificado, que ni siquiera es verdadero saber, pero que va sustituyéndose al verdadero saber, el de cada sujeto, el resultante de la historia única de cada sujeto.

Al pretender saber lo que sólo cada sujeto puede saber, la psicología merece igualmente nuestra desconfianza. Tenemos razón al desconfiar de ella porque usurpa el lugar del sujeto humano, porque pretende saber más sobre él que él mismo, porque suplanta su capacidad autoconsciente y reflexiva que lo hace humano, porque así le permite desistir de su humanidad. Uno sólo puede ser plenamente humano a través de sus propias ideas, al concebirse a sí mismo en lugar de adoptar las concepciones psicológicas, al ocupar la posición de saber a la que se renuncia en favor de la psicología. Un problema grave de la psicología es que se especializa en lo que es el asunto privado intransferible, inalienable, de cada ser humano.

Cuando uno cede su reflexión y su autoconciencia al experto psicólogo, uno está renunciando a una fracción fundamental de su humanidad. Uno se está deshumanizando. Esta deshumanización ocurre igualmente cuando uno transfiere su capacidad reflexiva y autoconsciente a los autores de libros de autoayuda, a los consejeros en pensamiento positivo, a los especialistas en coaching, constelaciones y neochamanismo, y a los demás detentores de las ideas psicológicas popularizadas y vulgarizadas. En todos los casos, la psicología es consciente y reflexiona en lugar de uno, sustituyéndose a uno y así deshumanizándolo, y esta deshumanización es también una mutilación y vulnerabilización de lo que uno es, pues una parte importante del ser y de la fuerza de uno radica precisamente en esa fracción de su humanidad que es la reflexión y la autoconciencia.

Un ser menos humano, menos consciente y menos reflexivo, es un ser mutilado y vulnerabilizado. Es un ser más vulnerable, más débil, menos fuerte, menos capaz de resistir ante lo que lo domina. Este ser es el deseado por el poder, por los aparatos opresivos y represivos, por las estructuras de explotación y por los órdenes discriminatorios, segregativos y excluyentes.

Poder, mercantilización y negocio (razones 7 a 9)

Resulta bastante significativo que el ser deseado por el poder coincida precisamente con el ser engendrado por la psicología. Esta coincidencia revela una connivencia de la psicología con el poder, una connivencia que se pone en evidencia no sólo en la ya mencionada complicidad con el capitalismo, sino en las demás complicidades que se entretejen en la historia de la psicología. Tales complicidades han sido una constante que nos permite afirmar que la historia de la psicología es también una historia de la connivencia de la psicología con el poder.

No sólo debemos recordar aquí los papeles que han desempeñado los psicólogos al justificar la discriminación racial en el porfiriato mexicano y en las colonias europeas, al colaborar con proyectos de eugenesia en la Alemania nazi o al participar en programas de contrainsurgencia, tortura y guerra psicológica orquestados por la CIA y por los regímenes autoritarios en Latinoamérica. También debemos pensar en el trabajo cotidiano de miles de psicólogos en terapias de reorientación sexual, en estrategias publicitarias de grandes empresas, en la neutralización de protestas laborales o en el sometimiento de los niños indisciplinados en las familias y las escuelas. En todos estos casos y en muchos más, confirmamos los servicios que la psicología rinde al poder, servicios que son una razón más para desconfiar de ella.

Estamos justificados al desconfiar de la psicología, en efecto, porque le ha servido en su historia al poder para disciplinar a los sujetos, para someter a insumisos, para controlar a las poblaciones, para torturar a opositores, para explotar a los trabajadores, para manipular a los consumidores, para justificar el racismo y el sexismo, y para patologizar y reprimir las opciones sexuales de la comunidad LGBTTTIQ. Es verdad que estos servicios que la psicología rinde al poder se explican en parte por su funcionamiento mismo como un instrumento neutro que puede ser empleado con fines tanto nobles como inicuos, dañinos y destructivos. El problema de tal funcionamiento es precisamente que subordina el instrumento psicológico a quienes tienen el poder para emplearlo.

En la sociedad capitalista, el poder es cada vez más un poder adquisitivo, un poder económico y monetario. Este poder es el que permite servirse del instrumento psicológico, el cual, también por ello, podría inspirar nuestra suspicacia. Nos inclinaríamos entonces a desconfiar de la psicología porque suele venderse y comprarse, porque suele así operar como una mercancía y moverse con dinero, porque tiende a ponerse al servicio del mejor postor, porque sirve generalmente a quienes la pagan y no a sus víctimas, al patrón y no a los trabajadores, a las empresas y no a los consumidores, a los publicistas y no a los espectadores, a los gobernantes y no a los gobernados, a los padres y no a sus hijos. Los que tienen el poder económico suelen ser los mismos que disponen de la psicología.

El instrumento psicológico es de quienes pueden pagarlo, pero no queda claro por qué habría que pagar por él, ya que se trata de algo que tradicionalmente se ha obsequiado sin que medie pago alguno. ¿Por qué de pronto habría que pagar por lo que hacen las psicólogas y los psicólogos? Podemos también desconfiar de la psicología porque vende lo que tal vez tendría que regalar, porque hace negocio con una escucha y unos consejos que podrían y solían ser gratuitos, porque los transmuta así en mercancía, porque exige un pago a cambio de cumplir con obligaciones morales humanas que antes eran ofrecidas gratuitamente por abuelas y abuelos, por madres y padres, por hermanas y hermanos, por amigos, compadres, compañeros de camino, sabios y sacerdotes de las diversas religiones.

Una parte fundamental de la vida social y cultural pasa por el alambique del capitalismo para verse transmutada en una psicología mercantilizada tan sólo asequible para quienes pueden pagarla. El poder pagar por el instrumento psicológico es también un poder sobre el instrumento psicológico. Es así una subordinación del instrumento al poder que lo compra y lo utiliza.

El poder es de quien puede pagar por el instrumento psicológico. Lo más que podemos reprocharle a este instrumento es, entonces, que sea tan sólo un instrumento y que no intente resistirse al poder, que sea neutro y que simplemente se deje utilizar por quien tenga el poder para utilizarlo, que asuma esa neutralidad que no consiste concretamente sino en dejarse arrastrar por el magnetismo del poder, por la corriente dominante. Al dejarse arrastrar así por el poder, la psicología puede ella misma empoderarse y tener éxito en el mundo, pero su éxito es él mismo una razón más para que algunos de nosotros desconfiemos de ella.

Éxito y felicidad (razones 10 y 11)

Los más realistas o pesimistas de nosotros desconfiaremos de la psicología porque tiene demasiado éxito en un mundo en el que el éxito suele ser para lo peor y no para lo mejor, para lo engañoso y no para lo verdadero, para lo corrupto y no para lo honesto, para lo tóxico y no para lo sano, para lo simplista y no para lo fiel a la complejidad humana. Lo que asegura que las mayores estupideces de Hollywood sean las más taquilleras podría ser lo mismo que asegura que la psicología sea tan exitosa en el mundo en el que vivimos. La causa del éxito de lo psicológico sería la misma que la del éxito de las peores emisiones de televisión, la peor música pop comercial, la comida chatarra o incluso el crimen organizado en México.

El éxito se ha convertido naturalmente en un motivo de sospecha en un mundo que va tan mal como el nuestro, un mundo tan desigual, tan injusto y que se está destruyendo a sí mismo a un paso cada vez más rápido. En un mundo como éste, resulta comprensible que el éxito sea tan sospechoso como la prosperidad y la felicidad. Estar bien cuando todo anda tan mal no puede ser efecto sino de perversión, egoísmo, indiferencia o una total inconciencia.

Digamos que hay que estar demasiado mal para estar bien cuando todo va tan mal. ¿Cómo no preocuparnos, entonces, cuando vemos que el estar bien se ha convertido en la meta suprema de la mayor parte de las corrientes psicológicas, entre ellas, desde luego, la positiva? Tenemos derecho a desconfiar de esta psicología porque pretende que los individuos sean felices en un mundo en el que la felicidad suele ser para los privilegiados o para los inconscientes, en una sociedad global cada vez más injusta y desigual, en un sistema capitalista que devasta el planeta y amenaza con aniquilar a la humanidad entera.

No sólo no hay motivos para estar bien, sino que estar bien puede contribuir a que todo vaya mal. No puede rectificarse lo que ocurre cuando se está satisfecho, contento, a pesar de lo que ocurre e incluso con lo que ocurre. La insatisfacción es aquí un ingrediente indispensable para el cambio.

Insensibilización, distensión y naturalización (razones 12 a 14)

Cambiar el mundo exige por lo menos que estemos insatisfechos con él, frustrados e indignados con lo que ocurre, desesperados y no sosegados como lo quieren tantas psicólogas y tantos psicólogos. Llegamos aquí a otra de las razones para desconfiar de la psicología. Tiene sentido que sospechemos de ella porque intenta calmar a los sujetos, porque trata de insensibilizarlos al arrebatarles su malestar, despojándolos de la frustración y la indignación que necesitan para transformar el mundo.

Si continuamos avanzando hacia el abismo, quizás sea en parte gracias a las psicólogas y psicólogos que nos ayudan a disfrutar el camino. Lo seguro es que eliminan muchos de nuestros motivos para cambiar la situación en la que nos encontramos al hacer que la aceptemos, que nos resignemos y adaptemos a ella, que nos reconciliemos con ella. He aquí una razón más para desconfiar de la psicología. Es válido que recelemos de ella porque elimina tensiones que podrían ser liberadoras, porque resuelve los desajustes entre los seres humanos y su contexto al cambiar a los seres humanos, porque así les quita sus motivos para mejorar su mundo, porque al ajustarlos al medio permite que el medio siga siendo el mismo.

Lo cierto es que la psicología ni siquiera suele considerar la transformación del entorno histórico. Aunque este entorno sea creado y recreado por los seres humanos, aparece generalmente ante la mirada psicológica bajo la forma de algo fijo, dado y predeterminado, compuesto de un conjunto de variables independientes. Aquí también es legítimo desconfiar de la psicología porque procede como si el entorno histórico no pudiera cambiarse, porque lo trata como un ambiente natural que sería mejor conservar que transformar, porque olvida que es él mismo producto de transformaciones previas.

El sujeto humano es también tal por su capacidad para alterar su medio, pero los psicólogos y las psicólogas prefieren suprimir tal capacidad y así deshumanizar una vez más al sujeto al modificarlo de tal modo que ya no pueda ni quiera cambiar lo que le rodea. ¿Para qué embarcarse en una tarea tan difícil y riesgosa como la transformación revolucionaria del mundo cuando podemos arreglar nuestros problemas al cambiarnos a nosotros mismos con un buen auxilio psicológico? La psicología, en efecto, sabe cómo cambiar todo en el individuo para que no requiera cambiar nada en el mundo.

Descarga, analgesia y especificidad cultural (razones 15 a 17)

La psicología descarta el cambio a gran escala y opta por un cambio personal, interno, a pequeña escala. Esta opción minimalista está bien justificada por la propensión de los psicólogos y las psicólogas a ver al sujeto como el responsable de muchos de los problemas culturales, económicos, políticos y sociales que lo aquejan. Tenemos aquí una razón más para desconfiar de la psicología. Podemos desconfiar de ella porque tiende a revictimizar a los sujetos, porque los responsabiliza de aquello de lo que son víctimas, porque descarga en ellos la responsabilidad estructural de sistemas como el capitalista, el heteropatriarcal y el neocolonial.

Cualquier psicólogo podría excusarse argumentando que se concentra en la subjetividad porque es un psicólogo y no un sociólogo ni un economista. Sin embargo, aunque no sea un especialista ni en la economía ni en la sociedad o la cultura, esto no debería impedirle considerar las causas económicas o sociales o culturales de los efectos mentales, emocionales o relacionales de los que se ocupa. Si no lo hace, es sencillamente porque no se molesta en profundizar al remontarse a las causas de los efectos que estudia, trata y se esfuerza en aliviar.

Es también justo desconfiar de la psicología porque es como un analgésico, un sedante que sólo sirve para curar el dolor y no lo doloroso, los efectos y no las causas, los síntomas y no las enfermedades, la depresión y no el entorno que nos deprime, el estrés y no las condiciones estresantes de trabajo, la agresividad y no la violencia estructural del capitalismo, la ansiedad y no la precariedad ansiógena de la vida en el neoliberalismo, la falta de autoestima y no el racismo ni el clasismo ni el sexismo que la causan. Quizás estas causas ni siquiera puedan ser tratadas psicológicamente por una suerte de conflicto de interés, por estar más acá de lo tratable, por formar parte de aquello mismo en lo que se inserta la psicología. Tal vez la psicología misma sea un efecto como aquellos que intenta curar.

Lo seguro es que no hay psicología fuera del conjunto de fenómenos modernos de los que se ocupa, entre ellos la depresión, el estrés y la ansiedad. El espacio lógico de la psicología es también el mismo del mundo moderno capitalista y ecocida. Es también por esto por lo que podemos desconfiar de la psicología: por su especificidad cultural, porque brilla por su ausencia en humanidades mejores que la nuestra, en culturas pretéritas o indígenas que se relacionaban de modo armónico y justo con la naturaleza, que no la devastaban, que no vivían a costa de ella. Quizás estas culturas no tuvieran psicología porque funcionaban demasiado bien como para concebirla.

Capitalismo, explotación y desigualdad (razones 18 a 20)

Tal vez la psicología sólo pueda concebirse en una crisis cultural de la humanidad como la provocada por la modernidad capitalista. Después de todo, esta modernidad es la única época en la que los seres humanos se han representado psicológicamente a sí mismos. Cabe también desconfiar de la psicología por esto: porque su existencia coincide con la del capitalismo, porque avanza más cuanto más avanza el capitalismo, porque su expansión en el mundo fue posibilitada por la expansión colonial del capitalismo.

Es como si el sistema capitalista hubiera preparado el terreno para su dispositivo psicológico al subjetivar y finalmente objetivar de cierto modo a los individuos en todo el mundo. No puede ser casual que el ser humano ideal para el capitalismo sea el mismo de la psicología. Esto puede igualmente provocar nuestra aprensión.

Podemos desconfiar de la psicología porque su noción del individuo sano corresponde como por casualidad con la del individuo más conveniente y provechoso para el capitalismo: el más explotable, el normal y adaptado, el flexible y resiliente, el interesado y estratégico, el encerrado en su individualidad, el positivo y propositivo, el afanoso y productivo, el asertivo y competitivo, el obediente y sumiso ante las reglas e instituciones. Todos estos rasgos resultan favorables para el sistema capitalista que los idealiza y los normaliza mediante dispositivos como el psicológico. Lo psicológicamente sano aparece como lo económicamente rentable.

Así como el capitalismo y la psicología comparten su ideal normativo de ser humano, así también convergen al infligir diversos daños a los sujetos reales en carne y hueso. Estos sujetos se ven dañados lo mismo por su posición de clase en la sociedad capitalista que por sus evaluaciones o sus diagnósticos en el ámbito psicológico. ¿Acaso no hay aquí una última razón para desconfiar de la psicología? Es razonable sospechar de ella porque establece desigualdades en función de aptitudes o coeficientes intelectuales, representando así un peligro para la igualdad social, y porque permite descalificar, estigmatizar y excluir a ciertos sujetos por sus trastornos mentales o por sus resultados en pruebas psicológicas, violentándolos y atentando contra su dignidad humana.

La psicología coincide con el capitalismo al producir exclusión y desigualdad: al marginar y apartar a unos sujetos y al repartir a los demás en escalas y estratificaciones verticales. Estos dos procesos parecen estar delatando la causalidad estructural del sistema capitalista en su dispositivo psicológico. La psicología no puede sino despertar aquí una desconfianza comparable a la que nos inspira el capitalismo.

Conclusión

Desconfiar es lo que nos queda, nuestro último gesto desesperado, ante aquello cuyo poder le permite imponerse con todo el peso de lo evidente. Es el caso del capitalismo. Es también el caso de la psicología y particularmente de sus versiones basadas en evidencias.

Quizás todo nos parezca demasiado evidente en el campo psicológico. Tal vez aquí todo sea tan evidente como eran evidentes las más absurdas creencias y supersticiones de la Edad Media. La evidencia no demuestra nada, excepto el convencimiento de quienes la juzgan como tal, como una evidencia.

Desde luego que la verdad puede ser evidente y convincente, pero no más que la mentira. El mejor medio para zanjar entre una y otra es no confiarse demasiado. Cierta desconfianza resulta indispensable para no caer en las trampas ideológicas del poder que reviste las formas del saber, del conocimiento y de la ciencia, de la evidencia y del convencimiento.

No ser entrampados por el poder es uno de los beneficios inmediatos que obtenemos de nuestra desconfianza como componente fundamental de nuestra conciencia política en el campo científico. En este campo, ser políticamente conscientes nos exige desconfiar a cada paso. Nuestra desconfianza está particularmente justificada en terrenos tan inestables y tan pantanosos, tan cuestionables y tan dudosos en su cientificidad, como el de la psicología que ustedes estudian y que tal vez habrán de ejercer en el futuro.

Psicología y política: preguntas desde Cuba

Parte de las respuestas a las preguntas de Karima Oliva Bello para una emisión de Cuba en Contexto del domingo 13 de febrero de 2022 (algunos pasajes han sido eliminados, abreviados o matizados)

David Pavón-Cuéllar

1. ¿Cómo definirías el capitalismo y cuáles son sus mecanismos de producción de subjetividades?

Concibo el capitalismo como un sistema económico de explotación de todo lo existente. Cuando me refiero a todo lo existente, hay que entenderlo de modo literal. Es todo, todo lo que existe, incluyendo la vida humana, pero también la cultura y el conjunto de la naturaleza, los seres animales, vegetales e incluso minerales.

Todo lo que existe puede ser explotado en el sistema capitalista. En este sistema, explotar significa obtener capital a expensas de la existencia misma de lo que se explota. Lo explotado es así transformado en capital, pero para transformarlo en capital, hay que destruirlo como lo que es. Un bosque deja de ser lo que es para transformarse en el capital de una compañía maderera. El capitalismo arrasa bosques, extingue especies, envenena océanos, corroe la cultura y devora la vida humana tan sólo para producir más y más capital.

Cuando me refiero al capital, estoy pensando no sólo en aquello que se expresa en el dinero como cosa estática, sino en su incremento y acumulación a través del proceso dinámico de explotación que se organiza en el sistema capitalista. El capitalismo es el sistema que hace posible que el capital se produzca y se reproduzca, se incremente y se acumule, a partir de todo lo que explota. El capital es, entonces, tanto el producto del proceso como su agente y el proceso mismo.

Es verdad que el capital, además de producirse a sí mismo, fabrica muchas otras cosas, pero estas cosas tan sólo son medios para producirse a sí mismo, para producir más y más capital. Por ejemplo, es por el capital, y no por los alimentos, que la industria alimentaria fabrica alimentos. No importa si los alimentos no alimentan, si nos envenenan con sus pesticidas o saborizantes o azúcares sintéticos o potenciadores de sabor, siempre y cuando los compremos y así contribuyamos a la reproducción y producción del capital. De igual modo, es por el capital, por el afán de lucro, por el que se producen automóviles, teléfonos inteligentes o equipos de cómputo que por eso luego duran tan poco, se descomponen o se vuelven obsoletos, porque la mala calidad o la obsolescencia programada forman parte de las estrategias del capital para vender más y más, para producirse más y más. Ocurre lo mismo con los trabajadores, que pueden llegar a ser tan malos en su actividad porque frecuentemente realizan primero sus estudios y luego su actividad no por vocación o por amor al arte, sino por la retribución, por el salario o por la ganancia, para ganarse la vida como fuerza de trabajo del capital o por el afán de lucro del mismo capital que los posee como un demonio.

Podemos decir que el capital es la verdad que se esconde en todo lo que existe en el capitalismo. Las cosas y las personas más diversas son en el fondo siempre lo mismo: simples medios para el capital. Esto tiene dos consecuencias. Por un lado, a pesar de la gran profusión de cosas y personas diversas en el capitalismo, todas terminan siendo en el fondo exactamente lo mismo, las mismas manifestaciones del capital, manifestaciones que son por ello insoportablemente repetitivas, monótonas, tediosas, deprimentes, empalagosas. Por otro lado, como lo mismo debe manifestarse de muchas formas diversas, las cosas y las personas disimulan su verdad, su lado interesado y lucrativo, y se vuelven así falsas y engañosas, engañosamente humanas, trascendentes, sublimes, bellas, buenas, beneficiosas, útiles, sanas.

Ya vimos que muchos alimentos no son verdaderos alimentos, sino venenos que se disfrazan de alimentos para poder venderse y producir capital. Este afán lucrativo capitalista es también la verdad que nos ocultan las demás mercancías, desde la ropa, los medicamentos, los hits de la música pop comercial o las películas de Hollywood, hasta los directores de las películas, los cantantes de pop, los vendedores, los abogados, los médicos o los psicólogos. Las personas y las cosas pretenden que existen para nosotros, para nuestros intereses o nuestros deseos, pero en realidad tienden a hacerlo más bien por lo que pagamos por ellas, por su función en el proceso capitalista, por la producción y acumulación de capital. 

Como hemos visto, no hay mucha diferencia entre las cosas y las personas en el capitalismo. Esto es así porque las personas son cosificadas, porque son tan mercancías como las cosas, porque son más objetos que sujetos. En cierto sentido, el único sujeto del capitalismo es el capital, mientras que los sujetos se convierten en objetos del capital, en objetos de su goce, como yo suelo decirlo. Esta objetivación de los sujetos por el capital se refleja en los sujetos objetivados por la psicología y por las demás ciencias burguesas objetivistas.

La única oportunidad que tenemos para subjetivarnos en el capitalismo es la subjetivación del capital, ya sea como capitalistas o como consumidores o como trabajadores explotables, como fuerza de trabajo, como fracción variable del capital. Estas formas de subjetivación del capital, indispensables para su funcionamiento, se realizan a través de medios y aparatos ideológicos tales como la educación familiar o escolar, la cultura de masas, las iglesias o la publicidad. Tenemos aquí algunos de los grandes medios ideológicos de producción de sujetos, unos medios de producción tan importantes como los de objetos, pues además de producirse objetos para los sujetos, el capitalismo debe producir sujetos para los objetos, como lo decía Marx en los Grundrisse. No hay que olvidar, sin embargo, que se trata siempre en última instancia de producir capital.

Es para producirse a sí mismo que el capital se vale de sus medios ideológicos para producir a sujetos agresivos, competitivos, posesivos y acumulativos. Estos sujetos serán los mejores capitalistas y consumistas que necesita el capital. Es por eso que los produce al estimular la avidez insaciable, el consumo de artículos de lujo o incluso los celos en el amor a través de modelos hollywoodenses de identificación. Por ejemplo, hacer que nos identifiquemos con un personaje celoso es ya irnos convirtiendo en los sujetos posesivos, agresivos y competitivos que necesita el capital. De igual modo, ya comenzamos a ser potencialmente los mejores consumistas o capitalistas al identificarnos con el aspecto acumulativo del personaje que acumula riquezas, vestidos, viajes, armas, automóviles o parejas. Huelga decir que esta producción de subjetividad se realiza también de modos mucho más sutiles y soterrados.

2. ¿Cómo valoras la supuesta “neutralidad” política de las ciencias sociales erigida como sinónimo de rigor en muchos contextos académicos?

Podemos conservar cierta neutralidad ante fenómenos químicos, físicos o biológicos, pero no ante situaciones sociales en las que está implicada la humanidad. No podemos ser neutros ante esta humanidad porque somos ella y nos concierne todo lo que la concierne. Como decía el personaje Cremes de Terencio, soy humano y nada humano me es ajeno.

Debemos pretender que lo propio nos es ajeno para poder juzgarlo de un modo aparentemente distante, frío, neutro. Detrás de la apariencia de neutralidad, lo que hay en realidad es una secreta conformidad con la realidad y con aquello que la domina. Estamos aquí de algún modo a favor de aquello que no rechazamos: tan sólo podemos rechazarlo o aceptarlo, y ser neutros es una manera discreta de aceptarlo.

Ser neutros es aceptar la dominación que le impone su orientación a la realidad. Esta orientación es como una corriente de agua. Cuando no nadamos a contracorriente, cuando permanecemos neutros ante la corriente, simplemente nos dejamos arrastrar por ella y así estamos de acuerdo con ella y la fortalecemos al engrosar su torrente.

La corriente dominante está ella misma compuesta de los neutros, de los imparciales, de los indiferentes. Como decía Gramsci en 1917, la indiferencia es el peso muerto de la historia que opera pasivamente, pero potentemente. Este peso muerto de la indiferencia es el que se manifiesta en la supuesta neutralidad imperante en las ciencias sociales.

El científico neutro, como diría también Gramsci, es el indiferente que abdica de su voluntad. Esta abdicación de la voluntad es siempre en favor del poder. Estamos cediendo al poder cuando no le oponemos nuestra voluntad, cuando no tomamos posición contra él, cuando permanecemos neutros ante la realidad que nos impone.

La neutralidad tiene su expresión más obscena en el positivismo aún imperante bajo diversas máscaras en las ciencias humanas y sociales. El principio supremo del positivista es atenerse a la realidad positiva y encontrar en ella la única verdad. Al asumir que la verdad radica en la realidad, el positivista no puede contradecir la realidad en el nombre de una verdad. No puede, por ejemplo, denunciar la constitución ideológica de lo que nos rodea. Tampoco puede impugnar una sociedad tan injusta como la capitalista en el nombre de la justicia como verdad política.

El positivista es neutro al describir la sociedad injusta, pero al hacer esto, contribuye a normalizarla, a banalizarla, a volverla cada vez más evidente, cada vez menos problemática. Es así como el positivista puede ayudar a reproducir la realidad en su positividad al privarse de la negatividad, de la contradicción con respecto a la realidad, que está en el centro de la teoría crítica de la Escuela de Frankfurt. Al atenerse a lo que es y al no pensar en lo que no es y podría ser, el positivista perpetúa lo que es, por más terrible que sea, e impide que se transforme y advenga lo que todavía no es, por más liberador que sea. Esto último lo comprendió muy bien Ignacio Martín-Baró y por eso le reprochó a la psicología positivista que se concentrara en lo que somos los latinoamericanos y en olvidar lo más importante, lo que podemos llegar a ser, lo que no se nos ha dejado ser. Todo esto, lo más importante, es lo que se olvida por el afán de neutralidad.

Martín-Baró también observó con agudeza que el científico neutro no es el más riguroso y objetivo. La rigurosidad y la objetividad le exigirían aceptar que no puede ser neutro, que ya está situado y posicionado en la realidad, que no puede salir de ella para juzgarla de manera neutra, imparcial, a distancia. El científico no puede ser neutro, pero sí puede ser objetivo y riguroso al esforzarse en describir objetiva y rigurosamente su falta de neutralidad, su punto de vista, su posición de clase y de género, su color de piel, su orientación política, sus privilegios, sus intereses y sus aspiraciones.

3. Has escrito sobre autores como Frantz Fanon. ¿Qué ideas pudieras compartirnos sobre la vigencia de su pensamiento y las formas de la colonialidad del saber?

Fanon es y seguirá siendo vigente mientras persistan formas de colonialidad como las que aún moldean nuestro mundo. Es por estas formas de colonialidad que los supuestos países emergentes, como Brasil o Chile o México, nunca terminan de emerger. Por el contrario, los países pobres continúan empobreciéndose proporcionalmente al crear la riqueza de los países ricos. Los países desarrollados, Europa, Estados Unidos y los demás, no dejan de subdesarrollar a los países africanos o latinoamericanos, como reza el famoso título de Walter Rodney. Y como en Fanon, la inferiorización de los negros y los indígenas del mundo no deja de ser un medio para que los blancos racistas sigan superiorizándose, presentándose como superiores a los no blancos.

Las economías de los países periféricos siguen siendo tan dependientes como en los tiempos de las teorías de la dependencia. También como en esos tiempos, el intervencionismo y el imperialismo siguen siendo la regla y no la excepción. Los bastiones cubano y palestino siguen acechados y resistiendo. Los proyectos de liberación nacional han fracasado en todo el mundo, como la lo presentía Fanon con amargura al condenar el neocolonialismo latinoamericano y su replicación africana.

Los europeos y estadounidenses continúan condenándonos al trabajo manual, obligándonos a producir a bajo costo sus minerales y frutos y productos manufacturados, mientras ellos acaparan el trabajo intelectual, exportándonos e imponiéndonos sus productos culturales y científicos. Allá se diseña, se crea, se piensa y se decide, mientras que en la mayor parte de África y Latinoamérica sólo se trabaja con los brazos, se reproduce y se maquila. Ahora en la pandemia, todo el Tercer Mundo ha enriquecido la industria farmacéutica del Primer Mundo al vacunarse con sus vacunas, pues tan sólo Cuba ha sido capaz de tener su propia vacuna. Lo más que hemos podido hacer en México es fabricar las vacunas inventadas en otros países. Esto es muy significativo y se observa lo mismo en las fábricas que en las universidades: incluso cuando trabajamos con la cabeza nos condenamos a realizar un trabajo manual, tan sólo aplicando las teorías y los conceptos creados en los centros europeos y estadounidenses.

Con la excepción de Cuba y de uno que otro bastión de resistencia, no nos permitimos pensar en el Tercer Mundo o en lo que ahora se llama Sur Global. Europa no deja de ser la cabeza y nosotros el cuerpo. Nuestras burguesías y sus intelectuales creen tener mentes poderosas, pero esto forma parte de su estupidez. En realidad, continúan siendo tan estúpidas, mediocres, inútiles, perezosas, gozosas, ridículas y racistas como lo eran en tiempos de Fanon. Como en esos tiempos, nuestras élites no dejan de ser simples administradoras de los negocios de los países ricos.

4. ¿Cómo definirías la condición política del sujeto muchas veces ignorada por las psicologías? ¿Cuál es el nexo entre el sujeto y la política?

Aristóteles ya definía al ser humano como un animal político. Esta definición me parece aún admisible. Hoy, como hace 2300 años, es en la política en la que radica nuestra humanidad.

El ser humano se ha definido en diferentes momentos como un ser distintivamente racional, creyente, reflexivo, civilizado, hablante, autodeterminado, libre, histórico, trabajador, productivo, prematuro, patológico y un largo etcétera. Cada una de estas definiciones tiene ciertamente un valor de conocimiento y nos descubre un aspecto de lo humano, pero cada una de las definiciones también es un condensado ideológico en el que se encubre lo mismo que se descubre. Conocemos lo humano, pero lo desconocemos al conocerlo, conociéndolo distorsionado por el contexto en el que se concibe. Cada época se ha ofrecido un ser humano a su medida, el mejor para ella, el más ajustado a la ideología dominante.

Ahora bien, incluso al depurar lo humano de sus innumerables atributos ideológicos, tenemos dificultades con algunos de ellos que parecen poseer efectivamente cierta universalidad. Tal es el caso de la historia y la producción acentuadas por Marx, el habla puesta de relieve por Freud y Lacan, y lo político. Al igual que el habla, la historia y la producción, el atributo político del sujeto humano aparece como un hueso difícil de roer. Esto es así porque, al igual que lo simbólico y lo histórico y lo productivo, lo político es un atributo negativo, una determinación de la indeterminación.

Definir al sujeto como político es definirlo como un ser que no es esencial o naturalmente algo, sino que habrá de ser lo que resulte de un proyecto político y de una lucha por ese proyecto. Por ejemplo, como hemos visto, el capitalismo neoliberal ha creado una subjetividad contradictoriamente pasiva, adaptativa, objetiva y desubjetivada como objeto del capital, y al mismo tiempo asertiva, agresiva, competitiva, posesiva y acumulativa como subjetivación del capital. Pero esta doble subjetividad es un simple reflejo de las clases en la sociedad capitalista: es un engendro político del capital, no existía antes del capitalismo y puede ser desmontada históricamente. Es a lo que aspiramos nosotras y nosotros los comunistas.

Decir que el sujeto es político equivale a decir que el sujeto será lo que políticamente consiga ser. Digamos que su ser es un asunto de poder y será lo que se decida en luchas históricas, entre ellas la de Cuba contra el capitalismo y contra la forma capitalista de subjetividad. Esta lucha y otras son la esencia política del sujeto.

Digamos que el sujeto es político porque habrá de ser aquello por lo que luche políticamente de manera eficaz y exitosa. Esta lucha nos confirma que el sujeto que se debate contra sí mismo, contra lo que ya es, puede llegar a crearse a sí mismo. Es exactamente lo mismo que nos han mostrado Marx y Freud al concentrarse respectivamente en el aspecto histórico-productivo y hablante del ser humano. El sujeto se crea en su habla, en su producción y en su historia, pero también en sus luchas políticas que atraviesan las esferas hablante, productiva e histórica.

Decir que nuestro ser es político es decir que somos nosotros los que decidimos políticamente lo que somos, lo decidimos incluso cuando les dejamos a otros decidir por nosotros, que es lo que hacemos cuando permitimos que nuestro ser sea definido por los psicólogos, los sociólogos, los filósofos, los antropólogos y otros. La psicología y las ciencias humanas y sociales, en su funcionamiento de ciencias burguesas, vienen a usurpar la autoproducción hablante, histórica y política de los sujetos. Es por ello que tienden irresistiblemente a objetivar a los sujetos, a arrebatarles su palabra que los hace sujetos, a deshistorizarlos y despolitizarlos.

En lugar de permitirle a los sujetos decidir políticamente lo que son, el psicólogo les ayuda a convencerse de que son individuos centrados en sí mismos, encerrados en su interior, y con atributos que pueden ir de la pasividad o adaptabilidad a la asertividad, la agresividad, la competitividad y la posesividad. Convenciendo a los sujetos de que son esto, los psicólogos no están procediendo sino como dispositivos subjetivantes del capitalismo neoliberal. Es el capital el que está operando a través de ellos para asegurarse de operar también a través de los sujetos a los que tratan, ya sea como capitalistas o como capital variable, como trabajadores. Se trata siempre de la subsunción real de la subjetividad en el capital: de la producción de la subjetividad requerida por el capitalismo.

5. Como el capitalismo produce subjetividades, también lo hacen las luchas de emancipación. ¿Cómo enfocarías la cuestión de la revolución social y la subjetividad?

Conocemos el mantra individualista neoliberal de que el cambio comienza por uno mismo. La idea subyacente es que uno debe primero cambiarse a sí mismo para luego poder cambiar el mundo. En realidad, si no cambiamos el mundo, resulta prácticamente imposible realizar un cambio trascendente en uno mismo. ¿Cómo revolucionarse de verdad cuando uno debe cotidianamente venderse para sobrevivir, acumular y competir para mantenerse a flote, obedecer para no perder su trabajo, traicionarse para tener su lugar en la sociedad?

Todo en el mundo nos impide cambiar. Para lograr un cambio de nosotros mismos, debemos primero transformar el mundo. El problema es, desde luego, que la transformación del mundo es un proceso arduo y lento, prolongado, quizás incluso transgeneracional.

Si debiéramos esperar la transformación del mundo para cambiarnos a nosotros mismos, probablemente moriríamos antes de poder efectuar un cambio importante y radical. Si podemos cambiar antes de morir, es a menudo porque participamos en movimientos en los que se prefiguran las transformaciones por las que luchamos. Un movimiento antipatriarcal o anticapitalista puede constituir por sí mismo, en el presente, un espacio que se libere de las infames lógicas patriarcales de opresión y explotación de género y de clase.

Como ya lo sabía Rosa Luxemburgo hace más de un siglo, el comunismo existe ya antes de existir, antes de generalizarse en la sociedad, a través de muchos de nuestros colectivos con sus formas radicalmente democráticas, libres e igualitarias de organización y acción.  Estos colectivos ya son como las contrasociedades o comunidades utópicas: pequeños mundos que hacen posible un cambio del sujeto. Los comunistas y las feministas, gracias a sus colectivos y organizaciones, consiguen a veces cambiarse radicalmente al dejar de ser los seres egoístas agresivos, asertivos, competitivos, posesivos y acumulativos por los que apuestan el capitalismo y el patriarcado.

El sistema siempre suscita resistencia en su interior. La actual resistencia no es tan sólo anticapitalista y antipatriarcal, sino también anticolonial, antirracista, contra la heteronormatividad y contra el ecocidio generalizado. Estas luchas son como talleres clandestinos en los que estamos produciendo subjetividades nuevas, disidentes, contrastantes con respecto a las producidas en las grandes manufacturas ideológicas del sistema capitalista colonial y heteropatriarcal.

Sobra decir que no dejamos de ser productos de las fábricas del sistema dominante por ser productos de nuestros pequeños talleres clandestinos. La subjetividad, como un automóvil o como cualquier otro producto complejo de nuestra civilización, es producida en muchas fábricas diferentes. Así como un coche Nissan fabricado en México tiene piezas mexicanas, estadounidenses, chinas, japonesas, guatemaltecas y otras, de igual modo cualquier subjetividad combina elementos y aspectos patriarcales y antipatriarcales, capitalistas y anticapitalistas, coloniales y anticoloniales.

Cada uno de nosotros es un campo de batalla. La lucha de clases tiene lugar a cada momento, en cada uno de nuestros pensamientos, sentimientos y comportamientos. Nuestra subjetividad está internamente desgarrada. Este desgarramiento puede hacer fracasar cualquier lucha política, pero también socava internamente al sistema.

Psicología y psicoanálisis

David Pavón-Cuéllar

Charla ofrecida el viernes 24 de septiembre de 2021 en un Colectivo de Lectura de Freud organizado por Gustavo Nava Olvera en la Ciudad de México

La psicología y el psicoanálisis han sido cosas distintas desde sus orígenes. Mientras que el psicoanálisis proviene de la práctica del médico vienés Sigmund Freud y de la teorización de esta práctica, la psicología emana de fuentes muy diversas, entre ellas las viejas especulaciones filosóficas sobre el alma, un paradigma de ciencia del espíritu, investigaciones de las ciencias naturales, dispositivos micropolíticos disciplinarios y propuestas científicas de observación y experimentación. Los afluentes de la especialidad psicológica no podían sino desembocar en algo de lo que se distingue fácilmente la doctrina psicoanalítica.

El psicoanálisis no es una forma de psicología. Desde luego que puede psicologizarse, convertirse en una corriente psicológica, dar lugar a una psicología que suele ser además una mala psicología. Sin embargo, cuando todo esto sucede, habría que dejar de hablar de “psicoanálisis”.

No es casual que el psicoanálisis tenga el nombre que tiene y no el de psicología. Debemos tomar en serio los nombres de las cosas. Efectuar lo que nos dice la palabra “psicología” no es lo mismo que realizar lo significado por la palabra “psicoanálisis”: hacer lo indicado etimológicamente por el sufijo logía, estudiar el psiquismo, conocerlo, tratar o discurrir sobre él, no es tan sólo analizarlo, examinarlo al descomponerlo en sus aspectos o sus elementos.

El análisis es un trabajo más tímido, más humilde, menos ambicioso que el estudio psicológico. Este estudio puede incluir un análisis, pero es más que eso. Desde sus orígenes, la psicología siempre ha ido más allá del simple trabajo analítico al pretender ofrecer un conocimiento sintético del psiquismo, un discurso exhaustivo y coherente sobre él, una ciencia psicológica.

La psicología tiene una denominación adecuada para ser lo que es desde hace poco más de un siglo: una ciencia humana especializada en un objeto humano preciso o aparentemente preciso. Así como la sociología se especializa en la sociedad humana, de igual modo la psicología es la ciencia especializada en todo aquello humano englobado por el prefijo “psico”: lo psíquico, lo mental, lo cognitivo, lo intelectual, lo emocional, lo personal, etc. La psicología estudia todo esto de modo científico o pretendidamente científico, es decir, de acuerdo a lo que se entiende por ciencia en diferentes corrientes psicológicas.

Las diversas formas de psicología se instalan cómodamente en un ámbito que ellas mismas han diseñado y que describen orgullosamente como “científico”. Este ámbito le da su legitimidad a casi cualquier propuesta psicológica. Sin embargo, por más abarcador y heterogéneo que sea, no puede acoger lo psicoanalítico sin mutilarlo y desvirtuarlo.

El psicoanálisis no corresponde a la ciencia cultivada por los psicólogos. Al comparar esta ciencia con el psicoanálisis, detectamos varias diferencias epistemológicas, teóricas y metodológicas, entre ellas las doce que resumo a continuación:

I. La psicología es una ciencia humana, mientras que el psicoanálisis no lo es ni pretende serlo. El carácter científico de la herencia freudiana es tan problemático y discutible como su aspecto humano. La humanidad es una categoría específica, demasiado estrecha y llena de sentido, en la que no queda lugar para mucho de aquello de lo que se ocupa el psicoanálisis, que tiene un carácter inhumano, infrahumano o simplemente irreductible a cualquier definición de la humanidad. En cuanto a la ciencia, debe entenderse de una manera inédita para poder aplicarse al aporte freudiano.

II. El método psicoanalítico sabe que no puede aspirar a la famosa objetividad científica al ocuparse del sujeto, mientras que la especialidad psicológica es una ciencia objetiva de lo subjetivo, de algo no-objetivo por definición, algo que no puede abordarse objetivamente sin excluirse o suprimirse. La psicología tiende a excluir o suprimir, entonces, aquello mismo de lo que se ocupa el psicoanálisis. Lo que Freud nos enseña es a reconocer al sujeto desconocido en todo lo conocido por los psicólogos.

III. El psicoanalista puede reconocer al sujeto al escucharlo, mientras que el psicólogo prefiere desconocerlo al objetivarlo, al conocerlo de modo objetivo, al observarlo con objetividad, al mirarlo aun cuando cree escucharlo mientras mira objetivamente la significación de sus palabras. La mirada objetiva es el sentido privilegiado por la psicología. Esto la distingue del psicoanálisis, que opta por la escucha del sujeto.

IV. La escucha psicoanalítica se dirige a las palabras del sujeto, mientras que la mirada psicológica percibe objetivamente cosas internas y externas, cogniciones y conductas, emociones y comportamientos. Desde luego que el psicoanálisis también se interesa en las ideas y los gestos del sujeto, en sus decisiones y sus acciones, en lo que piensa y siente y hace, pero todo esto lo escucha como si se tratara de palabras. El psicoanalista ve aquí expresiones simbólicas de algo más y no sólo cosas aparentemente reales.

V. El psicólogo estudia una realidad objetiva, mientras que el psicoanalista prefiere contribuir a evidenciar y examinar el aspecto imaginario de esa realidad, así como su constitución por una trama simbólica de palabras y su perturbación por lo real que se desliza entre las fibras de la trama. La escucha psicoanalítica de la trama permite descubrir la forma en que se organiza internamente la realidad objetiva desplegada ante la mirada psicológica. La ventaja compensatoria del psicólogo es la de siempre: el imposible conocimiento objetivo del mundo subjetivo.

VI. El objeto paradójico de la psicología es el sujeto, un sujeto necesariamente desubjetivado, neutralizado, convertido en objeto. En cambio, el objeto del psicoanálisis es algo del sujeto, el objeto de su deseo, de sus pulsiones, de sus ideales, de su angustia. El objeto del psicoanálisis es el objeto del sujeto, mientras que el objeto de la psicología es el sujeto visto como objeto, como lo que no es, como la negación de lo que es.

VII. El único sujeto de la psicología es el psicólogo, mientras que el sujeto del psicoanálisis es quien se analiza. El analizante es un sujeto capaz de analizarse a sí mismo, distinguiéndose así del paciente o cliente del psicólogo, que es un objeto analizado, estudiado, comprendido y tratado por el experto en psicología. Si el psicólogo tiene que instruirse en algún modelo psicológico para supuestamente saber lo que le sucede a sus clientes y pacientes, el psicoanalista debe aprender a no saber en lugar de ellos, lo que no le impide acompañarlos en su relación con el saber.

VIII. El saber que importa en el psicoanálisis no es poseído por el psicoanalista y se configura de manera diferente para cada sujeto, mientras que el saber objetivo de la psicología es el mismo para todos y puede ser acaparado por un psicólogo que por ello se presenta como un profesional competente. El saber psicológico es un saber de experto, pero general, pretendidamente válido para todos los sujetos. Por el contrario, el saber del psicoanálisis es irreductiblemente singular, siendo cada vez uno para un solo sujeto, para un analizante, que es el único versado en lo que le ocurre.

IX. El aparato nocional psicoanalítico no es tan sólo para el psicoanalista, sino también para quien se analiza, quien debe saber al menos algo sobre nociones como las del inconsciente y el cumplimiento del deseo en los sueños. La herencia freudiana es de los analizantes más que de los analistas. Por el contrario, los diversos legados teóricos y conceptuales de la psicología son para el gremio de los psicólogos. Los conceptos psicológicos son de los expertos y no suele ser necesario que sean compartidos con sus clientes o pacientes.

X. Los métodos psicológicos son usados por los psicólogos y no por sus clientes o pacientes, a diferencia de la atención flotante, la asociación libre y las demás técnicas psicoanalíticas, las cuales, como sabemos, son usadas por quienes se analizan. El psicoanálisis está en manos de sus analizantes. En cambio, la psicología está en manos de los psicólogos.

XI. La técnica psicológica debe servir para aliviar trastornos, calmar sufrimientos, superar frustraciones, solucionar problemas, resolver conflictos, ajustar lo desajustado, mientras que la práctica psicoanalítica no sirve necesariamente para nada preciso, aunque sus efectos puedan agravar los trastornos, los sufrimientos, las frustraciones, los problemas, los conflictos y los desajustes. El psicoanalista se distingue del psicólogo por no querer ser útil ni para adaptar al sujeto ni para asegurar su felicidad ni para conseguir que todo encaje o funcione bien en su vida. Sin duda la psicología es de utilidad y suele ser una valiosa mercancía que tiene un valor de uso bien definido además de su valor de cambio, mientras que el psicoanálisis es como un lujo inútil del que sólo podemos tasar con precisión el valor de cambio.

XII. Si el psicoanálisis apuesta por lo que se desea, la psicología se dirige a lo que debe quererse, a lo normal, a lo aceptable, a lo adecuado, a lo mejor que a veces termina siendo lo peor. Al menos la meta psicológica es aparentemente clara y consciente, mientras que el objeto de nuestro deseo tiende a ser oscuro, evasivo, inalcanzable, inconsciente. El psicoanálisis nos extravía por los caminos de nuestro deseo, mientras que la psicología nos lleva por el camino más corto hacia lo que el sistema espera de nosotros.  

Lo cierto es que hay propuestas psicológicas alternativas, críticas y subversivas, que proceden exactamente como he dicho que opera el psicoanálisis. Paralelamente, muchos psicoanalistas no son más que malos psicólogos que se disimulan tras un aura de misterio. Lo bueno es que todo esto no importa: lo importante son los analizantes, los sujetos, y no quienes tan a menudo usurpan su lugar, ya sean psicólogos o psicoanalistas.

¿Qué hacer en la psicología para celebrar a los pueblos originarios?

Niñas nahuas, por Fernando Rosales.

Texto publicado en el blog de la Red Iberoamericana de Investigadores en Historia de la Psicología (RIPeHP por sus siglas en portugués), el 9 de agosto de 2021

David Pavón-Cuéllar

El 9 de agosto de 1982, en la ciudad suiza de Ginebra, la Organización de las Naciones Unidas (ONU) realizó la primera de sus reuniones de trabajo sobre población autóctona. Doce años después, en 1994, la Asamblea General de la misma ONU eligió el 9 de agosto como Día Internacional de los Pueblos Originarios del Mundo. Este día sirve desde entonces para celebrar anualmente a casi 500 millones de indígenas que representan el 5% de la población mundial.

Sobran las razones para la celebración de los pueblos originarios del mundo. Una de ellas, la que aquí nos interesa, es que nos enseñan otra forma de ser humanas y humanos, una forma diferente de aquella devastadora que en sólo medio siglo ha creado continentes de basura sobre los océanos, ha provocado la mayor extinción de especies desde la época de los dinosaurios y ha exterminado a más de la mitad de poblaciones de vegetales silvestres y de animales salvajes. Mientras nosotros destruimos el planeta y ponemos en peligro nuestra propia supervivencia en el futuro, los pueblos originarios nos ofrecen un ejemplo de convivencia más equilibrada y armoniosa con la naturaleza.

Un reciente informe de la ONU, por ejemplo, ha caracterizado a los pueblos originarios latinoamericanos como “los mejores guardianes de los bosques”, demostrando con datos duros cómo impiden la deforestación de sus territorios y así “mitigan el cambio climático”. Los indígenas cobijan a la naturaleza, la defienden contra nosotros, amortiguan los golpes mortales que le asestamos y compensan en parte los daños inmensos que no dejamos de infligirle. Es así como frenan un poco la vertiginosa espiral destructiva que nos está llevando hacia nuestra propia extinción como humanidad.

Los pueblos originarios nos protegen de nosotros mismos. Por esto, por todo lo que les hemos arrebatado y por mucho más, estamos en deuda con ellos. Desde luego que jamás podríamos pagar la enorme deuda que hemos contraído, pero sí deberíamos al menos reflexionar en ella cada 9 de agosto. Esta reflexión anual podría ser una buena forma de celebrar a quienes han sido y siguen siendo tanto nuestras víctimas como nuestros benefactores.

Una celebración reflexiva de los pueblos originarios nos exige, ciertamente no idealizarlos ni denigrarnos, pero sí revalorizarlos y cuestionarnos. Tenemos que hacer un examen de conciencia, un balance de nuestros errores y de los aciertos de los indígenas, preguntándonos qué son ellos y qué somos nosotros para que estemos tan endeudados con ellos y para que necesitemos que nos protejan de nosotros mismos. Esta pregunta no presupone forzosamente que haya diferencias naturales, constitucionales o esenciales entre las razas humanas, pero sí plantea la cuestión de las divergencias y contradicciones existentes entre diversas formas culturales de subjetivación. Estamos aquí en el terreno de la cultura, el de la etnología y la antropología, pero también en el de la subjetividad, que es o debería ser el de la psicología.

Los psicólogos están entre los profesionistas que más pueden aportar en una celebración reflexiva de los pueblos originarios. Este aporte puede ser muy significativo, pero siempre y cuando parta del reconocimiento de que hay otras formas culturales de subjetivación además de aquella noroccidental moderna, indisociable del capitalismo y hoy prevaleciente en el mundo, a la que se refiere la mayor parte de nuestro saber psicológico.  De lo que se trata, en otras palabras, es de aceptar que nuestra psicología es particular y no universal, culturalmente determinada y no independiente de la cultura, lo que no será admisible sino para muy pocos psicólogos y no precisamente los culturales o transculturales, que suelen reducir las diferencias entre culturas a simples variaciones de los mismos temas europeos y estadounidenses.

Los psicólogos mayoritarios, los que siguen pretendiendo poseer un saber universalmente válido sobre la subjetividad, no están en condiciones de entender el profundo sentido psicológico de lo que celebramos cada 9 de agosto: el de la existencia de otras configuraciones culturales de la subjetividad que difieren de aquella individual asertiva, agresiva, destructiva, posesiva, acumulativa y competitiva que se asocia con el sistema capitalista y que está devastando actualmente el planeta. Esta forma devastadora de subjetivación es una entre otras, no es la única posible, no es nuestro destino inescapable, como lo evidencian los pueblos originarios que saben ser sujetos de otro modo que nosotros. Al celebrarlos a ellos, tenemos que celebrar también la esperanzadora evidencia de que el ser humano puede ser otro, que no está condenado a ser eso que somos, eso que lo destruye todo a su paso por el mundo.

Conviene recordar que eso que somos tiene su origen histórico en el ávido y arrogante blanco europeo heredero de varios legados culturales, entre ellos: el grecorromano de esclavismo, conquista imperial, desnaturalización de lo humano y racionalización de lo irracional; el judeocristiano de universalismo, intolerancia, individualización de los sujetos y extracción de sus almas para dominar sus cuerpos; el bárbaro y feudal-medieval de violencia, privilegio y abuso; y el burgués-moderno de represión, privación, apropiación privada, explotación del semejante e insaciable acumulación de riqueza. El engendro subjetivo de estos valiosos legados se apropió del mundo entero y se dedicó a saquearlo y arrasarlo mientras imponía su especial modelo de subjetividad. La humanidad entera debió renunciar a su diversidad y rehacerse a imagen y semejanza del supuesto hombre universal.

La imposición colonial del modelo subjetivo europeo, correlativa de la expansión global del capitalismo, hizo que la blancura biológica se trascendiera en una blanquitud simbólica bien descrita por Bolívar Echeverría y hoy compartida por no-indígenas blancos, amarillos, negros y morenos de todos los rincones del mundo. Cualquiera puede ser ahora el sujeto simbólicamente blanco del que se ocupa la psicología. Es por esto que los psicólogos y las psicólogas pueden hacer carrera y ganarse la vida en todos los rincones de la tierra, o más bien casi todos, pues los hay en los que aún se resiste contra la subjetivación dominante, a veces bajo la influencia de concepciones indígenas de la subjetividad incompatibles con el saber psicológico europeo y estadounidense.

La psicología noroccidental dominante no tiene casi nada relevante que decir, por ejemplo, ante el modo particular en que el sujeto es concebido por los pueblos originarios mesoamericanos que aún viven en México y Centroamérica. Para estos pueblos, como he intentado mostrarlo en un libro publicado recientemente, la subjetividad resulta irreductible al objeto del saber psicológico: no está artificialmente objetivada, ni encerrada en el interior del individuo, ni separada con respecto al cuerpo y al mundo. La concepción indígena mesoamericana de la subjetividad, mucho menos forzada y reduccionista que la psicológica dominante, suele ser la de algo tan mundano y corporal como psíquico o anímico, tan comunitario como individualizado, e inseparablemente unido a los demás seres del universo, ya sean materiales o espirituales, humanos o no-humanos, animales o vegetales o incluso minerales. 

El reconocimiento de la unidad inseparable con el resto de la naturaleza explica en parte el respeto de los pueblos originarios mesoamericanos hacia el entorno natural. Estos pueblos no han olvidado que destruir un ecosistema significa destruirse a sí mismos, destruyendo una parte de su más íntimo núcleo subjetivo, de aquello que los antiguos nahuas denominaban teyolía, que era un alma compartida entre los diversos seres del universo, todos ellos representados como ramas de un mismo árbol. Cada planta o animal del bosque y cada integrante humano de una comunidad constituyen aquí las últimas ramificaciones de un mismo tronco del universo que de algún modo está contenido en el centro del corazón de cada ser.

Huelga decir que no hay manera de pensar el concepto de teyolía con las categorías de la psicología europea-estadounidense que hoy en día estudiamos en Latinoamérica. Estas categorías tan sólo podrían traducir un concepto semejante al cercenarlo, simplificarlo y disolverlo en las banalidades psicológicas de siempre.Nuestra psicología debería transformarse radicalmente, hasta el punto de trascenderse y superarse a sí misma, para ser capaz de concebir algo que no cabe en ella ni en ninguna otra de las estrechas casillas científicas especializadas en las que se ha dividido el saber en la tradición moderna occidental. Hay que entender que la división del saber forma parte del problema, siendo como un aserradero en el que se corta y se tritura el árbol del universo para convertirlo en tablas, trozos, virutas y aserrines que luego pueden ya sea desecharse o bien manipularse, utilizarse, explotarse y venderse.

Después de haber talado y fraccionado el árbol con toda su vida y su extrema complejidad, tan sólo nos quedan sus partes inertes y demasiado simples, entre ellas la psicológica. No hay en la psicología ninguna reminiscencia ni del teyolía ni de todo lo demás que un indígena sabe discernir en el árbol. Tan sólo hay el exiguo saber de los especialistas en psicología y el sujeto que le corresponde: el objetivable y objetivado, el centrado y atrapado en sí mismo, el desvinculado y desnaturalizado, el vaciado interiormente de su comunidad y de la naturaleza.  Es el mismo sujeto asertivo, agresivo, destructivo, posesivo, acumulativo y competitivo al que ya nos referimos. Es el normalizado por y para el capitalismo. Es el sujeto que está devastando el mundo y que se nos ha obligado a ser: el único reconocido por un saber psicológico fundado en la ignorancia de todo lo que está en juego en las sabidurías ancestrales de los pueblos originarios.

Lo mejor que podemos hacer las psicólogas y los psicólogos ante la sabiduría de los indígenas es primeramente celebrarlos por no haber asimilado nuestra ignorancia, por no estar ciegos, por ser capaces de ver el árbol del universo y sus ramas humanas, alcanzando así una concepción de la subjetividad más fiel y menos dañina que la nuestra. Luego, tras la celebración anual del 9 de agosto, deberíamos adoptar dos principios de conducta en relación con los pueblos originarios: por un lado, no llevarles ya nuestra psicología, dejar de obstinarnos en instruirlos y evangelizarlos con ella; por otro lado, esforzarnos en escucharlos atentamente y aprender algo de todo lo que sólo ellos pueden enseñarnos acerca de la subjetividad. Lo que nos enseñen quizás nos permita contribuir a proteger el mundo, como lo hacen ellos, al cultivar a un ser humano diferente del reproducido y promovido por la psicología.

¿Qué es la psicología crítica? Intentando responder en diez minutos

Cabezaestalla

Presentación del libro Psicología crítica: definición, antecedentes, historia y actualidad (Ciudad de México, Itaca y UMSNH, 2019) en la Feria Internacional del Libro del Palacio de Minería, Ciudad de México, 23 de febrero de 2020

David Pavón-Cuéllar

La psicología crítica es un síntoma de la psicología, una irregularidad perturbadora y reveladora, una señal de alerta, un malestar significativo, un signo de que algo anda mal en el conjunto de la psicología.

Es la psicología que al fin se toma por objeto. Es ni más ni menos que su autoconciencia. Es el momento de su autoexamen, su autodiagnóstico, su autoanálisis.

Es una torsión precipitada para cumplir tardíamente con el requisito crítico inaugural de cualquier ciencia. Es el cumplimiento de tal requisito con más de un siglo de retraso. Es el vano intento por enderezar demasiado tarde algo que ya se desarrolló torcido.

Es un gesto por el que la psicología sale de sí misma para volverse reflexivamente hacia lo que es y hacia aquello en lo que se funda y por lo que existe, aquello en lo que se inserta y a lo que sirve, como lo es el sistema capitalista, heteropatriarcal y colonial. Es así una reflexión sobre las teorías y prácticas psicológicas y sobre aquello de lo que forman parte. Es un retorno crítico de la psicología sobre sí misma y sobre sus complicidades ideológicas y políticas.

Es la psicología contra la psicología. Es lo que hace cuando ya no quiere ser lo que es. Es inconformidad y conflicto de la psicología consigo misma.

Es una estrategia, bien descrita por Ian Parker, para estar con la psicología y contra ella, dentro y fuera de ella, pensando en ella sin olvidar todo lo demás. Es atención, conciencia y memoria que se dirigen al exterior de la esfera psicológica para explicar lo que ocurre en su interior. Es la explicación de la psicología por el patriarcado, por la modernidad, por el capitalismo, por la colonialidad, por el neoliberalismo y por todo lo demás que determina las teorías y prácticas de los psicólogos.

Es como un mirador para ver más allá del estrecho horizonte de la realidad interna y descubrir la realidad externa. Es una ventana sobre el mundo en una psicología sin mundo, carente de mundo, como bien lo observaba Klaus Holzkamp.

Es el único sector de la psicología en el que los psicólogos pueden criticar no solamente las corrientes rivales a las de ellos, sino la psicología en su conjunto, reprochándole, por ejemplo, como Politzer, su carácter abstracto y mitológico, o bien, como Vygotsky, su lado ecléctico, trivial, idealista y pequeñoburgués.

Es un intervalo de reflexión en la precipitada actividad técnica irreflexiva. Es una pausa para que los psicólogos se detengan, para que dejen de hacer lo que hacen de modo automático, para que dejen de pensar únicamente en cómo hacer lo que hacen y que se pregunten al fin qué diablos están haciendo. Es un momento para que los psicólogos se hagan la pregunta incómoda que les hace Canguilhem, para que se pregunten qué es lo que hacen exactamente, por qué lo hacen, para qué lo hacen, para quién lo hacen.

Es como un centro de recuperación para dejar de embriagarse con el cientificismo de la psicología, para no seguir haciendo el ridículo con los rituales psicológicos pretendidamente científicos, para desconfiar de la objetividad estadística y de la materialidad neuropsicológica, para burlarse de la bata blanca y de los experimentos, para admitir que los psicólogos veneran y simulan más la ciencia de lo que la practican, para atreverse a criticar la ideología de la psicología, como lo hicieron Louis Althusser y los althusserianos, entre ellos Thomas Herbert, Didier Deleule, Carlos Sastre, Néstor Braunstein y otros.

Es la mala conciencia de la psicología, su fuero interno en el que no puede ocultarse a sus propios ojos ni sus servicios al poder que le recuerdan Dennis Fox, Tomás Ibáñez y otros anarquistas, ni su connivencia con los dispositivos disciplinarios y específicamente carcelarios que le descubren Michel Foucault, Nikolas Rose y otros foucaultianos, ni su estrecha complicidad con el capitalismo que le revelan marxistas como Ian Parker, Athanasios Marvakis, Fred Newman, Lois Holzman, Carlos Pérez Soto, Michael Arfken, Oswaldo Yamamoto, Fernando Lacerda, Nadir Lara y muchos otros.

Es una zona de libertad y tolerancia para no temer a los policías de la psicología supuestamente científica, para ejercer los derechos de relativizar los conocimientos psicológicos, cuestionar su objetividad y universalidad, e investigar cómo han sido construidos y argumentados para llegar a convertirse en evidencias incontrovertibles, tal como lo han hecho Kenneth Gergen, Jonathan Potter, Michael Billig, Ian Parker y los demás analistas críticos de discurso.

Es una forma de conciencia política e histórica en un ámbito en el que reinan la despolitización y la deshistorización.

Es un refugio para la política en el campo aparentemente más apolítico de las ciencias humanas y sociales. Es una trinchera para los psicólogos políticamente comprometidos, para los radicales, para los anticapitalistas, para los gay afirmativos, para los anticoloniales, para los antirracistas, para las representantes del feminismo, para les proponentes de una psicología LGBT o queer o performativa.

Es indisciplina en la disciplina psicológica, disidencia en su consenso, excepción a su regla, subversión de su dominación en el campo científico, académico y profesional.

Es como un barco para ir a contracorriente en un mar de indiferencia en el que todo sigue la corriente, la inercia de las cosas, el sentido común, el pensamiento único, el orden establecido, las imposiciones del capitalismo siempre colonial y patriarcal, ahora neoliberal y neofascista.

Es una tribuna para nuestras compañeras feministas, para que Sue Wilkinson denuncie cómo la psicología confunde lo masculino con lo normal y universal, para que Celia Kitzinger y Rachel Perkins nos muestren cómo los psicólogos patologizan la feminidad, para que Erica Burman nos demuestre la profunda incompatibilidad entre el feminismo y una psicología en la que se devalúa todo lo asociado con las mujeres.

Es un bastión de la periferia para exponentes de la psicología indígena como Narcisa Paredes-Canilao en Filipinas, para defensores de la psicología africana como Nhlanhla Mkhize en Sudáfrica, para psicólogos anticoloniales como el somalí Abdilahi Bulhan y el chileno Germán Rozas, para psicólogos de la liberación que siguen a Ignacio Martín-Baró en Latinoamérica y para todos los demás que resisten contra el imperialismo de la psicología europea-estadounidense, contra su eurocentrismo, contra sus generalizaciones, contra la colonialidad implicada en estas generalizaciones, contra el desconocimiento de otras formas de subjetividad diferentes de la blanca judeocristiana.

Es un lugar para dejar de objetivar al sujeto que por definición no puede objetivarse, para dejar de incurrir así en la objetivación psicológica denunciada por Kant, para estudiar al fin la subjetividad como lo que es, como subjetividad, tal como supo hacerlo Fernando González Rey de manera inigualable.

Es un cambio de perspectiva para que los psicólogos de la liberación atiendan por fin a los de abajo y no sólo a los de arriba, para que Holzkamp y sus seguidores consideren el punto de vista del sujeto, para que los freudianos escuchen a este sujeto, para que Maritza Montero, Irma Serrano García, Fátima Quintal de Freitas y otras psicólogas sociales comunitarias latinoamericanas escuchen también a las comunidades, las tomen en serio, hagan lo que ellas quieren en lugar de hacer lo que la psicología quiere hacer con ellas.

Es una resolución de tomar partido por los pobres, por nuestros pueblos, por las mayorías populares, como en Ignacio Martín-Baró y quienes han seguido sus pasos, entre ellos Mauricio Gaborit, Alejandro Moreno Olmedo, Jorge Mario Flores Osorio, Ignacio Dobles Oropeza, Bernardo Jiménez Domínguez, Germán Rozas, Mark Burton, Edgar Barrero Cuellar y muchos otros, y muchas otras.

Es también un reposicionamiento de la psicología a favor de las víctimas y de los perseguidos, como en la chilena Elizabeth Lira. Es además una apuesta por la memoria, como en la misma Elizabeth Lira y en su compatriota Isabel Piper.

Es el camino que se hace al andar hacia el horizonte de una psicología que no esté al servicio del poder en turno, que no cumpla con lo que le encarga la clase dominante, que no sancione científicamente la subjetivación capitalista, heteropatriarcal y colonial, que acepte otras formas de subjetividad inadecuadas y disfuncionales para el sistema, disidentes e inconformes, desadaptadas y subversivas.

Es finalmente una advertencia para el exterior de la psicología. Es un aviso para quienes ya se han acostumbrado a los psicólogos, para quienes todavía no han tomado conciencia de todo el mal que puede hacer la psicología, para los que no han visto lo que significa la psicologización de la política. Es para que entiendan que psicologizar la política es despolitizar la sociedad, es pulverizarla en átomos individuales, es hacerla funcionar como la psicología que funciona como el capitalismo, es imponer una lógica capitalista disimulada en la psicología, todo lo cual ha sido muy bien analizado por Ian Parker y Jan De Vos.